LA GUARDIANA DELL'ETERNO
Capitolo 1
Apparizioni
Aprii gli occhi, ed era una classica mattina, come tante altre, era la fine di Ottobre, e mancavano pochi giorni all'inizio delle vacanze invernali.
Avrei dovuto svegliarmi prima per andare a correre, ma pioveva e così decisi di rimanere a poltrire ancora un pò.
I rumori della casa mi sembravano così familiari, il solito uccellino del mattino che cinguettava fuori dalla mia finestra, il lento ronfare di mio padre, mia madre, che si stava alzando per andare a fare la colazione per me e per Vic.
Il mio vicino di casa che in qualche modo era diventato come un fratello acquisito.
Fratello. Ancora questa parola mi era estranea, perché per me Vic era tutto. Ma non mio fratello.
E non nel senso cattivo del termine.
Lui mi piaceva. La sua voce, come mi chiamava, come mi parlava, come mi teneva stretta la mano quando avevo paura di qualcosa, come stava ore ad ascoltare i miei vaneggiamenti, come mi guardava. In quello sguardo in cui mi perdevo la maggior parte del tempo. Ma non avrei potuto mai dirgli che mi piaceva.
Come mi sentivo quando lui era nei paraggi, quando lo cercavo tra la folla non trovandolo, cercavo solo di scappare da tutto questo. Da questi sentimenti che mi portavano a farmi sentire così viva. Quando si accostava a me, quando il suo profumo mi inondava come una brezza estiva. Scappavo.
Era l'unica cosa giusta da fare.
Se avessi perso lui, avrei perso me stessa.
Scossi la testa, guardando la foto di famiglia, posta sul mio comodino.
Troppi pensieri per una normale mattina di scuola, inspirai la lieve aria di pioggia che proveniva dalla finestra e mi sedetti alla scrivania. Presi il mio Diario e scrissi. Mi piaceva scrivere favole. Stanotte avevo fatto un sogno. Un altro dei miei strani sogni che mi perseguitavano da quando ero una bambina. Ero imprigionata in un mondo sotterraneo e non riuscivo ad uscirne , il posto era bello ma allo stesso tempo inquietante, avevo paura di rimanere lì per sempre, ma strani animali continuavano a farmi visita e mi servivano in tutto. La speranza era l'unica cosa che sentivo viva dentro di me. Forse questi sogni involontariamente mi avrebbero condotto ad una spiegazione prima o poi, ma si era affievoliti durante l'ultimo anno. Erano diventati meno frequenti. Meno reali.
Tirai indietro la testa, erano già la e sette, avrei dovuto farmi una doccia, e cominciare a prepararmi, chiusi gli occhi un secondi presi un grande respiro, e mi alzai. Presi il diario e lo infilai sotto la scrivania, nel cassetto segreto.
Mi spogliai e corsi in bagno, mi gettai l'acqua gelida a dosso e aspettai l'arrivo dell'acqua calda. Sentì un rumore provenire dalla stanza di Vic, che era abbastanza vicina. Forse si era svegliato.
Forse anche lui faceva questi strani sogni? Se solo non fossimo stati in questa situazione. Mi sarei fatta coraggio, gli avrei chiesto di uscire con me, ma non potevo tradire la fiducia dei miei genitori.
Avevano preso Vic in casa dopo la morte dei suoi genitori, loro amici, quando Vittore aveva solo 10 anni. Ma la colpa era mia, ero io che non mi sarei mai dovuta mai innamorare di lui.
Che poi innamorare, era una parola grossa. Una cotta, si, era decisamente una cotta. Ma quando usciva dalla doccia camminava così lentamente nei miei occhi che era terribilmente difficile da respirare.
Lui era molto diverso da me
Aveva il fisico di un europeo ma il volto asiatico quasi.La la sua pelle era chiara ma olivastra i suoi occhi erano l'ambra liquida al sole, e capelli lunghi castani con fasci d'oro, un viso gentile, un naso delicato e labbra decise.
Io mi guardai allo specchio, lunghi capelli neri, pelle del colore dell'avorio, occhi come laghi d'inverno, troppo grandi per una faccia cosi squadrata e labbra troppo carnose. Non c'entravo nulla con lui.
Feci un lungo sospiro, per tutti, io ero la regina delle nevi, molti miei compagni mi evitavano per questo. Per lo sguardo che uccide. Ma in realtà era perché non ridevo a sufficienza o non facevo parte delle ragazze giuste. Non che loro non ci abbiano provato a mettermi nel loro gruppo. Semplicemente, non mi sono sentita adatta a loro e dopo un giorno ho smesso di rispondere a tutte le loro domande che avevano su Vic.
Lui era mister popolarità'.
Perché come se non bastasse, il ragazzo più popolare era proprio lui, all'ultimo anno. E a quanto pareva, a lui non dispiaceva affatto.
Ogni settimana ne aveva una nuova. Quella che era durata di più era Miss malefica Stefania. A volte mi aveva anche chiesto, anche dei consigli su cosa a Vic, piacesse. Ma avevo risposto forviando allegramente il discorso.
Finì di asciugarmi i capelli, e mi avviai verso la sala da pranzo. Mia madre mi aveva fatto i Pancake, non che fosse un evento eccezionale, ma ero contenta, presi un cucchiaio di Nutella e ce lo spalmai sopra.
Lo sentii prima che arrivasse a tavola.
Quel brivido freddo che mi passava la schiena e mi arrivava fino al cuore.
Vic spuntò correndo dalla sua camera. Prese il pankake, dalla mia mano, mi guardò, il solito sguardo di rimprovero e dolcezza, tenne la mia mano più del necessario, e ciò mi fece entrare quasi in iper ventilazione. Poi si avvicinò più del solito, mentre Lidia, mia madre, ci dava le spalle e mi sussurrò all'orecchio.
"Regina, bevi che andiamo"
Mi voltai e per un impercettibile secondo i nostri respiri erano fusi l'uno nel l'atro, probabilmente nemmeno lui se lo aspettava, perché sbatte gli occhi, più volte, mentre io era ben decisa a tenerli aperti più possibile.
Per vedere il riflesso del sole nei suoi occhi castani che si coloravano della sfumatura della terra al mattino.
Si allontanò un secondo e mi passo un dito sul labbro superiore,
"Hai un pò di schiuma... qui"
"Grazie" risposi, ma probabilmente uscì un mezzo rantolo, perché lui continuò a fissarmi fino a che Lidia di spalle, non face cadere una posata nel lavandino.
Mi pulii con il tovagliolo, e lui prese un sorso di succo d'arancia , prese il suo zaino e andò ad aspettarmi in auto.
La parte positiva di tutta la faccenda era che lui avendo un anno più di me, aveva già l'auto. E per l'ultimo anno è un pò come vincere il jackpot. Anche per le ragazze interessate a lui era lo stesso discorso. Infatti dovevo sempre controllare cosa ci fosse sul sedile prima di sedermi. E stranamente questa cosa lo faceva arrabbiare.
Aveva sempre qualcosa da rimproverarmi, dicendo che non mi fidavo di lui o che non avrebbe mai fatto nulla nell'auto. Ma io semplicemente ridevo.
Intrecciavo in miei capelli nel tragitto casa- scuola. E non c'era molto di cui parlare. Lui frequentava un altra classe, alcuni professori erano gli stessi, le materie erano le solite. La mia classe era leggermente avanti nel programma, rispetto alla sua e questo gli permetta di venirmi a disturbare per essere aiutato nella lezione. Ma non credo che ne avesse avuto realmente bisogno. Anche perché le ultime pagelle, non erano male. Tuttavia nell'ultimo anno facevamo spesso i compiti insieme, anche per la preparazione alla tesina e tutto il resto.
A scuola non potevo parlare con tante persone, mi limitavo a fare il minimo indispensabile, così da non dare troppo nell'occhio.
Inoltre la scuola era in fermento per il ballo d'inverno.
Si sarebbe tenuto la prima settimana di Novembre.
E io ancora non avevo un vestito, figurarsi un cavaliere.
Così durante la ricreazione, decisi di sedermi sul muretto, cosa per me inusuale, e sfogliare qualche sito di vendita di vestiti on-line.
Mi appoggiai al muretto e guardai fino a che un ombra mi sovrastò,
"Hey Regina, che stai facendo?"
Vic, era lì, a venti centimetri da me, coi capelli sciolti che ondeggiavano alla brezza invernale. Era insolitamente vicino, solitamente bello.
Presi un grosso respiro.
"A parte che non mi chiamo Regina, ma Arianna, come ben sai... sto scegliendo un vestito per il ballo invernale"
"Qualcuno ti ha invitata?" la sua voce era strana,
"No, e non credo che succederà da qui a tre settimane, ma intanto so cosa mettermi, Se conoscessi almeno il colore del tema sarebbe già un bel vantaggio"
"Blu"
"Come scusa?
"Il colore sarò il Blu."
" E tu come fai a saperlo?"
Il suo sguardo si posò sulla ragazza che era stata incaricata di fare le decorazioni in modo segreto alla festa. Anche lei lo guardò e lei le sue amiche si misero a ridacchiare, poi tornò a guardarmi torva. Vic se ne accorse, e appoggiò la sua mano al muretto coprendomi la visuale avvicinandosi ancor di più.
"Se vuoi vengo io con te"
Il trillo della campanella, coprì la mia risposta. E lui rimase ad osservarmi.
"Dato che non hai sentito, non mi ripeterò, ciao."
Gli passai sotto il braccio e fuggì in classe prima che potesse prendermi.
Per tutta la lezione di Italiano, non pensai ad altro.
Quando finalmente potemmo uscire definitivamente dalla scuola, andai verso l'auto aspettando Vic. Mi appoggiai al cofano e mi sciolsi i capelli. Un ragazzo, con il casco, si fermò con il motore di fronte a me.
"Ciao, senti, questo è l'Istituto tecnico?"
Risposi senza pensare, prima di guardare il ragazzo, era bello, una bellezza classica, aveva gli occhi simili ai miei, aveva il casco in testa quindi non avrei saputo dire se avesse un bel volto o no. Parcheggiò il motorino accanto all'auto e si tolse il casco, l’avevo già incontrato, ed era simpatico.
“Sono Max, ricordi? mi sono trasferito, e devo venire all'ultimo anno in questa scuola, nella classe ...5A" Aveva preso un bigliettino della scuola e l'aveva letto di fronte a me.
Lo guardai e risposi che era anche la mia classe.
Poi lo vidi, dietro di lui, Vic che ci osservava. Potevo sentire da lontano le sue ondate di energia. Era come se fosse arrabbiato. Prese tra le braccia la bambolina che rideva al suo fianco e la strinse a se. Sentì come una fitta al cuore. Probabilmente Max si accorse di qualcosa, perché si girò verso di lui, e mi chiese chi era.
"Solo mio fratello"
"Ah non vuole che nessuno parli con la sua meravigliosa sorella a quanto pare..."
Lì per lì non l'ho fatto apposta, ma ripensandoci forse un pochino l'ho fatto, mi tolsi lo zaino, e il mega felpone che al solito copriva le miei forme, mi infilai il giacchetto di pelle, e presi il cellulare. Feci finta di dare il mio numero a Max, in realtà continuai a parlargli della scuola e di quello che stavamo facendo durante il periodo. Comunque tenevo fisso lo sguardo su Vic, o almeno così credevo di fare, fino a che non mi sentii una mano intorno alla vita nuda. Mi si rizzarono tutti i peli dal brivido.
"Non credi di essere un pò troppo spogliata per Ottobre."
Vic mi teneva per il punto vita e le sue dita sfioravano delicatamente la mia pelle, mandandomi scariche di elettricità per il corpo.
"Non credo, Tu che ne Pensi Max? Non è un Pò caldo"
Max, che probabilmente era rimasto sorpreso della domanda, rimase in silenzio per qualche secondo, e poi disse.
"Ciao Arianna, ci vediamo domani allora"
"Si. Ciao"
Max, si protrasse verso di me e mi abbracciò, io rimasi un pò come un pesce lesso, ma lo salutai e guardai Vic che mi prese per il polso e mi aprì la portiera. Poi prese il mio zaino e lo tirò sul sedile posteriore. Non proferì una parola fino a casa.
E nemmeno a tavola.
Decisi di non prestarci molta attenzione. E andai in veranda a leggere un libro.
Non so come ma mi addormentai.
Sognai di essere in un piccolo villaggio , o in un piccolo quartiere, non avrei saputo spiegarlo meglio, che mi preparavo e mi vestivo per una festa, per un avvenimento importante. Le campane suonavano e scendendo le scale di quelle che sentivo era casa mia; una luce dorata aveva inondato tutto. La mia testa era pesante, mi diressi verso lo specchio più vicino. L'immagine riflessa non era la mia, ma era molto familiare.
Nel sogno ero io, ma non lo ero allo stesso tempo. C'era una musica, che proveniva da una delle stanze, mi diressi là, ma era come se i miei piedi fosse incatenati al suolo. Provai a parlare, ma non ci riuscì, e nella paura mi svegliai.
Gli occhi di Vic, vicino ai miei che mi osservavano. Profondi, e magnetici occhi castani che mi portano alla deriva. Il suo profilo, così delicato e rude al tempo stesso. I suoi capelli che ricadevano gentili intorno al viso. Un po pirata e un po signore, come una vecchia canzone di cui scordi le parole.
Gli sorrisi senza rendermene conto, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, e i suoi occhi diventarono come quelli di un gatto addomesticato, enormi e tondi. Poi la ragione ha preso il sopravvento e sono sbiancata di colpo. Mi sono alzata e nel farlo maldestramente ho messo un piede sopra il libro che mi era caduto e gli sono crollata addosso.
Non so come. Non so perché, lui mi ha preso. e mi ha tenuta stretta. Stretta al punto che i nostri respiri iniziavano e finivano nell'altro.
Riuscivo a sentire il battito del suo cuore, i muscoli sotto la pelle, e le sue labbra così vicine da vedere ogni singola crepa della sua bocca.
Un pensiero mi balenò nella mente, mentre sentivo la sua mano muoversi sulla mia schiena, se per lui non fosse stato così, se non fosse stato altrettanto?. Poi mi venne in mente la ragazza di stamani, e lo allontanai da me. Sembrava quasi ferito, ma il pensiero che sembrava essersi depositato un attimo su i suoi occhi gli passo' immediatamente e pensai di aver interpretato male.
"Tutto bene?" mi chiese.
"No,SI,Si tutto bene, che ci fai qui?"
"Sono tornato dalla palestra e ti ho trovato qui, e tu? Il tuo sogno sembrava piacevole"
Mi ricomposi velocemente "Non più di tanto, che ore sono?"
"Le 17:30, Vuoi bere qualcosa? Mi faccio una doccia e ti faccio compagnia..."
"ehm, Si, No, Faccio un Tè, se per te va bene. Vado"
Mi diressi velocissima in cucina e caricai il bollitore dell'acqua.
Lui rimase lì, per qualche minuto a fissarmi poi, prese la borsa che era a terra e andò verso camera sua.
Preparai zucchero e bicchieri, e mi misi seduta in poltrona ad aspettare l'infusione del tè.
Il mio speciale tè verde con erba nana e menta che preparavo ogni giorno verso le 18:00.
Di solito io e lui ci sedevamo a berlo mentre finivamo i compiti, ma ultimamente era quasi impossibile. Tra La sua palestra e miei impegni con il basket, era raro un pomeriggio così.
Mi persi nei miei pensieri, mentre ascoltavo lo scrosciare della doccia in sottofondo e il silenzio della casa. Eravamo soli, io e lui. Lidia e Dario, mia madre e mio padre, erano a lavoro, e io facevo dondolare la mia gamba sulla spalliera della poltrona.
Avevo due sogni, nella mia vita, diventare qualcuno d'importante e trasferirmi vicino ad una spiaggia.
Stando in una penisola come l’Italia, la cosa non era molto difficile, e avevamo una casa al mare, ma quello che desideravo era abitare sul mare, come quelle casette tipo palafitte che si vedevano nelle riviste patinate di moda.
Camminare lungo la battigia, con i miei bambini al mio fianco e riposare su una distesa di sabbia, o su un campo di fiori, da cui si vede il mare, questo sarebbe il sogno della mia vita.
Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare dal pensiero, quando sentì una strana corrente elettrica attraversarmi il corpo.
Vic era di nuovo lì.
"Regina, non sarai narcolettica?"
"Non stavo dormendo, ti aspettavo, ci metti una vita a fare una doccia"
"Senti chi parla, quando la doccia, la fa sua maestà dobbiamo aspettare almeno un ora prima di rifarla, perché la signorina consuma tutta l'acqua calda"
"Potremmo farla insieme, così dimezziamo i tempi"
Ci misi mezzo secondo per capire cosa mi era uscito dalla bocca...
Mi accostai la mano alla bocca e mi alzai di scatto,
"Non volevo dire, questo.. Fai conto che non abbia risposto ok?" Cominciai a balbettare robe senza senso e Vic che all'inizio era rimasto, colpito, basito, sorrideva? Che faccia era quella? Cominciò a ridere.
Bevvi il mio tè tutto d'un fiato, quasi a volermi ustionare la bocca. Poi fuggì in camera mia.
Cinque secondi dopo, stava bussando.
"Avanti"
Lui rimase sulla porta, Dario ci aveva proibito di entrare l'uno nelle stanze dell'altro, ma uno spiraglio di dieci centimetri per parlare c'era stato concesso.
Forse Vic conosceva la mia stanza, o almeno ciò che riusciva a vedere da quello spiraglio, ma io non conoscevo la sua. infatti mi ero ripromessa di non entrarci mai.
"Arianna"
Quello era il tono di voce che preferivo di più sulla terra, mi chiamava con tutta la dolcezza del mondo, e sapevo che se mi chiamava in quel modo, non avrei mai saputo dirgli di no.
Mi voltai a guardarlo e rimasi in silenzio,"..io.."
Un rumore di chiavi alla porta principale, chiuse la porta e sentì distintamente mia madre che ci chiamava.
la tensione era sparita, o almeno volevo che così fosse.
Lidia, mi tirò una busta di vestiti addosso, che aveva appena comprato e lo stesso fece a Vittore.
"Questi sono per i vostri voti a scuola. Andate a provarveli e fatemi sapere come vi stanno"
Andammo entrambi ad abbracciarla e poi ci dirigemmo nelle nostre camere.
Quella notte sognai ancora il bosco, l'unico momento di pace a cui ero abituata, i suoi colori, il suo odore.
Ma ad un certo punto il sogno mutò.
C’era una persona con me, rideva. Non la vedevo in volto.
Siamo entrati in un posto, è buio… è strano sembra la mia scuola. È un posto che conosco.
Il ragazzo è più grande di me, si preoccupa per me. Ma io sono calma, anche se dico cose diverse, -come ho paura, ma è sicuro?-
Ad un certo punto, senza farmi vedere, tiro un oggetto nella direzione opposta dove siamo. Lui chiede chi c’è. Io? Io ringhio e lo attacco al petto. La sensazione che mi da è bella. Una flebile luce viola esce dalla sua bocca. La bevo . La inspiro. Completamente. Sono appagata.
Mi guardo le mani. Sono lame affilate.
Trascino il corpo in un bagno, gli taglio la testa.
Pulisco.
Esco.
Torno nel tunnel di terra che si apre su un muro di candele . Cado sul mio giaciglio di foglie.
Mi svegliai, e mi guardai le mani. Questo incubo era diverso. Totalmente diverso. Guardai la mia stanza, non era successo nulla. Mi riaddormentai subito. Come se fossi stata stanca delle azioni compiute.
La mattina mi invase con la sua luce calda e presto fu l'ora di alzarsi.
Mi sentivo bene. Come se non avessi mai sognato.
Decisi di mettermi qualcosa di quello che mi era stato regalato il giorno precedente, c'era un carinissimo Top giallo e una gonna di jeans che sembravano fatti per stare insieme, e dato che comunque avrei avuto modo di cambiarmi per l'ora di ginnastica, decisi di metterli.
Misi una giacca svolazzante aperta sopra e mi diressi a fare colazione.
L'umore di Vic sembro' cambiare di colpo, ma non ci fesi troppo caso, presi i complimenti di babbo e mamma e andai allo specchio per mettermi il mio profumo. Lasciai i capelli sciolti, quella mattina avevo avuto il tempo di lisciarli un pò e un pò d'aria gli avrebbe fatto bene.
Forse ci misi un pò troppo tempo allo specchio che Vic cominciò a farmi delle strane domande.
"Non avrai freddo così, poco vestita.?"
"Non credo, no. " Andando alla macchina. Risposi guardando il parka che era comunque sul sedile posteriore.
"E la gonna a scuola non mi pare te la sia mai messa"
"E' vero, si, mi sta male?"
"No, no, assolutamente no"
La sua attenzione si spostava dal volante alle mie gambe, e ho dovuto riprenderlo due volte. E la cosa mi faceva molto ridere.
"Non preoccuparti, starò bene e comunque ho un cambio in borsa" gli dissi.
Mi ritrovai Max accanto di banco, non so ne come, ne perché ma ci trovammo a parlare l'intera mattinata.
Era un ragazzo simpatico, dopotutto, aveva quell'atteggiamento un pò Naif, un pò elegante che piaceva molto alle ragazze, infatti nuovamente ero stata invitata dalla combriccola delle ragazze e dire la mia opinione in merito.
Adesso mi avrebbero odiato anche per Max, oltre che per Vic. Già che mi ritenevano una specie di regina delle nevi, pronta a prendere ogni uomo dalle loro esistenze, tutto questo grazie ad un paio di ragazzi che si erano dichiarati, ma che io avevo, ovviamente, rifiutato, ma di cui le ragazze erano innamorate. Nella mia testa mi ripromettevo di non dare più spago a qualsivoglia ragazzo che ti cerca per una penna in prestito.
Adesso ci si metteva anche Max, il Baywatch della situazione, non so per quanto avrei potuto reggere.
Tra tutte le ragazze si trovava anche miss Malefica in persona, Stefania, che da quando gli era stato vietato di venire in casa nostra, aveva la sua personale crociata contro di me.
Davvero inutile.
La professoressa Fabiani entrò in classe e ci presentò una nuova alleva. Io all'inizio non ho visto chi fosse perché stavo rovistando nello zaino alla ricerca del cavo del cellulare, ma quando la ragazza si sedette accanto a me, notai che aveva un viso familiare.
Noemi era tornata.
Non so come ma riconobbi quegli occhioni sfavillanti impregnati di mascara, e quelle adorabili fossette alla prima occasione.
Non la vedevo da ben 8 anni. Ok, le telefonate non contavano.
E fui felicissima
Durante la ricreazione cercai di liberarmi dalla presa di Max, che sembrava molto interessato anche a Noemi e fuggimmo nel cortile esterno.
Era una delle mie più care e vecchie amiche. Eravamo quasi cresciute insieme, ma poi i suoi si erano trasferiti quando lei aveva 10 anni e non l'avevo più rivista fino a qualche mese fa, quando suo padre era tornato nel distretto.
Mi sedetti con lei, a parlare. Fino al suono della campanella, poi corsi di nuovo in classe.
Passai di fronte a Vic ridendo con Max, e mi sembrò di percepire una forte ondata di astio, ma non me ne preoccupai.
A lezioni ultimate Max, mi chiese se volevo andare con lui in moto a casa. Sapevo che non era proprio il caso, tuttavia, avevo bisogno di staccare un pò dagli sguardi accusatori delle ragazze e da Vic, così andai dal mio falso fratello e l'ho informai di fronte a tutti, in modo che non potesse ne rispondermi in modo negativo, ne farmi una scenata. Aveva per le mani l'ennesima bambolina bionda, che sfortunatamente per lui, manipolai, in modo che fosse lei ad essere riaccompagnata a casa. Notai il modo in cui le nocche di Vic diventavano bianche intorno allo zaino. Ma feci i miei saluti e me ne andai.
Non avrei voluto usare Max, ma avevo bisogno di aria fresca e un giro in vespa mi sembrava la soluzione ai problemi.
Max aveva un profumo di muschio bianco e limone. non avrei saputo dire, non era un odore che mi era particolarmente mai piaciuto, quindi stare con lui, in moto alla fine non sembrò così gradevole come pensavo, in più mi sentivo un pò a disagio. Forse perché avevo anche intuito che a Max piacesse Noemi, e mi stesse usando per estorcermi qualche informazione su di lei, oltre essere una sua semplice compagna di classe, ma per me, non c'era altro. Arrivati a casa, ringraziai Max con un abbraccio e vidi Vic seduto sulle scale ad aspettarmi.
Le sue occhiaie erano ancora più oscure dell'ultima volta. Ma almeno sembrava che non gli importasse molto di Max, forse anche lui si era reso conto che per me era solo un amico.
Guardai in fondo alla strada, Stefania, stava arrivando a passo spedito, probabilmente non aveva gradito che Vic avesse riportato a casa Francesca e non lei, la sua faccia era leggermente arrossata e aveva i labbri arricciati come se avesse assaggiato del limone troppo aspro.
Vic si girò verso di lei e si alzò in piedi. In modo strano.
Posai la borsa nell'ingresso e mi sedetti sulla scalinata.
Stefania non mi salutò nemmeno, andò dritta verso Vic, feci finta di scrivere qualcosa sul mio diario, e ascoltai la loro conversazione.
Come immaginavo, Stefania, non era stata per niente contenta che Vic avesse dato "tutta questa confidenza a una bimba del secondo anno", stavo per mettermi a ridere, quando Vic mi guardò, tirò a se Stefania e la baciò.
Mi vennero i brividi dal disgusto, chiusi il diario e mi avvicinai verso loro.
"Ehm, Vic, Posso parlarti un momento"
"Non vedi che abbiamo da fare" rispose Stefania.
Vic, mi guardò e spostò Stefania di peso.
Gli ricordai, la telecamera che era proprio sopra di loro, e che Dario e Lidia potevano controllare in ogni momento tramite la App del Cellulare. Poi mi dileguai in soggiorno.
Dopo qualche minuto anche Vic, rientrò in casa.
"Potevi portarla fuori, l'importante è che non state davanti la telecamera" Probabilmente mi uscì dalla bocca in modo non troppo aggraziato che subito Vic mi si scagliò contro.
"Ah, quindi è la telecamera il problema? La stessa telecamera che ha visto te tornare in Vespa con uno sconosciuto?"
"E' un mio compagno di classe e di banco, dirò semplicemente che si è preoccupato per me e voleva che tornassi a casa"
"Come sarebbe compagno di classe? Di banco? Quel tizio ti è accanto in classe?"
"Si"
"Non è Possibile" Vic continuava a girare per la stanza come un pazzo.
"Non capisco dove sia il problema, anche Stefania è in classe con te, ma io non stò facendo una scenata"
Vic rimase lì a guardarmi un attimo, poi mi si avvicinò velocemente come se volesse ... non so cosa volesse, so solo che il mio cuore rimase bloccato per un attimo, un attimo infinito, dove il mio respiro era rimasto a metà.
Forse è proprio vero che ci si innamora di chi non si vede, perché in quel momento il mio cuore non vedeva altro che la bocca di lui, il suo carattere, il suo temperamento. Era sempre stato così. Anche da piccoli.
Se doveva dirti una cosa, passavano anni.
Non riuscivi a togliergli due parole di bocca, su cosa provasse, su cosa sentisse.
E questo, questo mi faceva stare male. Perché anche se io ero la regina dei ghiacci, solo lui riusciva a leggere chi io fossi davvero.
In quel momento eravamo così vicini, sentivo la sua elettricità che mi attraversava a ondate. Il mio stomaco si era chiuso, e farfalle di ogni tipo lo stavano attraversando.
Lui mi prese una ciocca di capelli e la fece passare tra le sue dita.
Non so come sia stato possibile, ma sentii ogni cosa, dal primo tocco del capello a quando le lascio ricadere gentili sul petto. Poi si avvicinò e sentimmo la macchina di Lidia sul vialetto .
Ci spostammo indietro, e io mi scontrai contro il tavolino da caffè, rovesciando una candela spenta. La rimisi subito in posizione, Vic svicolo in cucina.
Lidia, mia madre entrò in casa e dopo una prima occhiata, venne verso di me pensierosa.
"Amore stai bene? Sembri accaldata... Non avrai già preso l'influenza?"
" No mamma, e quando mai sono stata malata? " mi misi a ridere " Ho fatto ginnastica oggi, magari è quello"
"E chi era quel ragazzo che ti ha riportato a casa in moto"
Eccoci, pensai.
" Era una vespa, è Max un mio compagno di banco"
" Sembrava carino"
" E' solo un amico, niente di più"
Avevo quasi la netta impressione che Vic, stesse origliando.
"Vic, dov’è?"
" Sono qui"
Stava ovviamente origliando.
" A te non era stato detto, niente ragazze sul portico, o mi sbaglio?"
" Si signora, non succederà più"
"Lo stesso vale per te signorina"
"Si mamma."
" Bene. Ragazzi lo faccio per voi, Se non avete rispetto di Voi stessi, chi può averne? Dovete prima imparare a camminare e poi a volare... Inoltre quella ragazza non l'abbiamo già vista diverse volte? C'è qualcosa tra voi?"
"Sono quasi fidanzati" dissi ridendo, in verità morivo dentro. Ma volevo una specie di conferma da Vic, e quale miglior momento.
"No, assolutamente ,no, si, a lei piaccio, ma per me è solo un amica"
"Se tutte le tue amiche, le baci, figlio mio, qui presto diverrà una bordello; cerchiamo di tenere delle distanze eh"
Rispose Lidia. "Comunque vado a preparare qualcosa da mangiare, che vi andrebbe?"
"Pasta alla Boccalona" Vic e io demmo la stessa risposta positiva.
Cenammo.
Mio padre era preoccupato per una serie di uccisioni che erano avvenute in zona.
Erano stati trovati degli uomini uccisi, in paesi vicini, uno a Firenze. Uno a Empoli. Uno a San Miniato. Ma le indagini non avevano portato da nessuna parte. Si sapeva solo che erano stati visti uscire con una donna, la notte del delitto e poi il loro cadavere era stato rinvenuto la mattina dalla gente.
Dai tagli e dalle lacerazioni, si credeva fosse una bestia all’inizio. Ma poi, i PM avevano cercato una persona.
Infatti una pantera a Firenze era poco plausibile.
Dario e Lidia ci misero in guardia di non uscire con persone che non conoscevamo.
Io guardai Vittore e gli dissi.
«Dice a te…
«Ecco lo sapevo.
«Dico a entrambi,
La sera i nostri vicini, fecero una piccola festa in giardino, le luci erano carine, e decisi di mettermi in terrazza ad ascoltare la musica e a scrivere un pò.
Accesi la mia candela preferita al profumo di mare e mi rilassai.
Non so cosa successe, se fu' la candela o l'aria fresca della sera, ma la mia vecchia cicatrice, cominciò a bruciarmi più del solito.
Da quando ho memoria ho una cicatrice a forma di cerchio sulla mia spalla destra, come se fosse una scottatura, i miei genitori non ne parlano, alcuni mi hanno detto che potrebbe essere una voglia, ma alcuni confermano in una bruciatura, però non è mai scomparsa ed è cresciuta con me, è perfettamente circolare, ma ultimamente è come se al centro si stesse colorando, dovrei fissare un appuntamento dal dermatologo, ma non sono sicura che capirà più del solito. Ci sono stata anche un mese fa, quando mi svegliai dal solito incubo, e sembrava che la cicatrice bruciasse. Ma non ne venne fuori nulla.
Guardai lontano da me , giù fino al giardino dei vicini. E lì qualcosa colpì la mia attenzione. Una fitta nebbia si stava espandendo e nascendo dal vecchio albero del quartiere. Una foschia lieve, portata dal vento, mi guardai preoccupata intorno, sembrava che il tempo si fosse fermato o rallentato in qualche modo. I brividi mi stavano entrando sotto pelle, e sentii un frullio d'ali tutt'intorno a me, ma non riuscivo a vedere da dove provenisse. Mi girai verso la porta e quando guardai di nuovo verso il giardino una schiera di piccioni si erano appollaiati sulla veranda, e mi stavano fissando? Sembrava di vivere uno di quei sogni lucidi, che ultimamente avevo, e a cui facevo fatica a svegliarmi. La nebbia mi investì in pieno, sentii il sapore della rugiada e dell'umidità attaccarmi le ossa. Poi come se tutto di fronte a me, fosse scomparso, vidi emergere dalla nebbia un enorme testa bianca, come un drago, ma più antico, qualcosa che la mia mente aveva dimenticato ma che conosceva da tempo. Uno di quei tremori notturni che a volte avevo sognato, con enormi occhi verdi. La creatura fiutava l'aria come in cerca di qualcosa, poi si giro e mi fissò. Dalle sue fauci uscì un grido di disperazione e d'aiuto. All'inizio ero terrorizzata me poi la nebbia l'inghiottì di nuovo e così, come era arrivata scomparve. La musica tornò nelle mie orecchie e i volatili scomparvero. In quel momento tutto era tornato alla normalità. Come se non fosse mai accaduto.
Rientro in camera, arrabbiata e impaurita, mi guardo allo specchio. I miei occhi sono cerchiati di rosso come se avessi pianto per giorni. I miei capelli, sono diventati una enorme criniera selvaggia, prendo un foulard, e cerco di legarli al meglio. Guardo la cicatrice, un dolore intenso si sprigionava da essa, è come se avesse avuto vita propria.
Forse avrei fatto meglio ad andare a dormire. Ma anche se orami ero pronta, mi giravo e rigiravo nel mio letto, fino a che, non è giunta la mattina.
Mentre prendo il mio zaino dall'ingresso, Vic mi passa accanto, il mio cuore comincia non darmi più retta. Riesco a mantenere a stento il mio autocontrollo.
Fortunatamente il mio cellulare comincia a suonare,
E' Max, mi chiede se voglio andare a scuola con lui. Alla fine il mio numero di cellulare gliel'ho dato per i compiti.
Sbuffo e respiro, lascio il cellulare sulla credenza e vado a prendere un bicchier d'acqua.
Quando torno trovo Vic, con il cellulare in mano.
«L’attrezzo, ha il tuo numero?»
«Max? Si certo. Come il tuo, l'hanno tutte le ragazze della scuola? Problemi?»
«No, No, quindi qualcuno si è avvicinato alla regina dei ghiacci..»
«Non essere stupido, è solo un amico. Gli presenterò Noemi. Credo che andranno molto d’accordo»
Max, mi chiese di uscire. E io accettai. Forse Max aveva in mente qualcosa, ma non conosceva il posto e voleva che lo accompagnassi in uno dei locali di zona. Una buona azione non avrebbe certo male a nessuno.
Facendo uno sforzo, ho indossato le uniche cose che avevo per le serate, un paio di leggings finto pelle con inserti in trasparenza e un maglioncino bianco largo che lasciava le spalle scoperte, e degli stivali con un pò di tacco.
Questo per me era il massimo, mi spazzolai i capelli e cambio la mia solita divisa. Con il ferro arrotolai la fine dei capelli, e cercai di mettermi l'eye-liner, presi un rossetto e lo picchiettai leggermente sulle labbra.
Mi stavo per infilare il giacchetto quando Vittore, uscì dalla sua camera.
«Per quell'attrezzo ti sei messa in tiro?»
Gi si accapponò la pelle, deglutii a fatica e cercai di avere un attimo di contegno.
«Gli faccio vedere solo un locale qui in zona, lui dopotutto si è trasferito da poco, lo porterò in Limonaia, e poi torneremo a casa... »
Notai che anche lui si era cambiato, aveva in progetto di uscire?
Mi infilo una ciocca ribelle dietro l'orecchio, fingendo che non mi importasse.
«…E poi tu non devi uscire con…?»
«Stefania» aggiunse
«miss Malefica...che novità!» Dissi sarcastica.
Sono furiosa, i rumori di Lidia e Dario che ridono in soggiorno, mi fanno tornare per un attimo lucida. Cosa sto facendo.
Vic sembra strano i suoi occhi, sono come quelli di un leone ferito.
Si volta, chiude la porta che da sul soggiorno,
«Tu credi che mi interessi lei?»
Rimango spiazzata, ammutolita, la pressione comincia a salire, si avvicina lentamente, si sposta i capelli, come se volesse dirmi qualcosa di importante, mi guarda, e continua a guardarmi troppo a lungo perché io posso evitarlo. Mi ribolle il sangue nelle vene, non riesco a muovere un muscolo.
Sento il suo respiro, che mi pervade, si avvicina ancora e ancora, si sofferma a pochi centimetri dalla mia bocca.
Perché deve essere cosi? Baciami dannazione! vorrei urlargli ma sono completamente ammaliata e terrorizzata allo stesso tempo. Stò fissando da un tempo infinito, ipnotizzata, la sua bocca, perfetta.
Lui mi guarda con gli occhi socchiusi, ha un respiro pesante, mentre io ho deciso di smettere di respirare del tutto.
« Vic noi dovremmo essere solo fratelli»
« I tuoi genitori mi hanno preso in casa quando avevo 12 anni. Noi non siamo fratelli, ora basta..» la sua voce come un rantolo basso, gutturale, mi fa perdere la ragione. Una scarica di adrenalina mi sta attraversando il corpo la solita scarica che mi pervade ogni volta che lui mi tocca, lo guardo confusa e lui mi prende la testa fra le mani, sento ogni suo dito sfiorarmi la nuca, le sue labbra sono sulle mie. Gemo, lascio aperto un varco alla sua lingua, lui ne approfitta. Dal non essere mai stata baciata, ed essere stata baciata così , è incredibile, mi unisco al suo ritmo in una danza che unisce le nostre lingue in un turbinio armonio e implacabile, sono completamente senza fiato, sposta la mano per afferrarmi il mento mentre il contatto con la sua pelle e le sensazioni che mi da mi invadono piacevolmente, i suoi fianchi mi imprigionano all'angolo della porta, sento lui e soltanto lui, il mio Vic, il mio impossibile amore, e sento che anche lui mi vuole, quanto lo voglio io.
Sono senza fiato.
Il clacson della vespa di Max, ci interrompe. Si stacca bruscamente da me mormorando "tu sei Mia, solo. Mia."
La porta del salone si apre, Dario, mio padre. Appare sulla soglia. Vic si stacca in batter d'occhio, lasciandomi lì sospesa, con le labbra livide di baci, lui da' le spalle a Dario e gli comunica che stò per uscire, con una ragazzo. Io butto giù la testa, prendo il giacchetto, annuisco. E senza dire una parola esco di casa.
L'aria fredda mi investe in pieno. Ancora non ho connesso, cosa sia successo. Ho il cuore a mille, ancora una volta vorrei sedermi e appoggiarmi alle mie ginocchia che stanno ancora tremando.
Sono fuori al freddo con la giacca in mano pronta ad uscire con un ragazzo, quando invece l'unica persona che voglio è all'interno di casa mia.
Guardo il cielo e mi chiedo quanto posso essere cretina.
Vado verso Max, lui è molto contento, lui parla ma la mia testa è altrove. Mi fa guidare il suo motore, dopotutto io conosco la strada, lui no.
Si stringe un pò troppo a me. Cerco di non farci caso.
Max è un bel ragazzo, quando arriviamo al locale, noto che alcuni compagni della mia scuola sono già lì e con loro le relative ragazze. Non che siano proprio le loro ragazze, ma è un luogo d'incontro per tutti quelli della nostra età ed è anche un ottimo posto per rimorchiare.
Un impeccabile biondina, di cui non ricordo il nome ci avvicina al tavolo mentre noi ci sediamo, Max sembra disturbato dalla cosa e non le presta molta attenzione.
Mi dispiace bambolina, ma ho il vago dubbio che dopo questa sera Massimiliano, non ti darà nessuna chance.
Guardo alla nostra sinistra e noto, il tavolo di Miss Malefica e le sue ancelle.
«Ragazze io devo andare, stasera uscirò con Vic» viene verso di me e lo dice talmente ad alta voce che persino il barista lo riesce a sentire.
sovrastando la musica e la gente che sta suonando, e viene dritta verso di me.
«Ciao, Vic è a casa?»
« Si. Ti stava aspettando» Rispondo acida « Ma chiamalo prima, perché i nostri genitori non vogliono che lo baci nel cortile, come ieri, si sono molto arrabbiati..»
Stefania continua a guardarmi con quegli strani occhi malvagi. Giuro che davvero non so cosa ci possa trovare Vic in lei. Forse per quei suoi capelli rossi, mi stò oziosamente chiedendo se non sia perché lei è la nave ammiraglia della scuola, e se Vic abbia imparato da lei a baciare, così.
Mi torna in mente il bacio di Vic e divento paonazza.
Max mi guarda e mi chiede se voglio qualcosa da bere.
«Oh, sì, grazie. Una pinacolada se c’è»
Max si alza e va al bancone del Bar.
Finalmente sola al tavolo, ma mi sento stranamente controllata, con nonchalance, mi metto a cercare da dove provengono gli sguardi. Un gruppo di ragazze mi stanno osservando, con uno strano lampo negli occhi.
Una di loro va al bancone da Max, vedo che iniziano a parlare, poi lei le allunga qualcosa a lui, ma lui rifiuta e se ne va.
«Tutto bene?» chiedo io
«Si, una tizia mi ha chiesto di uscire con lei, e mi voleva dare il suo numero di telefono... io ho risposto che ero già in compagnia e che sarei stato una pessima persona se avessi preso il suo biglietto, e poi me ne sono andato. Non mi piacciono le ragazze così sfacciate, ne era piena la città da dove provengo, e mi hanno dato sempre un sacco di problemi. Io voglio qualcuno di semplice»
Si avvicinò con la sedia. Ecco ci siamo, se non gliene parlo adesso poi non avrò più il coraggio.
Il tempo di bere un sorso di pinacolada e la dose di alcool mi fece girare la testa.
Parlo. Parlo ininterrottamente di Noemi della scuola. Max quasi prende appunti.
Mi chiedeva come mai oggi non fosse venuta a scuola. Era andata dal dentista risposi semplicemente. Bevemmo qualcos’altro e poi fu l’ora di rientrare.
Oggi finalmente avrei rivisto Noemi dopo diverse settimane.
Insieme saremmo dovute andare in libreria.
Il tempo di queste lezioni e presto sarei tornata alla mia solita, vita. Fatta di lezioni e incubi. La classica adolescenza praticamente.
Accesi il computer e misi su un paio di canzoni, oggi Max mi aveva dato il tormento, ma gli avevo dato appuntamento nel primo pomeriggio, per parlargli in modo chiaro. Doveva chiederle di uscire personalmente. Anche se si erano visti due volte sole in classe sapevo erano destinati.
Noemi arrivò verso le 14.00 e ci sedemmo a bere sul divano.
« E quindi racconta, come sono state queste settimane, senza di me ?»
« Una tragedia greca, ho avuto più incubi che capelli, tra professori con improvvisi compiti, gli allenamenti di basket, e questo nuovo arrivato che ti devo presentare, stò messa veramente bene, guarda.»
«Nuovo arrivato? E con Vic, come va?»
«Come vuoi che vada, è sempre scontroso, sempre preso dalle tremila bimbette che gli girano in torno»
Noemi e io ci guardammo negli occhi, lei sapeva perfettamente ciò che io provassi, ma cercava in tutti i modi di spingermi a dichiararmi, perché credeva che anche lui, provasse qualcosa per me. Per me era impossibile.
La mia unica possibilità sarebbe stata legarlo fuori di casa in modo che i nostri genitori non ne sapessero nulla. Ma in realtà la mia paura più grande era che avrei minato la loro fiducia che hanno riposto in me, se gli avessi detto ciò che provavo per Vic. E di cui non ero molto convinta nemmeno io. Essere tra l'incudine e il martello è sempre stato un enorme problema.
Ho anche dei compiti da finire, quindi io e Noe ci mettemmo a lavorare ad un progetto per la tesi insieme.
Lei io e Max avremmo dovuto sviluppare un progetto di classe insieme.
Avevo convinto la prof. Fabiani a fare da io da tutor ai nuovi arrivati … e così dopo un ora è arrivato anche Max, quando ho aperto la porta ho visto un lampo interessante negli occhi di Noemi.
«Ciao, sono venuto a fare una aggiornamento sul programma come mi avevi detto»
«Si, guarda , questa è Noemi, la compagna di classe ... penso che diventerete amici»
Max sembrò sorpreso.
«Vado a prendere da bere» il tempo di dileguarmi un attimo. Quando tornai, vidi Max che parlava animatamente con Noemi. Conoscevo quello sguardo nella mia amica.
Era uno sguardo di somma approvazione, e a quanto pare a Max non dispiaceva affatto.
Ho fatto bingo. Lo sapevo.
La settimana passo tranquilla.
Fino al sabato pomeriggio.
Mi ricordo quando ho incontrato Max per la prima volta…
Un mese fa…
Avevo avuto il solito incubo quella notte.
Caldo, tanto caldo, non riesco a muovermi, terra bagnata sotto di me, le mie mani sono diverse più sottili, provo a muovermi ma questa catena mi tiene ancorata a terra... Sento dei passi, si avvicina.. Non berrò questa volta, non voglio dimenticare ... Si avvicina. Ancora. Ho paura.
Mi sveglio di colpo.
Di nuovo.
Erano molte notti, che non riesco più a dormire. Un altro di quei maledetti sogni. Fin da piccola ha iniziato ad averne . Ultimamente avevo provato anche a dire a me stessa di svegliarsi, mentre dormivo, urlando nel mio stesso sogno, ma niente sembra funzionare.
Mi ributtò giù nel letto, tiro sù le coperte fin sopra il naso e provo a chiudere gli occhi per provare a dormire ancora un pò. Dalla finestra il bagliore dell’alba è vicino.
Arrivava sempre più luce, viola, che preludeva il giorno, la mattina stava spuntando e dovevo andare a scuola, fortunatamente è fine settimana, forse sarei riuscita a dormire un po mentre sono in macchina.
Continuo a rigirarsi nel letto fino a che i primi raggi del sole mi colorano il volto.
Sbuffo e vado a farmi la doccia.
La casa è così silenziosa di mattina. Ogni mia giornata, da qualche mese a questa parte, inizia sempre così.
Il sabato mattina , Virgin Radio, di solito, trasmetteva i soliti due minuti della canzone “Enter Sadman”, ovviamente, sempre e solo, senza l'assolo finale. La Prius procedeva regolarmente sulla FI-PI-LI, superando l'uscita di San Miniato. Vic al volante e io mi si sto controllando il trucco nello specchietto, prendo la mia palette ZOEVA dalla borsa e mi sistemò la sfumatura sull'occhio sinistro.
«L’hai già fatti i compiti per domani?» Vic mi stava portando a trovare sua madre a Firenze, per il loro solito incontro.
«Si, e te?»
«Si... ma non mi è riuscito un logaritmo. Di che cosa parlavi con Lin?»
«Meh... le solite cose.... Lin Quinn aveva una nuova cineseria “dalla Cina col furgone”, un'imitazione del rossetto MAC, Mehr, me n’ha regalato uno» Tirando fuori la scatoletta nera tutta sorridente.
«Eh ti pareva, sempre trucchi.» disse Vic.
«Senti chi parla... voi avete i Videogame» risposi strizzandogli l'occhio.
«Touché’» disse ridendo Vic, mi appoggiai lentamente la testa al seggiolino mentre il calore del sole mi riscaldava le membra.
La sua mente viaggiò indietro nel tempo, erano passati più di 15 anni, da quando la famiglia di Vic, si era trasferita accanto alla loro casa, ed erano una normale e felice famiglia.
Tuttavia il destino aveva riservato loro un tragico evento. Il padre di Vic era stato ucciso da un pirata della strada. Un TIR, aveva fatto inversione a U in autostrada e suo padre non avendolo visto, non aveva fatto in tempo a fermarsi, purtroppo questo gli era costato la vita. Gli incidenti automobilistici e i pericoli legati alle strade erano la principale
fonte di morte in Italia ma al Governo questo non interessava, preferivano blaterale senza risolvere nulla e spillare sempre più soldi alla gente per campare i loro imbrogli.
Dopo quei giorni bui, sua madre, aveva deciso di trasferirsi a Firenze, per non dover usare più’ la macchina, ma Vittore, che all'epoca aveva poco più di otto anni, non la prese molto bene, e fece di tutto per rimanere nella casa dei vicini.
La signora Francesca, che era una donna disconnessa dalla realtà e poco incline al figlio piccolo, fu ben felice di lasciarlo in balia dei vicini che conosceva da solo due anni.
I genitori di Arianna, erano persone calme, pacifiche e comprensive. Accettarono la proposta di Francesca e utilizzarono il loro garage per creare una nuova camera, con salottino, per il nuovo coinquilino, e lo trattarono come un secondo figlio.
Istituendo però la legge “MF.” La legge “Maschio-Femmina”, evitava ad entrambi di entrare (fino a data da destinarsi) l’uno nella camera dell’altro, ed erano vietate relazioni sentimentali tra entrambi.
La pena? Semplice e chiara. Sarebbero stati buttati fuori di casa. E quindi non c'era trippa per gatti.
I due erano cresciuti come migliori amici e fratelli. Spesso si vedevano, foto di entrambe le famiglie, nel corridoio. Una di queste quando Arianna si era rotta il dito a pallacanestro e sfoggiava con orgoglio il gesso, mentre Vic era imbronciato in fondo alla foto.
Altre in cui Rolando e Dario, i rispettivi padri, si scambiavano piantine, e consigli per il giardino. Altre ancora, Vittore e Arianna in collo alle loro mamme, mentre festeggiavano il compleanno di Vic, che era un anno più grande di lei, erano, come se fossero fratelli, tranne che per loro stessi.
Sorridevo sorniona sul sedile del passeggero, guardai Vittore che stava superando una utilitaria, guidata da un vecchio con il cappello.
L’incubo di ogni guidatore. E Vic ne avrebbe presto capito il perché. Andava talmente piano, che i moscerini gli si spiaccicavano sul lunotto posteriore, invece che sul parabrezza.
«I vecchi ad una certa età dovrebbero rimanere a casa. Non essere un pericolo sulle strade!» Esclamò Vic, spazientito dallo zigzagare del vecchietto, poi ingranò la quarta e accelerò per superarlo. Mentre lo superavamo notai che dentro l’auto del signore c'era anche un bambino. Un bambino con un enorme palla arancione, identica alla palla con cui avevo conosciuto Vittore da piccolo per la prima volta.
Chiusi gli occhi e la rividi, una palla arancione e nera della super Santos, che mi era arrivata addosso mentre ero sull’altalena.
E un bambino, con degli enormi occhi nocciola, si era attaccato con tutte le sue forze alla rete, chiedendone la restituzione. Lo avevo guardato sorpresa, non aveva mai visto un bambino nei suoi dintorni, tutti i suoi vicini erano perlopiù coppie anziane e solo durante le festività, si potevano incontrare altri bambini, e la maggior parte sparivano finite le feste, quindi non ne conosceva nessuno.
Ogni giorno Vittore tirava un pallone nel mio giardino, più o meno puntualmente glielo rispedivo, ma non avevamo mai “parlato”. Un giorno d'estate, un pallone bianco e nero della Tango, fu lanciato nel suo giardino, ma questa volta nessun bambino si era presentato alla rete e allora, chiesi ai miei genitori se avesse potuto riportarglielo di persona.
Mia madre Lidia acconsentì e mi accompagnò.
Ad aprire la porta fu Francesca, una donna eccentrica con vestiti sgargianti, anni cinquanta, con una fascia in capo, le mani piene di colori a olio, chili e chili di mascara su gli occhi, identici a quelli del figlio, inoltre notai che aveva diversi tic nervosi.
Dietro di lei, suo marito, un uomo grande e panciuto ma dall'aspetto buono. Un largo sorriso le comparve sul volto, quando vide mi vide, con il nuovo pallone del figlio.
La signora Francesca ci fece accomodare e ci offrì una tisana, mela cannella e verbena, e chiamò Vittore che stava giocando con la Lego. Io non l'avevo mai visto al di fuori della della rete, quindi non sapeva cosa l’aspettasse.
Ero agitatissima e imbarazzata, provavo a stirare con le sue manine il vestito bianco per renderlo perfetto. Vittore arrivò correndo, sudato, con una maglietta rossa e blu, dei pantaloncini corti color grigio cenere, pieno di sbucci e croste, ovunque: sui gomiti, sulle ginocchia e per di più era secchissimo, aveva le unghie corte e sudice, completamente spettinato, ed era un po’ più basso di Arianna. Ma i suoi occhi erano allegri e vivaci. Mi prese il pallone di mano e mi ringraziò bruscamente, e si rintanò dietro sua madre.
Dopo circa cinque minuti, che le madri conversavano allegramente tra di loro, mi si era avvicinato, e avevano iniziato a parlare.
Da quel momento non avevano più smesso.
Era stata, una delle giornate, che per sempre avrebbe ricordato, nel suo cuore.
Ero in macchina come adesso ….
Riaprii gli occhi e mi mise a tamburellare il ritmo della canzone dei Warrant “Cherry Pie” sulla maniglia della portiera, poi presi il telefono e controllai gli aggiornamenti dei miei compagni di classe su facebook. «Ah! Stefania mi ha fatto di nuovo la richiesta di amicizia»
«La mia Stefania?» disse Vic con fare di sfida. Il modo in cui l’aveva detto l’aveva innervosita.
«Si! La TUA Stefania» rispose Arianna ridendo sarcasticamente.
«Rifiutala, se ti dà ancora fastidio dimmelo.» Vic pareva scocciato ma non continuò.
«Non importa, non mi da fastidio. Quella sa sempre dove sei.» Disse Arianna inclinando la testa all’indietro.
«Colpa tua, mi hai detto tu di lei!»
«Non mi dava tregua, mi assillava, ha persino obbligato Lin Quinn a spostarsi di banco.»
«Ah per questo! Quindi tu mi svendi a tutte le pazze che ti assillano?» esplose Vic facendo il permaloso.
«Solo a quelle più carine, perché tu, non hai gusto.» Dissi.
«C'è per caso Vanessa Orsini, tra queste?» Chiese Vic.
«Va-cessa? ti piace Vanessa ?» Dissi inorridita
«Come pratica di mare non mi dispiacerebbe.» rispose Vic ridendo.
«Ti piace quel tipo di ragazza?» Arianna si stava arrabbiando. Non sapeva la motivazione perché mi era uscita quella frase, dopotutto non erano affari miei con chi stava Vic, io sola non potevo starci.
«Nooo; ma per fare pratica andrebbe bene.» Vic continuava a ridere, non rendendosi conto degli sguardi sorpresi, che gli stavo mandando.
«Per FARE PRATICA? Ah questa poi...voi uomini. Ogni buco è quello giusto vero? Da te mi aspettavo di più.» Dissi sconsolata «E va beh... significa che mi sbagliavo, non sei il ragazzo perfetto dei miei sogni» rimasi ferma, elaborando la frase che avevo appena detto...
«Cosa?» disse Vic quasi inchiodando l’auto.
Perché l'avevo detto? Era stato, forse, vederlo con lei, o il modo con cui si comportava con Stefania che mi rendeva nervosa? E poi come si comportava, esattamente? Avevo duemila domande in testa Dopo tutto Stefania era stata la sua ragazza qualche settimana prima, era del tutto normale che lui nei comportasse così. Ultimamente quando stavo con Vic ero un po’ più agitata del solito. Il cuore mi andò in gola, prese a battere più veloce del normale, che cosa mi stava accadendo?
«No, volevo dire. Il ragazzo perfetto... In generale!» Tirai un forte sospiro di sollievo, e anche se non ne capivo il motivo cominciai ad osservarmi le mani. Non riuscivo a guardarlo in viso. Fortunatamente la sciarpa mi tappava più di metà volto.Mi ci nascosi come fa una tartaruga dentro al guscio
«Pensavo, Arianna, che tu fossi diventata gelosa» disse Vic.
«Siiiii ceeerto!» Mi misi a ridere, e mi girai dalla parte del finestrino. Rossa come un tizzone ardente. Troppo tardi per accorgersi che Vic, si era irrigidito ed era diventato rosso anche lui.
Ad un certo punto verso Lastra a Signa, un motore di Harley, alla radio, preannunciava l’arrivo della mia canzone preferita “Girls, Girls, Girls,” dei Mötley Crue. Alzai il volume a palla e cominciai a cantare . Era una giornata strana, faceva abbastanza caldo, ma l’aria era gelida. Non era mai stato così forte il sole a Febbraio, ma dato che avevo l’abitudine di coprirmi, come per andare a sciare, non stavo male.
Mi piaceva sprofondare nella morbidezza dei vestiti. Ai jeans avevo preferito dei leggings neri del decathlon termici e al pullover, una maglia da basket americano molto larga dei Denver Nuggets, azzurra e gialla, dove sotto avevo nascosto, una maglia a collo alto, e due maglioni, poi ovviamente aveva il parka verde con una mega sciarpona di lana rossa.
Portavo una fascia nei capelli di color rosso, a volte come lego, e a volte come collarino, questo, insieme alla mia innata pelle color mozzarella e ai capelli neri, mi aveva fatto acquisire il soprannome di Biancaneve. In molti mi chiamavano così scherzosamente, anche per i suoi modi educati e la somiglianza con il cartone animato della Disney.
Ma solo Vic mi conosceva realmente, a volte mi lasciavo offendere dai bulletti della scuola, certa che non avrebbero mai fatto nulla nella vita.
Li guardavo, di solito, con tristezza. Da lì a qualche anno, forse li avrei trovati a lavorare alle poste o a pulire qualche cesso. Non erano da considerarsi troppo. Tutto finiva, la scuola, gli amici, nessuno era “per sempre” solo la famiglia.
A volte a casa mi piaceva truccarmi molto, poi rimanevo col trucco addosso mezz’oretta mi faceva qualche foto per me stessa, e andava a togliermelo
Ma era un lato che mostravo solo a casa. Spesso e solo con Vic. Mi piaceva anche vestirmi in finta pelle, ma la maschera che ormai gli altri mi avevano affibbiato, faceva parte di me e quindi per tutti era la Biancaneve, regina dei ghiacci.
Si, ero dolce e fredda al tempo stesso ma di sicuro, non cattiva
Odiavo le ingiustizie e soprattutto la gente falsa. Ma in questa epoca era un lato da non mostrare agli altri.
C’era solo una festività, una e basta, in cui davo il meglio di me stessa e a cui nessuno, in casa, poteva sottrarsi.
Il 31 ottobre.
Prima che in Italia diventasse di moda festeggiare Halloween, Io riempiva la casa di candele ed obbligavo tutti a passare la serata guardando film di paura, raccontando storie d'orrore preparando la cena a tema zombie.
La casa, in quelle notti gelide di ottobre, risplendeva di fiammelle dorate danzanti al vento, e sembrava che ogni rumore provenisse dall’aldilà. Erano serate indimenticabili, ricche di risate e magia. Poi arrivò la moda e pian piano i negozi si riempirono di oggetti a tema per la decorazione della casa quindi come festa non sembrava più tanto strana, anzi.
Ma ciò non fermò le mie abitudini che ancora oggi lo festeggiava alla “vecchia maniera”.
Arrivati a Firenze, Vic parcheggiò l’auto lungarno vicino alla Biblioteca Comunale e insieme ci dirigemmo all’appartamento di sua madre. Francesca Pagliai ci accolse calorosamente in casa e ci offrì delle tisane al gelsomino e uva bianca. Mi misi a giocherellare con il Labrador nero di nome Marshmellow e li lasciai un po’ da soli. Dopotutto madre e figlio si vedevano solo una volta a settimana, e non volevo disturbarli.
Presi il cane ed uscì, ovviamente, con l'autorizzazione della padrona.
Avevo bisogno di aria fresca, quello strano dolore alla spalla si stava facendo di nuovo sentire. Da qualche settimana, avvertivo dei piccoli dolori alla spalla sinistra, sembravano più che altro dolori da ”fresco” e quindi non ci avevo fatto molto caso, mi era limitata a massaggiarmi la spalla sopra i vestiti, e a non guardarci nemmeno.
Ma ultimamente si erano fatti più acuti. Erano iniziati proprio la sera del 31 ottobre, come lievi fastidi, che generalmente posso semplicemente eliminarli muovendo l’osso.
Ma adesso sembravano punture di aghi, sempre più intense. Passeggiai e arrivai in Piazza.
Firenze era bella da far paura, era una delle mie città preferite in assoluto, ti potevi perdere nelle meraviglie che si ergevano ad ogni angolo. I monumenti e le opere che la ricoprivano erano in stile barocco, neoclassico, risorgimentale e molti altro. Le menti che avevano solcato quelle strade erano state le più brillanti al mondo.
Ancora oggi, se sapevi dove guardare, su quei sassi si poteva vedere le tracce delle bruciature e del sangue versato per le partite di calcio fiorentino. I carri delle bancarelle, che a destra e a sinistra, contornano la piazza, con le loro lanterne accese, immettevano nell’aria quell'odore di pelle conciata, che ti faceva prudere il naso. La strada, lastricata di pietra serena, con gli anni si era quasi distrutta sotto il sole, a causa dei milioni di passanti, da tutte le parti del mondo e subito ti rimandava ad un tempo antico, un tempo dove il Vasari con i suoi scritti descriveva la Firenze immortale
E lì, ti accorgevi, che quel tempo era ancora lì, presente, come le linee di Mezzadria impiantate nel palazzo dell’ Antella e in quello dirimpetto, e che, i Fiorentini a parte lo stile nel vestirsi, non erano mai cambiati in mille anni.
Mi sarebbe piaciuto vivere a quell'epoca, la luce delle candele e delle fiammelle avrebbe illuminato la città e la chiesa bianca, come la luna, avrebbe spiccato su tutto. Un pensiero mi affiorò nella mente, sarebbe stato anche più semplice tra me e Vic, le relazioni a quei tempi erano più libertine e facili.
Di sicuro non avrebbe fatto la fine dello sfortunato amore tra Buondelmonti, e Donati. La storia di due bellissimi giovani appena sposati che subirono un complotto atroce. Le parve di vederlo, il bellissimo, nobilissimo amatissimo e libertino Buondelmonti, che a cavallo del suo bianco destriero, andava mesto mesto a sposarsi, forzatamente, con una dama che non amava, perché’ obbligato dopo aver recato offesa ad una festa.
Nel tragitto, la madre di due bellissime fanciulle, lo fermò, facendogli incontrare una delle sue figlie, la bellissima Donati Beatrice. Fu un colpo di fulmine; e il cavaliere ruppe il fidanzamento con l'altra dama e sposò in brevissimo tempo colei che gli aveva fatto conoscere il vero amore.
Ma il padre della dama abbandonata, non riuscì a perdonarlo, e con una combriccola di nobili, nel giorno di Pasqua lo assassinò. Buondelmonti e la sua bellissima sposa in abito bianco in quel giorno di festa stavano attraversando la piazza per andare a messa, gli assalitori li attaccarono e lo uccisero, calcolando male i tempi, poiché tutta la gente che stava uscendo di casa per andare alla chiesa, vide la scena, e videro anche la disperazione della giovane e bellissima sposa, ormai vedova.
Presto il corteo festoso che andava a messa, si tramutò in un corteo funebre con Buondelmonti steso su una barella, coperto di rose, che nascondevano il colore vermiglio del sangue. Beatrice che coi capelli sciolti, in segno di dolore sorreggeva la testa sanguinante del suo amato sposo ormai morto, diretti proprio nella chiesa stessa, addobbata a Pasqua.
Il popolo così insorse contro gli assalitori.E li uccise a sassate.
Mi immaginai Vittore in smoking bianco a cavallo, e lei come sua sposa a suo fianco...
Huston avevo un grosso problema.
Ancora questi pensieri su Vittore, che cosa mi stava accadendo? Era il suo migliore amico in fondo.. Da quando l'avevo visto mezzo nudo
negli spogliatoi non riuscivo smettere di pensare a lui. Qualcosa era cambiato.
Era così cresciuto in questi anni. Per me era sempre stato come un fratello maggiore.Se così si può dire. Non aveva mai pensato a lui come ad un “maschio”, anche se le malelingue erano parecchie diffuse nell'Istituto, molte delle quali, sue “amiche” la frequentavano, proprio perché lei era l’unica femmina, con cui Vic parlasse, ed era sempre lei, secondo queste che decideva le sue avventure.
Il che era in parte vero.
Per questo avevano fatto girare la diceria che fossero fratelli. Ma la regola -FM- non doveva essere infranta, almeno fino a che io non avessi compiuto 18 anni o me ne fossi andata di casa. Ma ciò non era minimamente pensabile.
Ai diciotto anni dopotutto mancava poco. C'erano stati momenti, in cui avrei voluto che lui, mi baciasse. Ma mi era sempre fermata.
Voleva molto bene ai suoi genitori, non voleva deluderli.
Ero stata adottata da piccolissima, e non mi avevano mai fatto mancare nulla, ma non assomigliavo fisicamente a nessuno dei due, il che, mi portava ad essere soggetta a sguardi strani, da parte della gente. Non che questo mi importasse molto, ma fin da subito ero sempre stata additata come diversa e per questo aveva sempre avuto una sorta peso, in ogni mia scelta.
Marshmallow cominciò a tirare furiosamente, risvegliandomi dai miei pensieri. In quel momento, dopo aver calmato il cane, che stava inseguendo un piccione, mi accorsi di essere osservata.
Era un ragazzo moro, piuttosto alto con la pelle abbronzata, magro, con gli occhi chiari, indossava una camicia nera con un golfino beige, aveva un parka simile al mio, ma blu.
Mio padre lo avrebbe definito un “fighetto”,
Portava dei pantaloni in velluto a coste chiaro, con rifiniture nere. Man mano che si avvicinava notai che anche le scarpe (dei mocassini di pelo) erano nere con impunture beige e che portava al collo una reflex.
Quando oramai si trovava ad un metro da lui, sentì il suo profumo. Un misto di ylang ylang e muschio bianco, che mi fece starnutire. Marshmallow venne distratto dal nuovo avventore, che si mise a dargli dei buffetti sul muso, per cercare di attaccare bottone.
«Bello. È tuo?» mi chiese
«No, è della madre del mio ragazzo, l'ho portato a fare un giretto.» dissi allegramente guardando il cane. Sapevo che quella frase detta in modo leggero avrebbe allontanato un possibile rimorchiatore, e di fatti notai nel misterioso interlocutore uno stop momentaneo.
Si vede che la parola “ragazzo “era stata più che sufficiente. Notai che i suoi occhi così da vicino erano verdi con un cerchio più chiaro intorno all’iride, i suoi capelli erano castano scuro, spettinati ad arte, un bel viso con labbra piene. Il vento portò di nuovo il suo profumo al mio naso e ti starnutii, mi spostai per cercare di respirare un po’ d’aria.
«Mi chiamo Max, piacere, tu sei?» Disse sedendosi accanto a me sui gradini della chiesa.
«Arianna, piacere di conoscerti» spostando Marshmallow che si stava attorcigliando con il collare.
«Abiti qui?» gli chiese Max.
«Sei della polizia per caso?» risposi seria
poi mi limitai ad aggiungere. «Dai ! Scherzavo !. Sono di un paese vicino Santa Croce sull’Arno. E no, non abito qui».
Volevo vedere che tipo di reazione avrebbe avuto. La faccia sorpresa di Max, però mi lasciò sorpresa, probabilmente era un bravo ragazzo, e non si era aspettato una risposta simile. Sembrava cortese.
Cominciai a ridere.
Max iniziò a balbettare delle scuse e poi chiese:
«È Vicino A Fucecchio? ... se non mi sbaglio..., lo abbiamo passato
mentre ... Ah già giusto, io mi sono trasferito a Fucecchio, con la mia famiglia, questa settimana» Disse Massimiliano.
«Beh. Si! Santa Croce e Fucecchio sono paesi limitrofi, quindi si! Sono moolto vicini!» risposi gesticolando.
«E scusa ma. Quanti anni hai?» chiese ancora Max.
«Sedici, quasi diciassette, e tu?» chiesi ormai presa dai discorsi
«A dicembre ne faccio 17, quindi siamo coetanei, ...interessante...» facendo la stessa faccia interessata del signor Burns, dei Simpson, forse voleva apparire simpatico. Pensai.
A quanto mi stava raccontando, Massimiliano, era arrivato da due giorni, nella nuova casa di Fucecchio e avrebbe dovuto iniziare i primi di ottobre, la scuola, ma aveva saltato la prima settimana a causa del trasferimento.
Oggi suo padre gli stava mostrando Firenze “come turista”, e indirizzandolo verso i locali notturni e la movida. Inoltre erano lì per fare dello shopping, all’ultimo minuto, per la nuova casa, a quanto pare la madre di Massimiliano era andata di buon ora all’Ikea ad Osmannoro, nella zona industriale di Sesto Fiorentino.
Aveva lasciato che i due “pargoli” girovagassero per la città, in cerca di oggetti per abbellire la magione. Nella loro spesa frenetica dovevano includere due borsalini, e quale miglior posto se il negozio di Borsalino in piazza della chiesa? Massimiliano mi stava raccontando che la loro nuova casa era situata lungo un viale, che portava alla coop di Fucecchio.
Da come gliel’aveva descritta però, ancora non capivo quale fosse, ma dato che quella zona era in forte costruzione ma non si preoccupò più di tanto. Mi appuntai mentalmente di passarci in bicicletta la prossima volta che uscivo. Sorprendentemente Max, annunciò che il Lunedì successivo, sarebbe entrato nella sua nuova scuola, l’istituto professionale Arturo Checchi.
«A che indirizzo?» chiesi, dopotutto il Checchi era anche la mia scuola.
«l’Economico Aziendale» rispose Max «Perché?»
«E‘ la mia scuola, e anche il mio indirizzo, io sono nella 5a» disse sorridendo.
«Allora, ci vedremo a scuola, anche io sono al quinto anno» disse Massimiliano facendo il cascamorto. Poi si voltò attirato da un rumore.
Suo padre lo stava chiamando, perché era tutto preso da un ambulante sulla contrattazione di un prezzo per una borsa in pelle, e necessitava il suo aiuto.
Massimiliano, notando che era distratta dal cane, mi si avvicinò.Mi cinse il braccio intorno alla vita e mi alzò il viso e nel giro di un secondo la baciò sulla guancia. Rimasi ferma, immobile.
Massimiliano corse via, salutandomi. Nessuno aveva mai fatto una cosa simile. Ed era così strano.
Ad un certo punto, una foschia lieve calò sulla piazza, come portata dal vento, il sole sparì dietro una fitta coltre di nebbia e mi guardai preoccupata intorno, Marshmallow iniziò a uggiolare piano e si nascose dietro di me.
Sentì un frullio d’ali tutt’intorno e poi un lieve ticchettio sulla pietra. Dei piccioni erano schierati intorno a me in cerchio, in attesa. Marshmallow si era messo tra le sue gambe.
Che cuor di leone! Pensai.
La nebbia la investì in pieno, senti il sapore di rugiada e umido attaccargli le ossa.
Poi lo vide, tra la nebbia emergere un enorme creatura, Un'immensa creatura, oscura, con degli enormi occhi verdi, fiutava l'aria, come in cerca di qualcosa, poi si girò a guardarmi.
Dalle sue fauci emerse un grido di disperazione e rabbia, un grido d'aiuto. Poi la nebbia lo inghiottì di nuovo, e così come era venuta la nebbia se ne andò, portandosi dietro il frastuono.
Le campane della Basilica di Santa Croce sembravano delle sirene impazzite. Riempivano e coprivano ogni suono. Gli strani accerchiatori volarono via velocemente e Marshmallow ricomincio a tirare ma stavolta in direzione della propria dimora. Avvertii una fitta lancinante alla spalla sinistra, come se un coltello m’avesse perforata, talmente forte da piegarmi in due.
Caddi.
In ginocchio, il guinzaglio mi sfuggì di mano. Il dolore mi toglieva il fiato, un'ultima e lancinante fitta mi fece perdere i sensi.
Vidi solo per un secondo Vittore che correva verso di me... Vidi il suo sguardo terrorizzato e poi il nulla.
Tutto si fece buio.
Era come se qualcuno mi cullasse, sospesa a mezz’aria, sentivo solo qualcosa che mi stava leccando la mano. Avevo la testa pesante come se non dormissi da giorni, e non riuscivo a muovere bene il braccio sinistro.
Il dolore si era molto attenuato. Cercai di aprire gli occhi ma non ci riuscì. I rumori erano ovattati, come se avessi avuto una grossa sbornia, cercavo di muovermi, ma le mie gambe non mi davano retta, muovere anche solo un dito, pareva uno sforzo sovrumano. Sentivo il petto caldo e forte che mi stringeva, un profumo che conoscevo ma che non sapevo a chi appartenesse.Era buono.
La signora Pagliai stava spostando delle coperte dal divano e disse a qualcuno di mettermi lì sopra. Sentii il tessuto in velluto che sprofondava sotto di me. Aprii gli occhi e mi tirai su’.
«Cara, stai stesa, hai avuto un mancamento» La signora Pagliai mi teneva saldamente la testa con un panno umido caldo.
Ma, oramai ero seduta, scrollai la testa e provai ad avvicinarsi alla parte dolorante della spalla, sentii qualcosa di oleoso sulla mia pelle, ed era come se fosse in alcuni punti rialzata.
Le mie mani fredde davano una piacevole sensazione di torpore in quella zona. Vic era in ginocchio accanto a me, bianco come un cencio, che mi guardava con apprensione e mi stava domandando se stessi bene.
Forse era stato lui a portarmi su. Non lo immaginavo così forte. «Credo solo di non aver fatto colazione, tutto qua.» Disse. Cercai di non dare troppe spiegazioni, non voleva che la madre di Vic si preoccupasse inutilmente. Cosa mai avrei potuto dirle?
A quell'affermazione la signora Francesca andò in cucina a prendere del thè freddo e qualche fetta di pizza.
«Uscire senza aver mangiato, che idiozia, poi è sicuro che vi sentite male». E Ovviamente le sue opinioni non se le tenne per sé.
Vittore e Io, dopo aver mangiato, salutammo la signora Francesca e Marshmallow che guaì accanto alla porta, e tornammo a casa.
In macchina Vittore mi fece il terzo grado.
Ovviamente era stato difficile mentirgli, ma avere due pazze in famiglia non era la cosa migliore. Non volevo ancora dirgli della strana allucinazione che avevo visto, tuttavia gli chiesi se avesse visto qualcosa nella nebbia.
Ma Vic disse di non aver visto nulla, nemmeno la nebbia, se non me in mezzo alla piazza già in ginocchio.
Prima di ciò aveva sentito solo degli striduli piccioni che picchiettavano alla finestra. Ma niente di più.
Mi rimisi distesa nel seggiolino a godere del calduccio del sole. Mi sentivo ancora a disagio. Quella sensazione di disperazione e aiuto che avevo sentito tramite l’urlo della creatura non se n’era ancora andata. Appoggiai la testa al seggiolino, e mi appisolai.
Credo che Vittore rimase in silenzio ascoltando la radio, fino a casa.
La spalla mi bruciava tutt’ora, ma in confronto al mostro, non era nulla. Perché solo io l’avevo visto?
Centinaia di domande mi affollavano la testa. Ma al momento voleva solo riposare. Si addormentò come da piccola, al lieve rollio dell’auto, mentre Vittore la riportava a casa.
Vittore la guardò sonnecchiare, poi abbassò la radio per non disturbarla, rallentò l'auto e proseguì sui cinquanta chilometri orari, e appoggiò una mano sola al volante.
Essere padrone di quel piccolo mondo, su ruote lo rilassava tantissimo. Respirare il profumo di lei, averla accanto, sentire l'auto che procedeva leggera sull'asfalto, era questo che lui avrebbe definito paradiso.
Nessun disturbatore, nessuna maschera.
Solo lui e lei.
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Ecco, dove aveva già visto il drago.
Ed ecco, quando aveva incontrato Max
Adesso doveva, solo, capire perché Stefania Martello c’è l’avesse con lei.
Capitolo 2
Mezzanotte
Stefania Martello, stava ancora guardando le foto di Vittore Pagliai,
sul suo PC, la sua camera era un reliquiario di lui. Sulla parete a nord capeggiava una gigantografia, in cartone di un metro per un metro e mezzo del suo primo piano. E tutt’intorno decine e decine di foto sempre di lui, in ogni posa possibile.
Stava cercando delle foto nuove quando si rese conto che nelle ultime dieci, c'era sempre Arianna. Aveva capito che abitassero insieme, ma che fossero fratelli, era inaccettabile. Erano così diversi! Spense il PC e le luci.
Era quasi l'ora.
Sua madre, Mary, sicuramente avrebbe saputo fare di meglio, ma si era riunita con delle sue amiche, nel salone, per evocare uno spirito maggiore. Lei si, che ne sapeva di magia. Tutta la sua famiglia era nel settore magico da generazioni.
Sua madre faceva parte del Wiccan Pagan Press Alliance, praticamente un agglomerato di religioni, della Golden Dawn e dell O.T.O. (Ordo Templi Orientis) un vecchio ordine di cui il suo esponente più famoso era Aleister Crowley, un esoterista, astrologo, scrittore e alpinista britannico.
Lei ne era fan sfegatata. Questo Crowley era una figura assai controversa, fu considerato il fondatore del moderno occultismo e fonte di ispirazione per il satanismo.
Era considerato una figura chiave nella storia dei nuovi movimenti magici. A Crowley fu attribuito il maggior tentativo di creare una «religione magica» per l'epoca contemporanea e la sua influenza sul coevo ambiente magico è stata fondamentale.
Tuttavia anche se il duce, Benito Mussolini, lo aveva espulso dall’Italia nel 1927, Crowley continuò’ i suoi studi e definì la magia come «la Scienza e l'Arte di causare cambiamenti in conformità con la Volontà» e, nel corso della sua vita, divulgò progressivamente tutti i rituali e gli insegnamenti della Golden Dawn (l’alba dorata),a cui sua madre ne faceva parte e di cui egli era a conoscenza, pubblicandoli sul suo giornale The Equinox.
Il pensiero dell'occultista inglese aveva influenzato anche altri personaggi famosi, quali Timothy Leary che s'identificò interamente con la corrente iniziata da Crowley e considerava una delle sue aspirazioni il completamento dell'opera ch'egli aveva iniziato per preparare il mondo alla coscienza cosmica, e L. Ron Hubbard il quale prima di fondare Scientology, una religione molto in voga tra le star di Hollywood, si ispirò alle pratiche di Crowley.
Molte star della Rock music lo avevano usato nelle loro canzoni o ne avevano tratto ispirazione. Gruppi come gli Iron Maiden, Beatles, Ozzy Osbourne dei Black Sabbath, Marilyn Manson, Rolling Stones, i Led Zeppelin, i Red Hot Chili Peppers, si erano ispirate a lui, nelle loro canzoni.
Sua madre lo adorava, aveva oggetti sparsi per casa di lui, comprati in giro per il mondo, e guai a toccarli! L’avrebbe lasciata in cantina una settimana.
Come tutte le altre cose presenti in casa. Stefania sapeva queste cose a menadito, anche la sua casa, era stata costruita secondo le energie terrestri, per volere di suo padre Leo Martello, un potente stregone, che aveva creato la Witches anti-discrimination lobby, un'altra organizzazione contro la discriminazione delle streghe.
Quella sera, oltre a sua madre, c'era un vecchio studioso di esoterismo e di fenomeni paranormali, dallo pseudonimo di Jean de Blanchefort. Anche se era italiano, ed abitava a Milano; era in visita in casa sua, ed erano in procinto di fare un rito di una certa potenza. E a Stefania era stato proibito esserci.
Quindi quale migliore occasione per canalizzare le energie nella casa? Guardò la richiesta d'amicizia, dal cellulare, che aveva mandato ad Arianna, che ancora non aveva accettato, e si infuriò ancora di più.
Prese la tovaglietta dove di solito appoggiava i suoi esperimenti magici, le candele rosse fatte a feticcio umano e vi applicò sopra la foto di Vic.
Tutto quello che aveva lo aveva comprato allo Studio esoterico Bastet, a Viareggio. Non aveva potuto comprarli in zona, sua madre l’avrebbe subito scoperto. Certa gente poi non chiudeva mai il becco.
Di solito non gli serviva usare questi mezzucci per avere un ragazzo, bastava che sventolasse i suoi capelli ramati e i suoi occhioni a calamita e il gioco era fatto. Al massimo usava un particolare profumo per irretirli, ma niente di più. Ma con Vic, non aveva funzionato niente di tutto ciò. E ciò la irritava enormemente. La pozione doveva essere fatta a luna crescente, di un venerdì a mezzanotte.
Ed era tutto pronto.
Le occorreva:
v Una candela verde
v Una candela rosa
v Una candela rossa
v 12 rose bianche secche
v Olio di mandorle
Quindi preparo’ il suo cerchio e l’altare. Accese le tre candele, in ordine: prima la verde, poi la rosa e poi la rossa.
Mise le rose nel braciere e le irroro’ con l’olio di mandorle. Dopodiché con la candela per le accensioni dette fuoco alle rose Aggiunse inoltre, dei pezzetti di carta, dove aveva scritto il suo nome e quello di Vittore
Mentre le candele bruciavano, cerco’ di vedere, il suo amato, accanto a lei e iniziò’ a recitare a voce alta questa litania.
«Per tutte le esistenze della terra e degli oceani per ciò che viene e che va
per i numeri pari e dispari
per il potere della legge del Tre.
I tuoi pensieri saranno per me, da questo momento fino all’eternità, né pace, né felicità tu troverai, finché la mia mano non stringerai.
Io lego il tuo cuore , la tua anima e il tuo spirito, Io lego i tuoi occhi e i tuoi pensieri,
Io ti lego a me per sempre, col filo del desiderio.
Per la rosa e il rosmarino, per la grotta e il boschetto, Per il silenzio dei monti,
Per gli abissi e le pietre millenarie,
Io ti lego a me per sempre, con il filo del dolce pericolo. Iside, Astarte, Ishtar, Aradia, Afrodite, Venere.
Io ti lego a me per sempre, Iside, Astarte, Ishtar, Aradia, Afrodite, Venere.
Così sia»
Una volta terminato mise la cenere e i resti delle candele, bruciate per intero, in una scatola che nascose sopra l’armadio, sotto ad altre scatole, lontano da occhi indiscreti.
Tuttavia qualcuno aveva assistito.
Intorno a sé le candele sparse per la camera ondeggiarono sinistramente.
Una risata malvagia, alle sue spalle, la fece tremare di paura.
«E’ così, che tu vorresti, che lui si innamorasse di te? Con questa blanda Magia Bianca?»
La voce proveniva da uno dei feticci con la testa di donna.
«Vorresti stringerlo tra le braccia e far unire i vostri corpi, nel peccato e nella dissolutezza?» la voce si faceva incalzante e lussuriosa.
«Chi sei?» disse Stefania guardando il pupazzo. «Io posso aiutarti, se mi dai qualcosa in cambio, Mi chiamano con tanti nomi. Ma tu puoi chiamarmi Versiera, un amica per tutte le giovani, come te, che hanno bisogno di riscaldare il proprio letto!»
«Puoi farlo? Puoi fare in modo che lui sia mio?»
«E chiunque tu vorrai, se vorrai darmi ciò che io ti chiedo, dopotutto è una cosina piccina, una cosa, che nemmeno ti accorgerai, di avermi dato.»
«Che cos'è?» chiese Stefania a mezza voce. Tutte le fiammelle s’incendiarono e dalle fiamme emerse una bellissima donna con corna piegate all’indietro, una lunga veste rossa che le copriva le gambe.
Aveva un corpetto di pelle nero con delle fiamme intorno, lunghi capelli neri, sormontati da una corona di cristalli oscuri che riflettevano bagliori rossastri, portava, inoltre, anche un collarino, finemente decorato con pietre scure. Un odore di zolfo, si diffuse nell’aria. Si avvicinò a Stefania, ondeggiando tra le fiamme.
«Sai, sono alcuni anni che non mi mostro, sono bella?». Stefania che non aveva mai avuto interesse verso il proprio sesso, vide nascere in sé il sentimento, del desiderio per questa donna bellissima.
«Bene...direi di sì» disse ridendo la creatura. Stefania si svegliò dall'incanto
«Potrò avere Vic, solo per me?» chiese avanzando verso la creatura.
«Lui, e chiunque vorrai, con questa boccettina, ma...» Stefania gliela tolse di mano, e disse
«Ti darò qualsiasi cosa» La Versiera rise mostruosamente, si avvicinò ad Stefania e l’accolse tra le fiamme dell'inferno.
Il patto andava firmato nell’aldilà.
Stefania, si sentiva diversa, più forte, mise la boccetta, al sicuro in casa. Al collo aveva messo un’altra boccetta, a forma di proiettile, da cui poteva estrarre una fiala in vetro che conteneva poche gocce del preparato della Versiera.
Ne sarebbe bastato solo una goccia. Una e basta. Perché Vic provasse dell'interesse verso di lei, avrebbe dovuto solamente toccargli un punto qualsiasi della pelle scoperta, e lui l’avrebbe amata.
La Versiera era stata chiara:
Una goccia: amore tenero.
Due gocce: amore passionale.
Tre gocce: amore incondizionato.
Quattro gocce: schiavo d’amore.
Stefania era propensa per tre gocce, ma non sapendo se avrebbe funzionato o no, si limitò ad una.
Quella mattina stessa avrebbe attuato il suo piano.
Ma la vita è un imprevisto e nella vita le cose accadono senza che nessuno possa farci nulla. Fatto sta che in quella mattinata fredda di Ottobre, un compagno di classe le rubò l’attimo. Massimiliano Brumotti.
Il nuovo arrivato, era carino, ma non l’aveva nemmeno guardata. Appena entrato in classe, si era diretto verso Arianna.
Che diavolo aveva quella? Pareva che i due si conoscessero. Come era possibile? Stefania si mise ad osservarli. Arianna come solito cercava di sfuggirgli.
Ma sfortunatamente per lei si era involontariamente rinchiusa al muro. Poteva vedere Vittore che dal fondo della classe e osservava tutto, in cagnesco.
Ma se Arianna, usciva con Massimiliano, lei avrebbe avuto piazza libera con Vic.
Doveva agire.
Si girò e aprì la fiala, se ne mise una goccia sull'indice, poi si diresse verso Vic, fece finta di accarezzargli il collo, ma Vittore fu più veloce di lei e gli schivò involontariamente la mano.
Spostandola verso il muro. La prima goccia ormai era persa. Guardò Vic, che fissava i due, l’aveva scansata senza nemmeno vederla. Vic si alzò e andò dritto da Arianna, quasi come se Stefania non esistesse, e si avvicinò a Massimiliano.
«...e....quindi questo ragazzo? Di che anno è? Io non sono geloso...» Massimiliano aveva appena terminato il discorso, quando Vic si intromise.
«Che ragazzo?» Vittore era sempre stato molto intelligente solo che, alcune volte, soprattutto su Arianna, pareva distratto.
«Questa elegante signorina, avrebbe un ragazzo, ma non vuole dirmi chi è, secondo me non c'è l'ha...e poi anche se ce l’avesse qui a scuola non c'è. Quindi possiamo fare amicizia...» rispose Massimiliano, allungando la mano verso l’avambraccio di Arianna.
Ma al posto della sua gamba, trovo la mano di Vic.
«Bellino te. Si. Guardare ma non toccare, perché te le poto ste’ manine!.» rispose Vic, togliendosi la mano di dosso.
«...E tu chi sei? Il suo protettore?»
«Vittore, suo fratello.»
« Piacere, Massimiliano, per gli amici Max» facendo l'occhiolino ad Arianna e prendendo la mano di Vici e stringendola. Max squadrando entrambi, «Però’ devo dire che non vi assomigliate per niente.» «Capita, adesso se non ti dispiace ho da chiedere una cosa in privato a mia sorella» Rispose Vic secco.
«Sì, certo» disse Max allontanandosi «Arianna, è sempre un piacere,» mandandogli un bacio.
Vittore la accompagnò ai distributori automatici a prendere la merenda. il suo solito panino al tonno e pomodoro l’attendeva nelle spirali della macchina. Vittore si chinò per prenderglielo e le chiese chi era quel tizio, come lo conosceva, ma soprattutto la storia del “suo” ragazzo.
Arianna gli raccontò di Firenze, tralasciando il bacio, e dell’ipotetico ragazzo che si era inventata per levarselo dalle scatole. Vic si mise a ridere e poi notò con la coda dell'occhio Stefania che li osservava.
Anche Arianna se ne accorse.
«Stefania, muore per te» disse.
«Mi è sempre attaccata, non so che fare, prima l’ho anche trattata male»
«Senti Vic, io lo capisco che tu voglia farmi da fratello, ma devi avere una vita sociale, con lei non stavi male, magari è un po’ ossessiva, ma c’è di peggio, comunque sia è una bella ragazza da portare al ballo di Primavera. Se andassimo noi due insieme come fratelli, sarebbe strano.»
«Tu ci porterai quell’ attrezzo?»
«Oddio boh... c'è’ ancora parecchio tempo e poi dipenderà da chi me lo chiederà. È l’uomo che deve fare il primo passo.» Stefania si avvicinò lentamente a entrambi
«Posso?» Arianna fece avvicinare Stefania, che toccò il polso di Vic. Arianna lo notò, ma restò in silenzio.
«Credo che Vittore ti debba dire qualcosa...» Disse Arianna allontanandosi.
«No..Ah sì.., Verresti al ballo con me?» Esclamò Vittore. Arianna pensò che fosse stato troppo diretto ma voltò le spalle e se ne andò,
Sentì solo gli urlettini eccitati di Stefania in sottofondo, Max la placcò di nuovo.
«Allora Canzonieri? Quando esci con me?» Arianna guardò Vic con la coda dell’occhio. Ma, stranamente lui, non la stava guardando. Un brivido freddo le attraversò la spina dorsale. Gelosia, rabbia, dubbio, non sapeva capirlo. Un impeto di gelosia gli inebriò il cervello, guardò Max e gli rispose ad alta voce.
«Stasera». Non era quello che voleva, ma almeno l'avrebbe tenuta distratta per un pò. Max si allontanò, tutto sorridente, ritornando in classe. Arianna si sentì chiamare dalle scale. Noemi, stava arrivando, voleva parlargli. Noemi era il suo esatto opposto sul lato fisico.
Sul metro e sessanta, grandi occhi verdi-blu che cambiavano al sole, perennemente abbronzata, con lunghi capelli biondi che svolazzano al vento, tutta curve e un visino da bambolina.
Con Noemi era impossibile non essere se stesse. Ci sono persone che guardi e capisci nell’immediato che sarete amiche per sempre; questa era proprio Noemi. I loro modi di pensare erano all’unisono, era l’unica persona con cui Arianna poteva parlare da ragazza, delle ragazze, senza preoccuparsi, e Noemi lo stesso.
Fortunatamente Messenger e le tecnologie tipo WhatsApp, le avevano fatte ritrovare. Spesso parlavano per delle ore, e poi niente, per dei giorni. Perché l’amicizia vera è così, puoi anche non sentirti sempre, ma sai che ci sarà quando ne avrai bisogno.
Ed in ogni momento, ti puoi sempre fidare l’una dell’altra
. Si erano conosciute da piccole, durante un breve periodo, quando Noemi abitava a San Donato, poi aveva dovuto trasferirsi con la sua famiglia per lavoro a Orentano, in un paese a una decina di chilometri da lì, e non si erano più viste. Arianna le corse incontro saltellando di gioia, Noemi era stata una settimana in gita. E non si erano viste per diverso tempo. Adesso nell'androne della scala avevano finalmente la possibilità di parlarsi di nuovo. Noemi prese il cellulare di Arianna e gli segnò il suo nuovo numero di cellulare.
Durante la gita il suo cellulare era andato distrutto, o cosi gli era stato detto, e quindi non poteva parlare con nessuno.
«Ti devo raccontare un milione di cose. Oggi in biblioteca?» Arianna Annui.
Dopo diverse chiacchiere la campanella suonò di nuovo e tutti i ragazzi dovettero tornare nella loro classi.
I dieci minuti erano finiti. Arianna e Noemi decisero di trovarsi quello stesso pomeriggio, alla biblioteca comunale per parlare dei loro argomenti preferiti.
Libri e ragazzi.
La professoressa d'Inglese, Rossella Fabiani, entrò in classe e Arianna la raggiunse prima che chiudesse la porta, così disse a Noemi di trovarsi alle 14.30 alle panchine nuove.
Le ragazze corsero in aula.
Capitolo 3
Il Diario della Mamma.
Stavo uscendo. Ero felice di poter andare in biblioteca quel giorno. Avevo moltissime cose di cui parlare con Noemi. Apro la porta e mi trovò davanti all’uscio, Stefania e Vittore che si baciavano.
Il mio umore cambiò rapidamente. Non era un semplice bacio casto, era un appolipamento congiunto delle lingue. Rimase a guardarli perplessa, per qualche secondo, poi facendo finta di tossire, ebbi l'attenzione di uno dei due.
Il problema fu, che la prima a fermarsi era Stefania, e non Vittore, come avrei sperato.
«Oh, scusa Arianna» Disse Stefania facendo cenno a Vittore di spostarsi. Non uno sguardo da lui, né una parola. I suoi occhi erano neri, vuoti, riflettevano solo l'immagine di Stefania. Un'immagine che io avrei voluto su di me. Ma i brividi tornarono ad attanagliare il mio stomaco.
La gelosia, prese il sopravvento, toccai Vittore e lo portai a pochi passi da Stefania.
Lo strinsi fino a che le nocche non mi diventarono bianche. Quel gesto lo “svegliò”.
«Ehi! Che diavolo ti prende? Non ti è bastata la ramanzina dell’altro giorno? Se babbo e mamma tornano ci fanno il culo a entrambi. »
Vittore balbettò qualche scusa e scosse più volte la testa. Sempre tenendolo per un braccio, lo spinsi verso Stefania,
«Se i nostri genitori vi beccano a sbaciucchiarvi, qui, non lo fanno più uscire, è meglio se andate altrove » Stefania si offrì prontamente di andare a casa sua , e così fecero.
Vittore la seguiva come un cagnolino. I due piccioncini, si incamminarono a piedi verso, una via dietro San Donato, dove appunto abitava Stefania. Li osservai basita fino a che non scomparvero alla mia vista. Io non conoscevo ragazze cattive, ma solo ragazze ”diverse” dal mio carattere, alcune stronzette si, ma cattive nemmeno una. Eppure in cuor mio sentivo che c'era qualcosa di diverso in Stefania.
Qualcosa a cui lei non avrebbe mai dato una risposta completa. Da lei sentiva sempre provenire un’aria gelida, una fredda apatia che le sfiorava la pelle.
Gli era sempre rimasto facile parlare con le ragazze, ma con lei, era come essere perennemente sospettosi e no. Lo sentiva. Non ci si poteva fidare, affatto, di lei. Non che ci si potesse fidare in generale, ma prima di accettare qualsiasi suo consiglio o altro, preferiva tagliarsi la lingua. Ma puntualmente, se la trovava tra i piedi, a causa di Vittore. Notava in lei, atteggiamenti contraddittori e ovviamente, erano sempre indirizzati verso uno scopo personale.
Mai nulla era deciso dal caso, o dalla bontà. Ed una persona così calcolatrice, non era proprio da scegliere come amica, e ancor di più, come fidanzata.
A parte la bellezza, altre virtù, parevano assenti. Non capiva cosa, Vittore, ci trovasse in lei, anche se da un discorso trapelato, tra ragazze, aveva capito che era, solo, per un interesse fisico. Ma per lei era inconcepibile, lei che di solito preferiva gli amori platonici o intellettuali. Vittore era intelligente sarcastico, acuto e gentile, se non lo avesse considerato come suo fratello sarebbe stato un fidanzato perfetto.
Ma adesso stava con Stefania anche per colpa mia. E lui era cambiato così rapidamente da averne quasi paura. Chiusi a chiave la porta, e presi la via del ponte dell’Arno, attraversando i giardini, arrivai alla Biblioteca di Santa Croce in un batter d’occhio.
Sembravo una furia.
Quando Noemi mi vide, capì subito che c'era qualcosa che non andava. Gli raccontò tutto, di Vittore, di Stefania. Di tutti i fatti strani che gli erano accaduti, cose che non avevo raccontato nemmeno a Vic.
Noemi, sapeva dei miei sogni, quindi, gli riferii anche di quelli nuovi, e il tempo passò volando. Cominciò a fare freddo e entrammo in biblioteca. Noemi era la più esperta di storie fantastiche, che io conoscessi oltre ad essere un'accanita lettrice.
Il suo Bisnonno, le aveva raccontato tantissime fiabe sugli spiritelli della Toscana.
E le aveva donato una collana. Un medaglione a goccia rovesciata con una testa di lupo. Negli occhi il lupo aveva due pietre rosse piccole che brillavano al buio.
Noemi lo portava sempre, perché le ricordava, il suo amato bisnonno. Aveva circa centoquaranta anni, quando era sparito nel bosco. Ne aveva parlato persino il telegiornale, della sua innaturale longevità. e poi puff, un giorno nei boschi era sparito senza dare traccia.
Il suo corpo non era mai stato ritrovato.
Ed era sempre rimasto un mistero.
La sala delle chiacchiere, era accogliente e calda, mentre parlavamo prendemmo un cappuccino, grazie al distributore automatico.
Lì, prendemmo dei libri sulle leggende toscane. La creatura che io pensavo di aver visto quel giorno a Firenze, e poi a casa mia, forse poteva essere stata descritta minuziosamente lì dentro.
Anche Noemi si mise a cercare, trovarono dei libricini, su Draghi, Streghe, e Fantasmi della Toscana, ma nessuna descrizione pareva esaustiva.
Cercammo nel reparto fantasy, ma non trovammo nulla. Dopo circa un'oretta di ricerca, io e Noemi, cominciammo a sentirci osservate.
Un bel ragazzo, al tavolo, le stava osservando da lontano. Così ci mettemmo a parlare di questioni sentimentali, e la ricerca fu presto dimenticata. Noemi, durante la gita, aveva incontrato un ragazzo, più grande di lei, un certo Gerome, che le aveva fatto ripetutamente la corte, era un barista francese, che parlava italiano, di una caffetteria a Parigi, dove tutti i giorni la scolaresca si fermava, perché era proprio accanto all'hotel.
«Ma lo sai che alcune bimbe, gli hanno dato il mio numero di cellulare» disse Noemi.
« Cheee... No! oh questa?»
«Si! E mi sono cominciati ad arrivare dei messaggi, con scritto “Buongiorno amore”, ma tipo ogni quindici minuti, su whatsApp. E io, non sapevo chi fosse.. Ho chiamato anche a casa, per chiedere se me l’avevano mandati con un altro cellulare, ma no. Gli ho chiesto quarantacinque volte, chi era. E mi scriveva, di continuo, che mi vedeva sempre, a giro, e gli piacevo. Ma continuava a non dirmi chi fosse. Poi, ha cominciato a mandarmi delle foto oscene. Ma ci credi!»
«Bleah » Sbottò Arianna.
«Ha iniziato a chiamarmi di notte, ha persino svegliato la ragazza con cui ero in camera. Una sera ha risposto lei, mentre ero a farmi la doccia. Bianca, la ragazza dark, lei ha cominciato a urlargli contro, e lo ha chiamato nei peggio modi, mi sono fatta delle grosse risate. Lei si è fatta dire, chi gli aveva dato quel numero. L’ho vista partire e andare nella camera dove c’era Natascia e Vanessa, quelle sbuccia pannocchie, e gli voleva tirare. Menomale ho fatto in tempo a vestirmi e andarla a prendere, se no le smusava. Quelle sciacquette, hanno ammesso che hanno dato il mio numero di cellulare a Gerome. »
«Bastarde! Ma che cavolo, ma se questo era un matto ?. E poi comunque, come diavolo si sono permesse? Che troie.»
«Bianca, mi ha consigliato di cambiare numero, e così ho fatto. Ho salvato tutti i dati sul cellulare, e poi ho preso una SIM con un numero nuovo. Questa volta lo darò solo a tre persone e chi se visto, se visto.
«Eh sì, è la cosa giusta. L’unica, da fare. In questi casi. Certo che sono state delle merde!. » Noemi, perciò adesso, aveva un numero di cellulare nuovo. Io mi meravigliavo sempre molto dell’incoscienza in cui la gente vivesse. Poi, era ovvio che capitassero delle disgrazie.
Se uno non è attento, gli altri se ne possono approfittare. Molto spesso non riusciva nemmeno, a capire perché i No, detti dalle ragazze, e dai ragazzi, non venivano mai ascoltati da chi si trovavano di fronte.
Il rispetto reciproco, non esisteva più, quella parte di libertà che ognuno di noi aveva, finiva quando iniziava la libertà dell’altro. Tutti si limitavano a pretendere e prendere sempre di più dagli altri ma al giorno d'oggi era insufficiente e alcune volte inesistente.
Questo sarebbe stato, uno dei prossimi mali del mondo nuovo.
Mentre girovagavamo in cerca di libri nuovi da leggere, Noemi trovò il primo manoscritto del suo bisnonno.
Una poesia anacronistica sul lupo Manaio. Lei la trovava divertente, perché oltre che essere un eccellente matematico, Luigi Paoletti, il suo bisnonno. Gli aveva diverse volte raccontato della storia di un lupo mannaro, detto anche voltapelle. Lo aveva incontrato quando aveva una quarantina d’anni, nel bosco oscuro, dietro il rione di Piagnaro a Pontremoli nella provincia di Massa Carrara.
E quel posto lei se lo ricordava perfettamente, perché era in quei boschi che suo nonno era, definitivamente, scomparso. Lui, che prima abitava in quelle zone, era andato a far cinghiali, quando si trovò davanti questa creatura, circondata da un branco di lupi che erano in caccia del medesimo cinghiale. Ci mettemmo a leggere.
Al Lupomanaio
Quand l'è 'n ciòchë d' not da vèrs San Zumian a ven di lamënti mèz òmon, mez can, ch'i t'mëton ant l'anma 'na përa e 'n mister che i znoci e la vita tu t'sënt armusnèr! ....
Se mai quarca nòta t' al sënt arivèr, o 'nfila 'n t' na corta ó sérca d' votèr: Ma s' i t' ha 'nza vistë e iè li ch'i ven. Eh!... ...
.....Quand l' è 'n cio chë d' nòta e t' séntë d' lüntan chi brüti lamënti mès omon, mès can, artirt' a ca toga e prima ch'i pass, të stanga la porta e dagh al cadnass....
Etc..
Una parte era capibile, ma il dialetto in alcuni punti era ostico, difficile. Provai ad immaginarmi un uomo-cane.
Mi ricordava molto, il lupo mannaro. Non sapevo quale terrore avrebbe provocato in me, trovandomelo di fronte. Anche Noemi parve rabbrividire al solo pensiero, e così cambiammo subito argomento Dato che non ne comprendevamo appieno il significato, fotocopiammo, la poesia, per farla tradurre in futuro.
Dopo un po’ tornammo a parlare di ragazzi. Noemi mi chiese che cosa stesse succedendo con Vittore. Noemi ci aveva girato un po’ intorno ma dopotutto mi aspettavo quella domanda.
E a Noemi di certo non si poteva mentire. E così parlai.
Mi mancava molto Vittore, mi mancava in maniera feroce. Ora più che mai, dato che lo immaginavo tra le braccia di Stefania.
A Noemi potevo dirlo. Ultimamente parlare con lui era come essere in ansia perenne, l’attesa per ogni discorso era come un punto lasciato a metà, la spontaneità aveva preso il posto alla timidezza, e il nostro rapporto era cambiato. Avevamo cominciato ad aver paura persino di essere nella stessa stanza, per paura di rivelare attraverso il proprio corpo, i sentimenti che provava.
Lui, all'oscuro di ciò, lo prendeva come un rifiuto per quello che era successo l'estate scorsa.
Tuttavia ogni volta che lo vedeva il suo cuore accelerava, e diventava rossa. Gli mancava, anche, la loro routine e i loro giochi, ma da un paio di mesi non esisteva più niente di tutto ciò. Dopo l'estate e la scoperta della sessualità di lui, che per lei si era magicamente manifestata alla partita, io avevo cambiato atteggiamento.
Per Vittore questo era iniziato molto prima, ma nessuno se n’era mai accorto. Per molti i loro sguardi potevano essere scambiati come un logico comportamento tra fratello e sorella.
Un evento portò entrambi a Giugno, durante uno degli ultimi giorni di scuola, a scoprirsi per come fossero fisicamente.
Era accaduto che alcuni ragazzi, compreso Vic, avevano tirato una secchiata d’acqua, nello spogliatoio delle ragazze, dove era anche io, che ovviamente, mi stavo cambiando. Le altre ragazze erano uscite quasi in mutande a contrattaccare i ragazzi, mentre io, completamente zuppa, cercava qualcosa, con cui vestirsi, in fondo alla borse, si era salvata una canottiera bianca semitrasparente, che lei usava da undertop, tutto il resto era molle. Mentre cercava di asciugarsi, Vittore entrò per nascondersi dalle ragazze, nello spogliatoio credendolo vuoto, la sua maglia era stata strappata dalle invasate, che adesso, correvano dietro anche ai suoi compagni.
Vide Arianna che si stava infilando il top, così scoperta non l’aveva mai vista prima. Vide le sfumature della sua pelle sulle scanalature dello stomaco, i contorni dei suoi fianchi, e della sua pelle sotto l’incavo del seno. Dopo anni la vide, cresciuta, ma soprattutto, come una giovane donna.
Io che era rimasta sconvolta, e lì per lì, avrei anche urlato, ma rimasi incantata da quel torace perfettamente delineato e abbronzato, solcato da piccole goccioline che cadevano sul petto, dai suoi capelli bagnati. Gocce che scendevano sulle sue guance e sulle sue spalle. Lo vidi per il ragazzo che era, e non per il suo “finto” fratello ma per un giovane uomo.
Vittore si era avvicinato, e mi aveva spostato i capelli dal viso, mi aveva appoggiato una mano nell'incavo dei miei fianchi.
Aveva sentito le dita di lui, che come lievi piume tremolanti mi toccavano la pelle nuda. Vittore mi aveva sfiorato la linea dello zigomo, mentre il palmo caldo, si adattava perfettamente alla mia schiena. Questo era quello che entrambi volevamo, da tempo. Io si vedeva riflessa negli occhi di lui, che erano scuri come la notte, ma pieni di stelle. Mentre lui si perdeva nei profondi ghiacciai, dei miei occhi.
Vittore sentiva il battito di Arianna che pulsava lieve nelle vene.
I rumori della palestra erano lontani ma avevo l'impressione che il cuore mi rimbombasse negli orecchi.
Continuavamo a guardarci negli occhi avvicinandosi sempre più, quando lo scalpiccio, e le urla dell'insegnante nel corridoio ci destarono, io, lesta, mi infilai pantaloni e felpa, e Vittore fuggì nello spogliatoio maschile.
Da quel giorno ogni attimo passato insieme, era carico di elettricità. Il cuore mi pulsava ad ogni sguardo di lui. E a volte fuggivo nella speranza di non incrociarlo, ma abitavano nella stessa casa, sfortunatamente.
Fortunatamente, invece, quella stessa estate, Vittore, aveva avuto diverse storielle con delle ragazze conosciute on line, quindi, a volte, potevo starmene spaparanzata per casa senza nessun problema, a leggere, per cercare di non pensare a sufficienza.
Erano tornati anche i sogni quell’ estate.
Sempre i soliti due. Sempre così pieni di terrore e paura che al solo
pensiero mi si accapponava la pelle, prima di addormentarmi.
Noemi mi chiese inoltre che fine aveva fatto il ragazzo che avevo incontrato a Firenze, dopotutto se Vic si svagava, anche io, secondo lei, avrei dovuto farlo. Gli raccontai che non ne sapevo nulla. E che invece poi si era rivelato all’inizio della scuola essere Max. Dopo svariate risate, gli dissi inoltre che quella sera stessa, ero stata obbligata ad uscirci per spiegargli usi e costumi del luogo “vada come vada, devi passare una bella serata” mi disse.
Ridendo gli risposi che forse non mi facevo trovare a casa.
Ci lasciammo, ed ognuna di noi prese la via di casa, ci fermammo prima alla caffetteria Giannini a prendere un cappuccino, il bar aveva recentemente cambiato gestione, dallo storico Bar Renata, sede di moltissimi ritrovi di conciatori e musicisti, ed era diventato, appunto, la caffetteria Giannini.
Mentre prendevamo il caffè a Noemi balenò un'idea.
«Forse tua madre si è appuntata dove e come ti hanno adottato, prova a vedere se ha un diario, magari li c'è la risposta che cerchi. »
Questa soluzione mi parve interessante.
Tornai a casa e ci pensai.
Si, sua madre teneva un diario, glielo avevo visto scrivere più volte, forse lo teneva nella libreria, o forse nella sua camera, avrei dovuto controllare.
Lidia era una donna di quasi quarant’anni, sempre piena di apprensione, imprigionata in una post-adolescenza, estremamente protratto, fatto di lavori a maglia, esperimenti di cucina e creazioni di mobili shabby chic, ma era una madre attenta e premurosa.
Si appuntava qualsiasi cosa. Forse avrebbe trovato più di un diario.
Dopo circa mezz'ora buona, di ricerca, nella libreria, mi diressi in camera di mia madre.
Lì nel terzo cassetto del comò rilegato da un nastro di raso color avorio, c'erano tutti i diari riuniti di mia madre. Divisi per ordine di tempo. Trovai quello dell’ anno della sua nascita. lo presi e andai in camera mia a leggerlo.
“... Dario e io oggi abbiamo incontrato una strana signora, ci ha indicato un luogo magico dove trascorrere il nostro anniversario
non che noi ne avessimo mai parlato con nessuno, ma il mio sogno più grande sarebbe proprio un figlio, caro diario, tu lo sai quanto ci abbia provato ma sembra proprio che non succederà, tuttavia questa vecchina dice che sia possibile, ci ha indicato un posto. Le gore rotte , non so proprio dove sia. Ho chiesto a Dario di cercarlo sulla mappa.
Giorno 7 luglio 2005
Siamo arrivati, in una radura dove crescono dei tulipani rossi selvatici, non capisco
perché la gente la chiami Elsa morta, qui tutto è tutt’altro, che morto. Ci siamo accampati vicino alle acque verdi di quel magnifico fiume. Verso mezzanotte circa , fuori dalla tenda sono spuntate centinaia di lucciole che danzavano intorno a noi. Era tutto così meraviglioso. Abbiamo ballato accerchiati dalle lucciole per un po’ di tempo fino a che , abbiamo sentito un vagito di un neonato. Un cesto di giunco finemente intrecciato in oro, era a bordo del fiume. Dentro c'era una bellissima bambina con il nasino all'insù’ che piangeva disperata. L'ho presa tra le mie braccia, e ci siamo messi a guardare intorno a noi. Non c'era nessuno! Le lucciole ci volteggiavano in tornò e la bambina ha cominciato a ridere. Dentro al cesto Dario ha trovato una scritta in corsivo antico e una chiave.
Amatela come se fosse vostra Come se l’amassimo noi OS & la Pia.
Non so chi o cosa sia successo per abbandonare una bella bimba come quella, in un cesto, in un bosco di notte, ma ho giurato al vento di ieri sera che l’avrei protetta con tutte le mie forze. Stamani sono andata dai carabinieri a denunciare il fatto, e ho fatto richiesta per tenerla. Dicono che se la bimba non ha nessuna malattia non ci saranno problemi, entro pochi giorni potrò portarla a casa come mia figlia.
Capisci diario!! Mia figlia!
Sono al settimo cielo. Grazie a dio per avermi concesso questa grazia. Anche Dario è stra-felice, si è già messo all'opera per creare la stanza della bambina. Non so come esprimermi a parole dalla felicità, adesso vado a vedere come vanno gli esami del sangue.
La chiave, e il foglio li ho messi in cassaforte, così sono al sicuro, verrà il tempo a cui racconterò questa storia ad Arianna, si !
Abbiamo deciso per Arianna, ma sarà verso i suoi vent’anni se non ce lo chiederà prima.
La gioia trapelava da ogni parola del diario. Mi immaginai, una Lidia e un Dario più giovani indaffarati ma felicissimi di quel nuovo frugoletto, che poi era io. L’avevano amata proprio come una figlia, e non gli avevano mai fatto mancare nulla, avevano persino preso, sotto il loro stesso tetto, un altro rifugiato.
Vittore.
Anche se non erano costretti a farlo. Mi ricordo che, quando tornando da scuola, dopo aver studiato la legge di Mendel, in classe la maestra, mi aveva detto che lei, non sarebbe dovuta nascere così, dai suoi genitori, che era stata una diversità, i bambini si sa sono crudeli a volte, e per un periodo l’avevano chiamata Corno, era tornata a casa piangendo e Dario e Lidia, le avevano spiegato che, c’era un segreto perché lei era così diversa.
All’inizio era stato un trauma, ma mamma Lidia, le aveva detto che una signora fata era venuta e gli aveva dato questa bambina, e che lei era una principessa delle fate, sotto copertura. A quel punto, non avevo più pianto, e avevo tenuto per me quel segreto.
Il giorno dopo tuttavia nessuno riuscì a tenere Lidia e Dario, lontani dalla scuola. Fecero una mega sfuriata alla preside, con la indelicata, insegnante presente. Avevo passato tanti momenti felici, nella sua infanzia. Quando poi arrivò anche i Vittore, noi due, mettevano spesso, sotto quadro la casa, con le urla dei due genitori all’ora di cena, che tentava di tenerci fermi, inseguendoci intorno al tavolo, e arrampicandoci sui divani.
Erano tempi ormai lontani, dei ricordi sbiaditi, nella sua mente. Il sole cadde su un cristallo verde e il muro si colorò di tanti riflessi. Inspirai.
Mi piaceva il profumo di pino che mia madre usava per profumare la casa, e anche se la casa era bianca e azzurra a volte si potevano notare dei piccoli oggetti verde smeraldo che avevo posizionato in giro per casa.
Il verde smeraldo mi rilassava molto. Forse per quello e per altro, la mia camera sembrava un misto tra un bosco di brughiera e un castello sforzesco. I muri erano verde smeraldo, misto a verde chiaro, al capezzale del letto, in ferro battuto verde e oro, c’era un trompe-l'oeil con un paesaggio toscano, dei cipressi su collina e un vaso di fiori in primo piano.
Al lato del mio letto, un enorme libreria, e solo in un angolo un armadio antico con intagli e con lo specchio davanti, accanto ad esso, davanti alla finestra c'era la scrivania, con piante e piantine realizzate in carta.
Mi piacevano inoltre le candele, ma dato che ultimamente avevo dato fuoco ad una tenda, le candele avevano lasciato il posto a delle soffuse luci led a forma di foglia. Sulle pareti vuote c'era qualche mensola, con delle foto, di lei con i suoi genitori, di lei con Vic e qualche altra amica.
Chiusi il diario.
Ripensai alla scritta, mia madre aveva scritto che l’avevano messa in cassaforte... Ma quale cassaforte? Non ricordavo che ce ne fossero in casa.
Riaprì il diario e rilesse la frase.
Amatela come se fosse vostra... .
..Praticamente amatela come una di famiglia.
Come se l’amassimo noi... ... Perché loro non mi hanno potuto amare? Non mi hanno potuto tenere? Come si ama una figlia? Che diavolo poteva significare? E se non mi hanno potuto tenere, perché? Forse non avevano denaro? Mi sbaglio o la culla era in oro ?.. Quindi problemi di soldi non avrebbero dovuto averne, e anche se fosse.. Che problema mai avrebbero affrontato. Forse era il frutto di un amore clandestino. Dopotutto sua “madre” si firmava solo con La Pia, che in toscano significa anche “la pura”, quindi magari era il frutto di una ragazza madre troppo giovane, ma oramai nel duemila nessuno si faceva chiamare più così. Quindi ? E OS? Per cosa mai doveva stare ? Forse le iniziali del nome e del cognome del padre?...
Troppe domande senza una risposta. Un forte mal di testa fermò i miei ragionamenti. Di nuovo quel dolore alla spalla.
Adesso volevo vederci chiaro. Mi tolsi tutti i maglioni, e accesi la luce sopra l’armadio. Il faretto puntava proprio in direzione della mia spalla, e vide qualcosa di colorato brillare sulla pelle.
La vecchia cicatrice a forma circolare stava cambiando colore, stava diventando più scura, strusciai sopra la ferita, e sentì di nuovo quella sostanza oleosa, mi trovai sotto le dita delle scaglie di pelle bianche, guardai verso lo specchio incredula.
Continuai a strusciare impazientemente, provocandomi una forte escoriazione e la pelle cominciò ad arrossarsi vistosamente, cercavo di capire che cosa fosse, poi un raggio di sole colpì il disegno.
Una porzione di pelle si era decisamente colorata di giallo e aveva riempito una zona a forma quadrata dentro la bruciatura che adesso aveva il bordo ben delineato e nero, come se fosse un tatuaggio.
Mi misi a guardarlo più e più volte, ma si, sembrava proprio un tatuaggio.
Ma io non ne avevo.
Una reazione allergica
Quadrata? Gialla?
Non sapevo che cosa potesse significare.
Mi fermai ad osservarlo.
Andai in cucina e presi un pezzo di pellicola per alimenti, ci misi intorno dello scotch e mi infilai di nuovo i maglioni, poi presi un blocco di appunti e disegnai il marchio, così com'era sulla pelle.
Non capivo che simbolo poteva essere.
Ma forse qualcuno avrebbe potuto saperlo.
Doveva cercare quelle persone, forse avrebbe risposto alla sua domanda. Nel diario si parlava di Gore rotte, io non avevo mai sentito nominare quel posto, così, presi il cellulare e lo cercai.
Come primo indizio, cercai su Google; mi aprì una pagina di Wikipedia, con scritto
Gore di Colle di Val d’Elsa.
La pagine inoltre si apriva su una vecchia cartina del 1200 dove mostrava la costruzione di queste grotte artificiali in quell'epoca.
E cosi diceva:
Al ponte di San Marziale l'Elsa, trova la "steccaia", una sorta di sbarramento che serve a trattenere l'acqua del fiume per deviarla nelle gore grazie ad un sistema di chiuse mobili, costituite da tavole da inserire in blocchi di pietra. L'acqua così incanalata scorre tra pareti di arenaria fino ad arrivare al “cancello” (o “concello”), dove la gora si dirama. Il tratto più antico, detto “Aldobrandina” (o “Lombrandina” – il nome viene fatto risalire ai presunti costruttori ed in particolare ad Aldobrando o Aldobrandino dei Pannocchieschi d'Elci), arriva fino a Spugna, in prossimità della Chiesa di Santa Maria Assunta a Spugna, per proseguire per i “Botroni” e poi terminare il corso riversandosi di nuovo nell'Elsa.
Già intorno all'anno mille, comunque, esistevano a Spugna mulini con macine mosse dalla forza dell'acqua. L'altro tratto, che risale all'inizio del '200, si dirige invece verso il “piano” (l'odierna parte bassa della città), passando per la zona delle “fabbriche”, e da qui anch'essa fino ai “Botroni”.
Qui, nel XIX secolo, si è aggiunto un altro canale che serviva a fornire forza motrice alla "Ferriera Masson". Di epoca granducale è infine la costruzione, di fianco alla “steccaia” di San Marziale, del "Callone Reale", una saracinesca che regola l'afflusso dell'acqua deviata nelle gore....
***
Mi decisi, così di chiedere a cena ai miei genitori se il posto fosse quello o no. Lidia fu’ la prima a rincasare. Aveva portato delle pizze, della pizzeria al metro di Castelfranco. Io non esitai un attimo dopo averla aiutata ad apparecchiare a chiederle dove fossero. All’inizio, fece un breve sussulto, poi dandomi le spalle, mi chiese il perché di quella strana domanda, risposi solo che ne avevo sentito parlare, ma che non sapevo dove fossero, forse lei avrebbe saputo dirmi di più.
Lidia si girò, estremamente pallida in volto, e mi disse di aspettare mio padre, che sarebbe arrivato a momenti. Lui me lo avrebbe spiegato meglio. Tuttavia andò ad aprire uno sportello, dentro l’asse della cucina; ne tirò fuori un fagottino di una quindicina di centimetri.
Avvolta in un tovagliolo di lino ricamato, c’era una grossa chiave dorata, con un elaborato disegno.
Era abbastanza pesante. Accanto, piegato a metà, un foglio in carta di riso scritto con un arzigogolata calligrafia.
« Questo era con te. Quando ti trovammo, forse avrei dovuto dartelo prima ma.. » disse mestamente Lidia.
Vedendo mia madre con un espressione da cucciolo smarrito, mi salì un groppo alla gola, e risposi a voce bassa.
«Sono solo curiosa mamma, niente di più , ok? Va tutto bene » tenni tutto in mano e attesi mio padre.
Dopo circa 15 minuti Dario entrò in casa, e lo placcai con la medesima domanda, anche lui sorpreso lì per lì, rimase basito, poi mi disse che era vicino a Colle Val d'Elsa, ma prima che potesse continuare Vittore rientrò in casa, palesemente distrutto con tutti i vestiti in disordine.
E fummo tutti sorpresi della cosa, Dario si diresse verso di lui. E lo annuso, non notando niente di strano, si voltò verso di noi e fece spallucce e andò nello studio.
Era ovvio, dove fosse stato, e cosa avesse fatto. Lidia gli ordinò di darsi una sistemata prima di venire a cena, e lui, come un robot, obbedì. Io mi avvicinai piano, lo presi sottobraccio e lo portai in bagno. All’acqua gelida, si svegliò dal torpore. Piano piano il colore dei suoi occhi dal nero carbone, tornarono castani.
«È meglio se per un pò, Stefania, non la vedi. Domani verrai con me a giro. Perché mi sembra che ti stai rincitrullendo» gli dissi mentre gli passavo l’asciugamano.
«Sono un uomo è normale che ho queste pulsioni, se tu non mi dai ciò che voglio o posso... Lo prendo dalle altre, Stefania mi vuole, è bellissima e lei sa come prendermi tu invece... » disse, mezzo biascicando le parole, poi scosse la testa.
Che cosa?
Pensai di aver capito male, e gli toccai il viso come facevamo da piccoli per misurargli la febbre. Un dolore pervase la testa di Vittore che fece una smorfia, pensavo di avergli fatto del male, ritirai la mano, ma Vic, me la riprese e la rimise sulla tempia.
«Sono di fori, come un terrazzo a sbalzo, scusami, non so cosa mi prende, mi dispiace se ti ho detto cose che ti possono aver ferito, ma non ricordo nemmeno ciò che ho detto». Biascico più lucido Vic.
Rimasi in silenzio, guardandogli le mani, sembrava che avesse fatto a pugni. Poi mi alzai e me ne andai. Ma questo era il vero Vic, quello che ponderata le parole, che ti osservava prima di parlare, quello che ti diceva le cose in faccia quando ne avevi bisogno, quello leale, intuitivo, sarcastico, solo con me.
Con le altre era uno stronzo con la S maiuscola, era quello adorato dalle ragazze di mezza scuola. I suoi capelli castani ondulati, fino alle spalle, erano diventati un motto.
“Se non li hai lunghi, non ce l’hai”
Cantilenavano delle gallinelle del primo anno.
A volte non avrei voluto sentire i discorsi nei bagni, delle ragazze, su cosa e come Vittore aveva fatto a loro. A quanto pare, però, il “ fratellino” era bravissimo nell’attività preferita dai maschi. Fortunatamente Vic non portava mai a casa le sue conquiste, e quindi io non ero costretta a conoscerle, sapevo i nomi di quelle che erano durate più di tre giorni, ma non di più.
La cena proseguì tranquillamente fino a che il mio cellulare non prese a squillare.
Era Max sarebbe arrivato tra una decina di minuti per portarmi fuori. Lidia e Dario mi chiesero se era il mio ragazzo ma, ovviamente negai il più possibile.
Vittore, infuriato si diresse nella sua stanza.
«È solo una birra, tu non hai da parlare con Stefania? » Gridai dal corridoio e ricordandogli con chi stava. Lidia e Dario si guardarono e se ne andarono in camera.
Mi Prese la nuca e l’ avvicinò a sé e mi baciò. Un secondo bacio inaspettato. Non feci nemmeno in tempo a respirare che mi trovai persa nella bocca di lui, un male intenso, un bisogno viscerale, mi scaturiva dall’ inguine e mi saliva fino nel petto, un bisogno così assoluto che veniva appagato solo dalla bocca di lui. Sentivo il corpo di lui tendersi come un arco, il mio bisogno era uguale al bisogno di lui, di sentirsi stretti abbracciati fino quasi a distruggersi.
Max, fuori di casa, suonò il clacson del motorino e sudati e con il fiatone in gola, ci staccammo immediatamente.
Il sottile confine, che in questi mesi ci aveva tenuti lontani, adesso stava crollando caduto.
Adesso più nulla sarebbe stato come prima.
«Ne parliamo domani, adesso vai» disse Vic, con la voce di uno che aveva fatto una corsa lunghissima.
Arianna, fiammeggiante in volto e con i labbri lividi per la passione, meccanicamente prese il giacchetto da terra, e aprì la porta in modo che Max potesse vedere che stava arrivando, se lo infilò e lo raggiunse.
Quando Max la chiamò, si accorse che era rimasta immobile, con il casco in mano, da un po’ .
«Ti piace il nostro mezzo di trasporto?» disse scherzosamente Max
«Lo sai che se andiamo in due su un motorino ci arrestano vero?» rispose Arianna.
«Si, ma così avrò più tempo per parlare con te.» la corte di Max era serrata, ti faceva mancare il respiro. Pensai a Noemi. Non avrebbe avuto scampo. Risi e salì sulla moto.
Ci fermammo ad un bar lungo la strada, si prese un tè e una bibita con delle patatine e ci mettemmo a parlare dei compagni di classe. Poi però tornammo alla Limonaia, perché un compagno di classe ci aveva invitati.Si prese il motore e ci dirigemmo verso Fucecchio, Max non era tanto pratico della zona così mi misi alla guida e lo portai in Limonaia.
Però prima spiegai a Max, che già si era fatto diversi viaggi mentale, alla parola Limonaia, che cosa fosse...
« La Limonaia, è un pub di musica alternativa dove si beve sia alcol che birra , è situata in cima alla torre centenaria di Fucecchio.»
Spiegai esaustivamente. Una torre medioevale che era a protezione della cittadina. Lontano dalle case ,in cima alla città. Parcheggiammo sotto il loggiato e ci dirigemmo dentro il locale, ci mettemmo a sedere su delle poltroncine vicino alle finestre, e cominciammo a parlare. Mi feci raccontare il suo passato e Max mi parlò della sua ex ragazza a cui, lui era stato fedele, ma a quanto pare lei no.
Mi mostrò una foto sul cellulare. Era una ragazza castana, come tante, dagli occhi troppo vivaci. Mi dispiacque per lui. Dopotutto Max era un bel ragazzo, magari un pochino ossessivo, ma forse era per l'incapacità di fidarsi delle donne.
Sicuramente Noemi sarebbe stata giusta per lui, mi appuntai, mentalmente, di combinare un altro appuntamento ad entrambi.
Una ragazza si avvicinò al tavolo e gli chiese il suo numero di telefono, così, dal nulla. Max gli disse che non lasciava numeri di telefono a sconosciute e che quindi, lei avrebbe dovuto dargli il suo, e questa lo fece !
Io ero sbalordita!
Cominciai a guardarmi intorno, effettivamente, alcune studentesse parlottavano e lo fissavano. Così riferì la cosa al diretto interessato, che però non ci fece molto caso. Max, cominciò ad avvicinarsi a me con la sedia, poi mi mise una mano sul ginocchio.
«Forse dobbiamo sembrare più intimi, per sembrare una coppia» e si avvicinò quel tanto che le ragazze intorno smisero di guardare, infastidite.
«Arianna te vedi mai cose strane? »
Questa domanda mi sorprese
«Che intendi per cose strane? » chiesi, ma forse il suo modo di fare e i recenti avvenimenti, tradirono il mio sangue freddo.
«lo sapevo!, non era possibile che fossi diventato scemo solo io!. E’ questo posto vero?» esclamò Max compiaciuto.
Ma continuai a far finta di non capire. In modo molto maldestro a quanto pare.
Max mi spiegò che da quando era tornato a Fucecchio, gli erano successe cose strane.
Una notte gli era persino parso di vedere una strana creatura che a quattro zampe fiutava il terreno, all'inizio gli era sembrato un cane, ma poi la creatura si era messa sulle due zampe posteriori, e aveva camminato claudicatamente, nel suo prato, come se fosse uno gnomo, Max, voleva scendere e andare a vedere cosa fosse, ma sua madre aveva acceso di colpo le luci della sua camera, facendogli venire un mezzo infarto, e lo aveva spedito a letto.
Inoltre gli era apparso un segno all’altezza del fianco destro vicino all’inguine. Si alzò leggermente la maglia e si abbassò i pantaloni giusto per farmi vedere. Diventai prima rossa, di vergogna, poi vedendo il simbolo, sbiancai di colpo.
Un triangolo, di colore rosso. Il simbolo era apparso la settimana che si era trasferito, a ben pensarci lo stesso giorno che l'aveva incontrata per la prima volta.
Mi si tolsi la spallina della maglia, lasciando alla luce dei faretti il chiarore della mia pelle di luna, mostrandogli il cerchio con il quadrato giallo che era apparso anche a me.
Max rimase colpito.
Poi mi chiese se me l’ero tatuato, e lo stavo prendendo in giro.
Gli raccontai cosa fosse successo dopo il loro incontro. Della bestia e di Noemi, che l’avrebbe accompagnata a cercare informazioni. Man mano che loro parlavano il locale lentamente
si svuotava, erano ormai le due di notte, quando il barista gli chiese di uscire, per chiudere il locale.
Prendemmo, le nostre cose e ce ne andammo.
Parlare con Max era semplice, più di quanto avessi potuto immaginare.
Durante il tragitto verso casa, aveva voluto guidare Max che fortunatamente aveva cambiato profumo, così non fui costretta a nascondermi il naso nella sciarpa.
Il gelido freddo della notte e l'umido le penetrava, dai jeans, e mi fece rabbrividire.
Arrivata a casa, scesi dal motore e ridiedi il casco a Max.
«Domani posso venire con voi?» chiese Max.
«lo chiedo a Noemi, per me non ci sono problemi, ma devo sentire anche lei. »
«Mi sembra giusto, ah..., Arianna vuoi venire al ballo con me?» Probabilmente aveva aspettato tutta la sera, per farle questa domanda, ed era in palese soggezione,
«Una serata tra amici» si affrettò a dire Max, vedendo la domanda nei miei occhi…
«Si! Ci sto, se è tra amici mi va bene» rispose Arianna sorridendo. Mi salutò e al solito, Max, nel farlo le diede un bacio sulle guance.
«Dovresti piantarla» dissi.
Max, si voltò di colpo, con un sorriso a trentasei denti e se ne andò correndo. Quando il motore era ormai acceso e in testa aveva il casco, urlò
«A domani» con un'espressione felice in volto.
Uomini, a volte bastava poco, per renderli felici.
Presi le chiavi dalla borsa, e aprii la porta.
Perché il fastidio, alla spalla, non se ne andava?
Max gli aveva detto che lui, non aveva più dolore, da giorni, io invece era come se fossi in continua evoluzione.
L'ingresso era pervaso nel silenzio, un debole rumore di un vecchio videogame, proveniva dalla stanza di Vic.
Appoggiai la borsa sulla cassapanca dell'ingresso e presi il cellulare, in quel momento qualcosa si mosse alle mie spalle.
«Finalmente sei tornata» Vic , ancora in piedi, era di fronte a me.
Rimasi muta, non capivo che cosa stesse succedendo, neanche Dario era cosi protettivo. Ma il comportamento di Vittore, non era mai stato né così invasivo, né così aggressivo.
« Dove sei stata? » il suo tono era particolarmente puntiglioso.
«Alla Limonaia, ci sei stato anche tu, no? Con… Giorgia… mi pare, e questa filatelia, non mi pare sia avvenuta, da parte mia, perché ti comporti così?» Risposi sarcastica, stavo sulla difensiva. Perchè se la prendeva tanto. Non volevo provocarlo.. O si?
«Domani lo rivedrai?» chiese Vic.
«Può’ darsi, Noemi e io andiamo alle Gore in Val D’ elsa, vuole venire anche lui »
«Allora verrò anch’ io»
«Non hai da stare con Stefania?»
«No, sua madre, la porta alla fiera “ Magia e Mistero”»
«Ok… mister prepotente, - noi-,avevamo deciso di andare in treno, in questo caso, guidi tu »
«Mi sta bene ma “l’attrezzo”, starà davanti con me, così non potrà allungare più le mani»
Mi chiesi da quanto tempo stava guardando fuori, osservai la levetta dello spioncino alzata.
«Ci sto!» Risposi, cercando di tagliare il discorso, era molto tardi e dovevo svegliarmi presto la mattina seguente, e non volevo trovarmi troppo tempo da sola con Vittore.
Non mi fidava di me stessa.
Poteva ri- accadere quello che era successo poche ore prima, ma stavolta non ero sicura, che ci fosse qualcuno a fermarci.
Vidi la stessa preoccupazione negli occhi di Vittore.
Feci un grosso respiro. E mi voltai.
Entrambi ci dirigemmo nelle proprie stanze. Vittore, spense la consolle e lo sentii salire sul letto. Chiusi la porta di camera, mi appoggiai allo stipite, il cuore mi diceva di prendere tempo con Vittore, di non pensarci più di tanto.
Il pavimento era gelido, appoggiai la testa contro la porta chiusa.
E Mandai dei messaggi a Noemi sull'esito della serata.
Ma non ricevetti risposta, probabilmente stava già dormendo.
Se Vittore, voleva giocare con me, come faceva con quelle bambinette che era di solito frequentare, gli avrebbe dato “pan per focaccia“.
Ripensai al bacio, sfiorandomi le labbra con la punta delle dita.
Come poteva giocare così con me?
Lui stasera aveva tradito Stefania…
Non che mi importasse, questo è certo, ma comunque lei non se lo meritava.
Nessuna meritava un tradimento.
Pensai, anche, alla serata passata con Max, ma era stato carino a farmi passarmi una serata diversa dalle altre.
Era veramente un bravo ragazzo. Quella storia che mi aveva raccontato poi, me ne aveva ricordata ricordava un'altra che avevo sentito diversi mesi fa.
Un paio di signori avevano visto uno gnometto sull’argine. Lo avevano descritto con un grosso bastone nodoso, e una signora del luogo ci aveva anche cantato una canzoncina a riguardo.
“Fa la nanna bimbo bello, non andar la notte a zonzo.
Troverai l’ omin di bronzo che ti bucherà il cervello”.
Forse si trattava della stessa creatura. Ero euforica per il giorno seguente, magari non avremmo trovato nulla, o forse avremmo avuto una risposta sui miei ipotetici genitori che aspettavo da ben sedici anni.
Decisi di prendere quaranta gocce di Sereval, un narcolettico rilassante, giusto per stanotte per non avere incubi di nessun tipo, volevo dormire tranquilla per un pò e essere sveglia e al meglio per domani.
Il sonno mi prese, caldamente, mi portò alla deriva.
Barcollai, mi spogliai e mi infilai sotto le coperte.
Delle immagini si susseguirono nella mia mente.
Stavo correndo in un bosco fatto di mille colori elettrici, cercavo qualcuno, chiamavo qualcuno, ma qualcosa mi afferra e mi porta sopra le nuvole, alla mercé del vento gelido. Ululati e frustate sono i soli rumori che riconosco, cerco di scappare ma qualcosa mi afferra di nuovo e il mio cuore batte a mille, sono completamente terrorizzata...
Sono, matida di sudore mi sveglio di scatto. Alla faccia dei sogni tranquilli. Accesi la luce, il cuore che mi pompava a mille.
Mi toccai il collo, ero sudata mezza. Mi strisciai la mano sulla fronte. Ed emisi un enorme sospiro. Oramai era un paio di mesi, che facevo questo incubo e nella realtà non avevo mai provato una paura tale.
Forse la mia immaginazione mi stava tirando dei brutti scherzi.
O forse erano i sogni di qualcun'altro.
Capitolo 4
In viaggio.
Vittore caricò l’auto con tende da spiaggia, apri- chiudi, mentre io caricai la borsa dove avevo inserito la chiave e la scritta che mi aveva dato Lidia prima di partire. Sicuramente dopo sedici anni non avrei trovato nulla, ma era fiduciosa, magari quella chiave apriva un baule nascosto, o una casa diroccata, dove potevo trovare degli indizi utili. Mi sarebbe andata bene qualsiasi cosa.
Passammo da casa di Noemi, e anche lei caricò il suo zaino, in bauliera. Per ultimo fu caricato Max, che ci aspettava alla fermata del pullman vicino alla strada che conduceva al cimitero. Prima di salire a bordo, ci indicò la sua casa, una villa arancione con un alto muro di cinta e le persiane marroni in legno. Prendemmo la Fi-Pi-Li in direzione Empoli ovest, poi proseguimmo sulla strada regionale di Val d’Elsa, nel giro di un'ora arrivammo a Colle val d'Elsa.
Nel tragitto Noemi e io parlavamo del più o del meno. Mentre Vittore aveva messo radio 105 di sottofondo, Max cercava di farlo parlare, ma Vittore teneva la guardia alta. Io presentai ufficialmente Noemi a Vittore, e si piacquero fin da subito, la schiettezza di Noemi a volte lo spiazzava, ma era ok.
Notai immediatamente la scintilla negli occhi della mia migliore amica, mentre guardava Max e viceversa. Me lo sentivo che avrebbero fatto presto a stare insieme. Ciò mi rese felice, comunque io li avevo fatti conoscere, il resto toccava a loro.
Noemi, però si stava grattando il braccio destro da troppo tempo perché non me ne accorgessi. Gli chiesi che cosa avesse e Noemi si tirò su la maglia per farmi vedere meglio. Mi disse che da ieri pomeriggio sentiva delle lievi fitte in quel punto ma che ancora non aveva controllato.
Quando arrivò al punto interessato, tirando su la maglia, mi si seccò la gola.
Anche Noemi rimase senza parole. Anche lei, aveva un segno. Un cerchio blu. Sull’avambraccio sinistro.
Noemi si cominciò a strusciare agitatamente cercando di toglierselo ma niente.
Arianna gli appoggiò la mano sopra per evitare che si scorticasse ancora.
Nel suo campo visivo entro, Vittore, aveva degli strani spasmi al collo. Io gli tirò giù il colletto della giacca, senza tante mezze misure. Una mezza luna argentata.
Chiesi a Max di alzarsi la maglia per far vedere a tutti anche il suo simbolo.
Vittore accosto ad un'area di sosta e i ragazzi uscirono dall’auto.
E cominciarono a urlarsi tra loro spaventati.
Tutti in quella macchina avevano un simbolo.
Quattro simboli.
Chiesi a Vittore quando gli era venuto. Lui gli rispose quella stessa notte.
Dopo che se n'era andata.
Noemi mi fissava preoccupata. Mi mise a pensare che cosa potevano avere in comune questi simboli, ma non mi veniva nulla in mente.
Era giunto il momento per parlare con tutti. Spensi la Radio.
«Noi tutti, abbiamo un marchio»
Questa mia affermazione mise tutti in allerta.
Si misero uno di fronte all'altro e si guardarono, uno i simboli dell'altro. Solo il mio sembrava più complesso e inciso a fuoco sulla pelle.
Parlammo per un po’ di cosa avevamo visto. L'unico che sembrava immune da non aver visto nulla, era Vittore, che era rimasto chiuso in casa, ammaliato da Stefania, e non aveva prestato attenzione a nulla. Allora spiegai che uno dei motivi per cui ci stavamo dirigendo all’Elsa morta, erano proprio, e anche, a causa, di questi strani simboli.
Il tono della gita cambiò repentinamente.
Quando arrivammo a Colle val d’ Elsa non riuscivamo a trovare le Gore. Quindi chiedemmo a un simpatico vecchino al bar, dove potevamo andare per vedere l’elsa morta.
Il vecchietto ci indico la località a un chilometro da lì, si chiamava S. Marziale.
Scendemmo di macchina e proseguimmo a piedi.
Prendemmo il sentiero che si inoltrava nel parco fluviale, e dopo qualche centinaio di metri ci trovammo di fronte la cascata del diborrato. Un cascata di sei metri con acque cristalline di un celeste purissimo.
Che emanavano un caldo vapore. Proseguimmo il sentiero, costeggiato da massi giganti e da legni, facemmo delle scale e incontrammo diversi pescatori.
Il percorso proseguiva su dei massi che attraversavano il fiume, alcune volte erano anche in stile tibetano, con legno e corde, ma proseguimmo ugualmente. Inoltrandoci sempre di più.
Passammo delle altre piccole cascate a scesa, il colore dell’acqua era irreale, la foresta ci avvolgeva completamente.
Dopo un’ora buona di camminata, una radura, illuminata dal sole con dei tulipani rossi selvatici, attirò la mia attenzione. Ci fermammo lì vicino; Max e Noemi parlottavano tra di loro di leggende toscane, mentre Vic, stava tirando le tende.
Arrivai all’ argine del fiume, attirata da un grande albero al di là della riva. m’ immersi, come trascinata da una sensazione. L’acqua era stranamente calda e mi arrivava si e no alle ginocchia, salì dall'altra parte e mi avvicinai ad un robusto e rugoso albero di nocciolo. Probabilmente se i miei compagni, si sarebbero voltati adesso non mi avrebbero nemmeno vista.
Ma seguivo un odore.
Un odore che avevo sentito spesso da piccola. Toccai una pianta affilata che mi tagliò leggermente, una piccola goccia cadde al suolo. Un giaggiolo la raccolse con il suo calice. Presi il dito in bocca e proseguì la mia camminata, verso la scia di profumo che si intensificava.
Poi, sentì un fruscìo. Vidi degli occhi.
Umani.
Incastonati in una corteccia d'albero. Mi avvicinai ancora, e vidi che non era una corteccia d’albero, ma una statua di un uomo coperta di muschio e foglie, un ramo di un albero vicino mi sfiorò la guancia.
Poi una voce severa ma dolce parlò.
«Perché sei qui?» Ero incapace di mentire, risposi come in trance, che ero lì perché li vicino, i suoi genitori l'avevano trovata, in un cesto tanti anni fa.
In un cesto di giunco.
«Giunco?» la statua si mosse.
Un uomo muscoloso e forte, prese vita coperto di muschio e foglie. Di fronte a me, si eresse in tutta la sua stazza, un homo selvatico, alto più di due metri, con braccia e gambe nude, ma coperte da una fitta peluria di erba verde, con dei lunghi capelli che avevano preso l'aspetto della corteccia. Aveva poche vesti che gli coprivano le parti intime, fatte con fogliame e muschio.
I suoi in occhi erano gentili.
Nella sua forma del viso riconosceva, alcuni suoi tratti. Il naso era identico. Forse quest'uomo della selva, conosceva ben più di quanto io sperassi.
« È già passato così tanto tempo?» Borbottò’ tra se l’Homo.
Mi girò indietro per vedere se i miei amici mi stessero vedendo, ma non li vide. L’Homo selvatico tornò a prendere la sua completa attenzione, era appoggiato ad un bastone ma non per trarne uso. Sembrava dotato di profonda saggezza e una spontanea arguzia.
«Come ti chiami?» chiese la strana creatura.
«Arianna»
«Cosa ti ha condotto quivi»
«Mi sono apparse delle strane macchie sulla pelle. A me per prima, poi a quattro dei miei amici, e non so che cosa siano, inoltre vedo delle cose che non possano esistere, ho chiesto ai miei genitori da dove provenissi, e loro mi hanno indicato questo luogo.» La creatura mi scrutò per un tempo indefinito, poi emise un sospiro.
«Solo chi ha il mio sangue può entrare da questa parte del fiume e vedermi, questo significa che tu sei mia figlia. Mia, e di una donna che ho amato, più di 500 anni fa.»
Caddi a terra soppesando ogni singola parola che aveva detto era impossibile.
Mi appoggiai ad un sasso e per non cadere dallo shock mi misi seduta su di esso. L’Homo selvatico, mi spiegò che XII secolo, aveva salvato una bellissima donna da un brutale assassinio.
La donna, sua madre, era la sposa di un orrendo riccone, che la maltrattava ogni giorno, l’Homo selvatico poteva vedere ogni giorno quante violenze subiva, ma non poteva intervenire, poiché gli esseri nel bosco, non dovevano interagire con gli umani. Tuttavia la donna quando il marito non era in casa era gentile con gli animali e caritatevole.
Un giorno il marito di lei tornò a casa con una nuova donna, e dopo un litigio furioso, gettò la sua sposa dalla torre, l’Homo selvatico corse e la prese prima lei si schiantasse al suolo. Mise delle budella di animale morto in fondo alla rupe, e il vestito di lei a brandelli.
Ci furono i funerali, e la settimana dopo il riccone era già a fare i preparativi per le nuove nozze. La donna salvata si chiamava, La Pia. L’ homo selvatico la accudì e i due dopo qualche tempo s'innamorarono, e lei rimase incinta. Quel periodo fu il più felice della sua eterna esistenza. Ma la vita umana ha vita breve, così l’Homo selvatico andò a reperire un elisir dell’eterna giovinezza, per la sua compagna.
Quando però, ritornò nella sua tana, La Pia era scomparsa. La cercò in lungo e in largo, ma tutte le creature non avevano visto nulla.
Qualche tempo dopo venne a sapere che nella Caccia Selvaggia c'era una donna con le sue stesse caratteristiche, che era stata catturata nei boschi. Ma quando arrivò a parlare con uno di questi comandanti, gli riferì che l'avevano data alla Batuffa, dato il suo stato interessante. La
Batuffa era un'altra creatura, che abitava nel sottosuolo e che adorava le giovani donne. Ma nessuno sapeva come trovarla, perché il suo covo era segreto.
Il tempo passava e un giorno dopo il dì di calendimaggio, la Pia era tornata da lui incatenata e con una frugoletta sottobraccio, di qualche mese.
Ebbe poco tempo per spiegargli tutto.
Sembrava però che per lei fossero passati solo alcuni mesi e non centinaia di anni.
Gli dette la bambina e una chiave che era quelle delle sue catene. Mentre diceva questo le catene ricominciarono a tirare e una voragine si aprì, sotto di lei, e la riportò nell'antro della Batuffa. L’Homo selvatico provò ad accudire la neonata, i primi tempi, ma non era molto pratico di bambini, e oltretutto assomigliava più agli esseri umani che alla sua specie.
Così mandò degli uccelli a osservare nelle città vicine e gli venne all'orecchio di una coppia di persone buone che non potevano avere figli. E così fece in modo che loro venissero a lui.
Ascoltavo.
Ascoltavo con le lacrime agli occhi. Le tante domande che mi era posta fin da piccola, finalmente avevano avuto risposta.
Una risposta che andava aldilà di ogni immaginazione, aldilà di ogni cosa, che mai avrebbe creduto che esistesse. Io, mai, mi sarei aspettata una cosa del genere. Io, non ero un persona normale, fatta di carne e ossa, come gli altri; Io ero, realmente, speciale.
Il sole era a picco sulle loro teste, Noemi e Massimiliano erano passati dalle leggende, alle religioni nel mondo, mentre Vittore era perso nei suoi pensieri. Pensava a cosa gli fosse successo il giorno prima.. non lo ricordava. Nella sua testa c’era Stefania ma il suo cuore batteva per Arianna, il fastidio al collo si fece più presente. Si toccò la mezzaluna sulla nuca. Doveva trovare Arianna Solo lei, le aveva fatto passare quel torpore che gli offuscava la mente.
Quella sensazione di vuoto che lo accecava da tempo. E voleva parlare con Stefania, lei s’ impadroniva totalmente dei suoi sensi, e lo rendeva un burattino in un modo che lui non avrebbe potuto spiegare. Ma voleva anche Arianna. Ardeva di amore per Arianna, lei era su un piano più tangibile, ma la sua stessa volontà si ritorceva contro di lui e lo portava a fare cose per Stefania, che non avrebbe dovuto fare ed era come un assetato nel deserto.
A lei poteva fare cose che con Arianna non avrebbe mai potuto fare. Con lei poteva esprimersi in modi che con Arianna aveva potuto solo immaginare. E dopotutto anche Arianna gliel’aveva detto. Loro due non sarebbero potuti stare insieme.
Quindi perché complicarsi la vita. Ma quei baci che c'erano stati, con Arianna, l’avevano riempito in un modo che nemmeno venti Stefanie insieme avrebbero potuto.
Erano stati tutto.
Erano stato più intenso di qualsiasi altro rapporto avesse mai avuto, compresi quelli con Stefania. Adesso lo sapeva, non ci sarebbero mai stati altri baci come quelli.
Il bacio del vero amore.
Ma la legge FM lo avrebbe impedito. E non voleva certo venir meno alla promessa che aveva fatto al padre di Arianna, da piccolo.
Vittore aveva capito fin dal primo momento, fin da quel attimo, sfuggito in palestra, che quest'amore era destinato a essere grande.
Troppo grande per lui.
Lui non la meritava. Lui poteva avere qualsiasi ragazza volesse, ma non lei.
Lei era intoccabile. Lui che amava Arianna fin da principio. Fin da quando erano piccoli.
Lei gli era entrata sotto pelle come una febbre a cui ogni respiro gli toglieva il fiato. La osservava quando si spazzolava i capelli, osservando il suo profilo, ogni sera.
Fortunatamente Dario aveva messo la legge FM, altrimenti prima o poi si sarebbe tradito. Per loro non c'era futuro insieme.
Ma questa storia che adesso aveva con Stefania, sembrava strana. Non capiva nemmeno perché, sentiva solo il bisogno materiale di Stefania, non era un pulsazione di cuore. Era completamente intontito.
Forse con Stefania avrebbe potuto dimenticare Arianna. Pensava a lei adesso, ai suoi capelli rossi che si muovevano come onde quando lei era sopra di lui.
Il dolore alla nuca si fece di nuovo sentire. Guardo l’erba accanto alla tenda. Era di un bel verde smeraldo. Prese il cellulare, e vide che non c'era linea, allora si sedette sotto un albero a guardare il cielo, quando, dopo qualche minuto, sentì qualcosa di viscido strusciargli accanto.
Intorno a lui la terra brulicava di vermi, di formiche, di scarafaggi e ragni.
Si alzò da terra, urlando e scuotendosi. Noemi e Massimiliano, lo videro e si misero accanto a lui. Il posto che aveva scelto era diventato un pozza di terra, rosso sangue brulicante di esseri immondi.
Si girò a guardare dove fosse Arianna.
E cominciò a chiamarla mentre continuava a pulirsi.
«Ary non era con voi?» chiese a Max e a Noemi.
«Non era con te?» gli disse Noemi.
«No» Si misero a cercarla dividendosi. Sentirono all’unisono, la voce di Arianna che li chiamava dal fiume.
Ad un certo punto, dalle acque, completamente diversa, ma uguale, uscii, con una veste bianca e rosa che galleggiava a pelo d’acqua con dei fiori che mi circondavano. I miei capelli erano bagnati ma il mio viso era raggiante.
Dietro di me una statua umana stava attraversando il fiume. Sembravamo un immagine fatata, di quelle che fai nei sogni; di quelle che puoi vedere nelle illustrazioni di Luis Rojo. Lunghi filamenti argentei si irroravano dai fossi e ci colpivano facendoci restare senza parole.
Quando tornai a riva, presentai a tutti loro, mio padre, o almeno mio padre “biologico”. Gli raccontai tutto ciò che avevo scoperto, suscitando in loro sbigottimento. Nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere una creatura leggendaria di fronte a se. Max borbottava frasi incomprensibili. Vic era in evidente stato catatonico e Noemi continuava a girare intorno alla creatura saltellando animatamente e studiandone i particolari, e, si avvicinò per respirarne il profumo.
Era come se mille campi di erba fossero stati tagliati, mille fiori fossero esplosi, l’odore tipico della terra bagnata d’estate, e dei sassi del fiume, la verde del bosco e il vento insieme.
Tuttavia l' Homo selvatico era venuto per vedere i nostri marchi.
I ragazzi glieli mostrarono con un po' di timidezza. Rimase turbato ma accennò solo al fatto che appartenessero a una religione “umana” che però aveva antiche fondamenta. Il concetto, se non era errato, era nel cercare il proprio IO interiore, ma forse c'era dell'altro.
Solo mia madre biologica avrebbe saputo dirci di più, la donna, che per il breve periodo era stata con lui, aveva letto moltissimi testi sacri. Quindi avrebbero potuto certamente aiutarci.
Poi osservò Vittore.
«Questo ragazzo è stato ammaliato da un antica magia, simile a quella che ha imprigionato tua madre, adesso però dovete andarvene, questo luogo è sacro, e questa magia, sta sconvolgendo gli equilibri. Figlia mia devi trovare tua madre, ma in questo non posso esserti utile.»
Annui.
«Ho scoperto chi è mio padre, e questo è più di quanto, io, sperassi» poi mi accarezzò il viso e aggiunsi.
«La troverò »
L’Homo selvatico, mi diede una strana pietra rosa, era una specie di interfono tra i noi due, funzionava solo un paio di volte, ma se la gettavo a terra, lui avrebbe capito dove raggiungermi. Dopo avermi spiegato il suo funzionamento, se ne andò sparendo nel bosco. I ragazzi si guardarono negli occhi. Era tutto vero, ed era tutto quello che avevamo.
Le mie vesti, ritrovarono il colore del jeans genovese, e della prugna di campagna. Presi il polso di Vittore, stringendolo forte. Volevo abbracciarlo per la contentezza. Max, notando la cosa, mi chiese se, a questo punto, era anche il padre di Vittore. Noemi gli disse che era impossibile, dopotutto Arianna e Vittore non erano fratelli.
«Ma se vivono in casa insieme?»
«Si, ma il padre di Vittore è morto tanti anni fa e i genitori di Arianna lo hanno preso sotto la loro ala protettrice. »
Ci volle qualche secondo, prima che Max capisse come stavano le cose. Era tendenzialmente sconvolto, per l’essere mistico che gli era apparso davanti, pochi attimi prima, per questa cosa che proprio non accettava e non credeva, del soprannaturale, che gli stava accadendo, dopo l’apparizione di quel “cacchio di triangolo“ sul corpo. Capire, anche, che l’unica persona con cui avesse legato in classe, avesse una relazione fraterna con un non fratello, era troppo da elaborare in un giorno. All'inizio si incavolò con me perché non glielo avessi detto.Gli spiegai che a scuola, tutti credevano, che fossimo fratelli, ed era meglio così. Poi cercai di spiegargli, il perché, di tutto questo malinteso, a grande linee.
Anche Vittore espresse la sua opinione in merito, dicendogli che al massimo, avrebbe dovuto lui, dirglielo, ma non gli pareva di essere tanto in confidenza da farlo, certamente gli ultimi eventi avevano dato una svolta alla fiducia, superiore ad ogni aspettativa. Max all'improvviso capì, cos’era quel alchimia che aveva percepito tra me e Vic. E comprese che forse ci aveva provato, perché l’aveva vista, così, sola, quel giorno, a Firenze, che gli sembrava un ottimo inizio, per conoscere qualcuno di nuovo, in quel paese, così lontano da casa sua. Provava per me solo una simpatica amicizia, e anche io credevo che non sarei andata oltre a ciò.
Max guardò Noemi e per un attimo le sembrò illuminata come una dea. Gli era già piaciuta, dal modo, in cui aveva parlato con lui, in auto. E i pochi momenti a scuola.Ma in quel momento, mentre il sole attraversava i suoi capelli e un raggio le illuminava i colori screziati della pupilla, il suo cuore accelerò di colpo. C’era lì qualcuno per lui. Adatta a lui, che forse ancora non lo sapeva. E avrebbe fatto l’impossibile per averla al suo fianco.
Mi prese da parte e me lo confidò. Già lo sapevo. Feci un enorme sorriso a trentasei denti e battei le mani contenta. Poi li spinsi vicino a Noemi.
Lo sapevo che gli sarebbe piaciuta, poi Max mi promise che avrebbe mantenuto il segreto sul mio “finto fratello” e che non mi avrebbe dato più fastidio. Si sarebbe concentrato su Noemi. Voleva partire da zero con lei. Voleva curarsi di lei, anche se fosse stato solo per un istante di felicità, anche se fosse solo un momento. Se lei glielo avrebbe permesso. Mi diceva che avrebbe fatto le cose con calma, assaporando ogni attimo condiviso con lei.
Voleva vivere questa nuova esperienza, come se fosse un nuovo inizio. Adesso che aveva una nuova casa, e dei nuovi amici, voleva iniziare da capo il suo percorso. La storia che aveva avuto doveva lasciarsela alle spalle. Tutto il dolore che aveva usato come scudo in questi mesi, forse sarebbe crollato, grazie ad un nuovo sorriso. Guardò Noemi, che gli rivolse un sorriso gentile Si avvicinò a lei, e gli chiese. «Tu sei fidanzata?» Noemi, abbasso lo sguardo e si guardò timidamente i piedi,
«Mmm No, ma che c’entra?» rispose.
«Niente!» Max sorrise a trentasei denti. E entrò nella tenda per prendere le sue cose. Quando ne uscì esclamò
«Beh! Dobbiamo andare no? Avete sentito cosa ha detto l’energumeno. Andiamo a casa.»
In macchina, Io e Noemi parlavamo di quello che era accaduto, mentre Max davanti cercava di cambiare stazione radio. Ad un certo punto Noemi strillò
«Lascia questa»
Era una canzone latina di un po’ di tempo fà . Tutti si misero a cantarla a squarciagola. Senza Pensieri, tutto si era fermato, era un attimo che avremmo ricordato per sempre, tra i tanti momenti di quella giornata.
Uno scorcio di infinità normalità.
Il sole si apriva rossastro sopra le nostre teste, l’arancio illuminava i nostri volti ridenti.
Io cominciai a parlare del ballo che da lì ad una settimana, ci avrebbe visti essere presenti. Mi venne un'idea meravigliosa.
«Max che ne pensi se invece di avere una dama, tu ne avessi due?» stringendo Noemi per un braccio.
«Un amica e una compagna?» disse Max. Avevo intuito che stava per nascere qualcosa tra quei due. E disse.
«Si!»
«È un'idea fantastica» Noemi imbarazzata,
« Ma, ma... ci dobbiamo vestire coordinati.. bianco - avorio?.» Dopo un leggero battibecco furono tutti e tre concordanti sul grigio argentato- bianco. Vittore, era già stato invitato da Stefania, che lo aveva obbligato a vestire in blu, e il suo abito era già a casa, appeso a una gruccia.
«Dovrò dire anche ai miei, quello che ho scoperto, oggi »sospirai guardando fuori dal finestrino.
Non sapevo come affrontare la situazione, ma sicuramente avrei dovuto farlo.
I miei genitori si meritavano la verità. Vittore portò per prima a casa Noemi, così diede agio a Max di imparare dove abitasse, entrambi li avrebbero rivisti a casa il giorno seguente. Poi Max, imboccò la strada verso casa.
«Forse è meglio se non racconti nulla a Dario e Lidia, ti prenderebbero per matta, Digli che non li hai trovati.» disse Vic con assoluta fermezza. Rimasi a fissarlo per un po'. In fondo non aveva torto. Ma non saprei. Non sentivo che era una cosa giusta da fare.
Vic, parcheggiò l’auto sul vialetto. Io mi ricordavo bene, cosa avesse detto di lui, l’Homo. Era stato ammaliato Ma non ne sapeva nulla di malie, verso le persone, quindi chiamai l'unica persona che mi poteva dare qualche dritta. Mia madre. Che non era in casa.
«Ciao Mamma!»
«Ciao tesoro, dimmi.»
«Se una persona è ammaliata, che si fa per curarla?»
«Tesoro è successo qualcosa?»
«No mamma, »
«Beh, se è ammaliata, significa che ha il malocchio, ma prima bisogna vedere se ce l’ha. Vai dalla signora Leto, qui accanto e fatti dire come si fa.»
«Ok. Grazie mamma ci vediamo stasera, io sono a casa ora. »
«Va bene, Ary ci vediamo stasera. » guardai dalla finestra, se la macchina dei vicini c'era o no. In quel momento il signor Fausto, il suo vicino, era appena uscito per mettere fuori l’organico, per il giorno successivo.
Presi al volo anche un mio sacchetto dell’immondizia e usci. Intercettai il vicino e gli chiesi se sua moglie era in casa.
Il signor Fausto mi fece strada, e mi portò dalla signora Isadora. Gli chiesi che cosa poteva fare per sapere se una persona era colpita dal malocchio. La signora Isadora, prese un libriccino viola tutto consumato dalla sua libreria personale.
«Qui ci sono diverse istruzioni per scoprire se una persona ha il malocchio o no, te lo presto molto volentieri, quando hai fatto me lo riporti, Arianna ci sono delle forze in giro, più potenti di quanto si pensi, stai attenta, mia cara, mi raccomando»
«Certo signora Leto, glielo riporto appena letto, e starò attentissima. » Presi il libriccino e ritornai a casa.
Sentivo la mia ragione vacillare, fino a quel momento avevo tentato di dare a tutto una spiegazione logica, ma oramai cominciavo a credere ai prodigi più’ incredibili.
Quel cumulo di prove mi schiacciava.
Guardai e riguardai il libriccino. Doveva pur far qualcosa cominciò a leggere. Il malocchio è una parola densa di significato oscuro e di alternative inquietanti.
Perché mai una persona dovrebbe fare una cosa del genere proprio non lo comprendeva.
Nel libro diceva che bisognava essere in perfetta forma fisica, psichica, a digiuno e rilassati, per eseguire il rito.
Inoltre c’erano diversi metodi:
Ø Dell’incenso.
Ø Dei 27 chicchi di sale
Ø Dell’olio d’oliva.
Ø Dell’uovo e della luna
Ø Della candela
Metodo dell’ incenso.
È il più semplice perché è quello che risponde subito alla domanda “ Sono stato colpito dal malocchio “, Va preso dell’incenso puro e messo una manciata in una bacinella di rame, con dei filamenti di legno, dargli fuoco. Quando l’incenso comincerà ad ardere, va lasciato bruciare fino in fondo, e va osservato bene il colore del fumo. Se all'inizio sarà nero significa che esistono negatività, provenienti da persone vicine, parenti falsi amici che tendono a minare la famiglia. Ogni forma di malocchio ostacola l’accordo fra coniugi e fra parenti stretti e impedisce il buon andamento delle situazioni sentimentali. Se il fumo invece è bianco, niente paura.
Metodo dei 27 chicchi di sale.
In una bacinella sempre di rame, bisogna versasse sette cucchiai di alcool e 27 chicchi di sale grosso, date fuoco sempre coi fili di legno. Se il sale scoppietta e spara esiste il maleficio, provocato per gelosia, e per invidia da parte di persone che si sono amate e con le quali abbiamo rotto, o da amici con cui abbiamo discusso. Questo tipo di malocchio si ripercuote su il denaro lavoro e salute.
Provocando ansia e scontrosità.
Metodo dell'olio d'oliva nella acqua.
Spegnere tutte le luci e chiudere le finestre, va riempita una bacinella con una foto della persona forse soggetta da malocchio. In un altro piccolo recipiente di rame versare dell’olio d’oliva. Accanto alla bacinella si pone una candela bianca, per illuminare l’acqua. Dopo qualche minuto di concentrazione, va immerso il dito indice sinistro, nell’olio e vanno fatte cadere alcune gocce nella bacinella. Se rimangono intere non c’è malocchio.
Se tendono ad allargarsi sempre più il malocchio c’è. E più si allargano più è forte, questo tipo di malocchio attacca il fisico, il lavoro e gli affetti, e proviene dalle persone vicine.
Il metodo dell’uovo e la luna.
È uno tra i più lunghi riti in cui possiamo imbatterci, servono infatti 9 giorni e 9 notti.
Dopo il tramonto, durante le fasi dell’ ultimo quarto di luna, alla luce di una candela bianca, rompere u n uovo , dopo averlo separato dal bianco, mettete il rosso in portauovo, ed esponetelo alla luce della luna, e lasciatecelo tutta la notte. Prima dell’alba ritirate lo e copritelo con un panno nero in un luogo buio fino alla notte successiva, e così via fino alle 9 notti ai 9 giorni. Se non ci sono negatività si vedrà formatosi sull’ uovo l'immagine del quarto di luna, altrimenti se dell'uovo non è rimasto nulla, esistono forti contrasti per le vicende sentimentali e l'equilibrio psichico.
Questo rito serve soprattutto se la persona, si trova in uno stato psichico incerto e inquietudine per fatti strani ed ingiustificabili da un punto di vista logico reale.
Per praticare questo rito non si devono mangiare uova nei tre giorni precedenti.
Il rito della candela.
Serve l’aiuto di un mago, in quanto per eseguirlo è necessario essere in possesso di una candela opportunamente “lavorata” da un esperto. Sarà necessario quindi rivolgersi a qualcuno che la possa fornire, dopo essersi accertati che si tratta di persona competente e professionalmente seria.
Questo esperimento non comporta pericoli ma va eseguito attentamente e con la massima concentrazione. Dopo il tramonto mettete la candela in un candeliere in modo che non abbia inclinazioni e che resti ben dritta, e collocatela nell'ambiente in cui vive la persona che si ritiene vittima del malocchio. Spente le luci, accende tela, sempre con un fiammifero di legno e lasciate la ardere fino a completo esaurimento. Quando la fiamma si sarà spenta spontaneamente osservate attentamente le tracce che sono rimaste nel candeliere.
Se troverete un poco di cera fusa e quelle caratteristiche sbavature che generalmente vengono lasciate dalle normali candele non esiste malocchio e tutto va bene.
Se, spenta la fiamma, non si troverà traccia alcuna né di cera né dello stoppino della candela stessa il responso è decisamente “c'è malocchio”
Uno dei riti più potenti e oscuri, era inoltre quello del gallo nero.
Serviva per fare il malocchio. Ma riguardava il settore dell'amore infatti con questo rito, la persona che ne subisce le conseguenze, vedrà allontanarsi la persona che ama, e tutti gli amici. Dubbio e gelosia saranno all'ordine del giorno. Persino il sonno sarà tormentato.
Mentre leggevo la pratica del rito avevo dei forti moti di avversione.
L'uccisione di un gallo poi per me era aberrante. Anche il rito del rospo era altrettanto cruento e portava l'individuo ad essere catatonico.
Mai, mai avrebbe creduto che l'essere umano fosse in grado di accanirsi così, su un altro essere umano, a livello puramente ideologico.
Tuttavia. Doveva scoprire che cosa stesse succedendo e quello dell'incenso era il più pratico di tutti. Ma doveva prendere dell'incenso puro da un erborista.
Chiusi il libricino, lo misi nel comodino, presi il giubbotto ed uscii. Sapevo che c’era un negozio di erboristeria a San Miniato Basso di nome “l'Albero della vita”. Non volevo chiedere a Vittore di accompagnarmi, ma quando fu fuori, me lo trovai di fronte .
«Dove vai?»
«Devo arrivare a San Miniato Basso, mi dai uno strappo?»
«Certo, come sempre, salì. » Vittore mi aprì la portiera e partirono. Gli dissi che l'erboristeria in cui volevo andare era in una via dietro la discoteca Sombrero. Vittore non aveva più parlato con me dalle gore.
Ed era passata quasi una settimana .
La tensione stava salendo nell'auto.
«... Allora... con Stefania come va ?.» dissi per rompere un po’ il ghiaccio.
«Ci esco stasera a cena, e rimango da lei. Ha detto che tra me e te, secondo lei, non ci deve essere niente se non amicizia. » mi pietrificai.
Nella mia testa le rotelline giravano vorticosamente.
« Ha - Hai parlato a lei, di quello che è successo? TRA DI NOI!!!!?» La mia voce era salita di un ottava mentre lo dicevo.
«Lei deve sapere sempre tutto di me» Rispose meccanicamente Vittore.
«Ma ti ha dato di volta il cervello. ****!, Vic!, Nessuno deve sapere di noi, NESSUNO!.Sei rincoglionito per caso?» Il semaforo rosso mi diede il tempo di levarmi la cintura e scendere dall’ auto. Vic si accostò, pregandomi di tornare in macchina.
Eravamo così’ vicini all’erboristeria, che mi ci fiondai dentro. Una signora attempata in classici vestiti hippie, mi servì scrupolosamente.
L’odore era forte e si respirava a fatica.
«Salve, vorrei dell'incenso puro» chiesi nel modo più gentile che potessi fare in quel momento.
«Si certo » la signora andò nello scaffale a fianco ed estrasse della polvere.
«Ti serve anche l’ incensiere?» Mi chiese.
«No, grazie. Sono a posto così.» risposi.
La signora andò verso la cassa, ma si fermò a metà strada. Si voltò verso di me e mi chiese «Quel ragazzo che è lì fuori, è un tuo amico?» Guardai fuori, nella direzione dove indicava la signora , vidi Vittore, fermo come una statua di cera che mi aspettava.
Il mio Vittore non avrebbe mai fatto una cosa del genere, sarebbe entrato e avrebbero chiarito. Anzi avrebbero parlato già da un pezzo di quello che era accaduto, ma ogni volta che lo vedevo, aveva Stefania appiccicata come una cozza allo scoglio di mare e ciò aveva reso impossibile ogni discorso, oltretutto non c'era mai stato a cena in questi giorni.
E ora che ci pensavo...
Non l’aveva mai visto nemmeno a colazione. Guardandolo bene.
Erano giorni che non si cambiava.
Annui alla signora «Purtroppo si, »
«E’ per lui l’incenso vero?» La signora doveva sapere in qualche modo del metodo per scoprire il malocchio.
«Forse potresti andare a parlare con la famiglia Martello, loro sono miei clienti da anni, sapranno sicuramente riconoscere un malocchio ad occhi chiusi» Come prego? poi feci due più due, forse era molto di più che un semplice malocchio..
«La loro figlia, si chiama Stefania, giusto?» Chiesi cercando una conferma nelle parole della signora.
«Allora li conosce!»
«Se sono loro, Stefania viene a scuola con me, ma non sapevo facessero queste cose. »
«Si, sono famosi in tutto il mondo, non si direbbe vero?» Disse la commessa dandomi lo scontrino. «No. grazie per la dritta !, Arrivederci!» salutai la signora ed uscii di fretta.
Il mio animo era in subbuglio, e sembrava che il vento fosse con me. Sferzava freddo e arrabbiato. Vittore salì in auto. Io lo osservavo, prima che potesse accendere l’auto, gli tolsi le chiavi di mano. Cominciai con voce calma a fargli alcune domande, in verità, volevo spaccargli il muso, ma forse non era colpa sua. Gli presi la mano.
«Da quant'è che non dormi a casa,?»
«Tre notti. » Rispose Vittore con quella voce catatonica.
«Dove sei stato?»
«A casa di Stefania»
«Che cosa avete fatto? » Non volevo ascoltare la risposta, ma se c’era solo un indizio su come potevo rimediare a tutto ciò, dovevo farlo. «Abbiamo ... non posso dirlo a te.»
Dovevo insistere, avevo letto nel libricino, che alcuni riti dovevano essere fatti in determinati posti per essere validi. Anche se mi veniva da vomitare, dovevo chiederlo.
«Come, dove e con cosa»
Qui la mente di Vittore, comincio ad affaticarsi, ci volle qualche attimo prima che mi rispondesse
«La prima volta, ci siamo spogliati completamente, poi siamo entrati in una stanza piena di simboli strani, c’era un enorme cerchio, intorno a noi, pieno di candele, e fuoco. Mi ha messo per terra e poi mi ha parlato con parole che non comprendevo. Mi ha cosparso di un olio puzzolente, poi è arrivata una donna, di cui non ricordo il volto, e mi ha fatto bere del vino dal sapore di ferro.. Credo che abbiamo continuato, ma ho solo dei brevi ricordi frammentari .»
Mi si era accapponata la pelle, ero scossa da brividi, e non sapevo cosa fare, mi posò la mano sulla spalla. Tutt'a un tratto, Vic, mi prese la testa fra le mani ed emise un gemito, poi la rialzò come se cercasse qualcosa. Apri’ la mia mano e la tenni più possibile premuta sulla sua testa. Bruciava.
Le mie dita erano cosparse di filamenti incandescenti. Poi tutto smise.
«Va bene, non ti chiederò altro, puoi portami a casa.» gli dissi. Ma Vic non si mosse, poi un debole suono, come una flebile voce uscì dalle sue labbra. Cominciò a tremare, del fumo nero gli uscì dal naso. Si portò le ginocchia al petto. Poi parlò.
«Mi ricordo tutto! Che diavolo ho fatto! Arianna mi dispiace. Ci sono dei giorni di cui io non ho memoria, Non capisco! Mi fa così male la testa!» Vic, si mise a urlare, tenendo di nuovo, la testa tra le mani. Gli presi di nuovo la testa tra le mani e gliela baciai. Tremava. Non l’avevo mai visto in quello stato. Cercai di calmarlo come meglio potevo.
La mezzaluna argentea dietro la sua nuca cominciò a brillare, e dalle mani di Vittore cominciò ad uscire della sabbia nera. Presi il sacchetto dell’incenso e ci misi un po’ di quella polvere dentro. L’avrei portata a far vedere ai Leto, più tardi.
Vic, pareva sentirsi molto meglio, era più sciolto, pareva essere tornato quello di sempre.
In silenzio rientrarono in casa.
Vic spari in camera sua io trovai un bigliettino, di mia madre Lidia, che mi diceva di ordinare quattro pizze per le 20.15, perché lei avrebbe fatto tardi.
Feci l’ordinazione, apparecchiai per quattro, misi la Coca-Cola in frigo e spippolai un po’ al cellulare. Pensai a Stefania e a tutte le cose orrende che aveva fatto. Decisi che dovevo parlarne con Vic, e che dovevo escogitare un piano, presi coraggio e bussai alla porta di camera di Vic.
Per la prima volta in 8 anni.
Anche se vivevano insieme, mi ero ripromessa di non entrare mai in camera sua. Vic era appena tornato da farsi il bagno quando mi aprii la porta.
Aveva un asciugamano intorno alla vita e uno sulle spalle con cui si stava asciugando i capelli.
Era bello come il sole d’inverno.
La camera di Vic era più grande di tutte le altre camere della casa, e feci un rapido tour visivo. Ci erano stati aggiunti diversi oggetti con gli anni ma per me, tutto questo era nuovo.
Era, praticamente, un mini appartamento in casa. Mio padre, Dario, diceva che un maschio, ha bisogno di più spazio, di una donna, e che quella stanza, era la loro taverna privata.
A me era stato ovviamente vietato l’accesso e non l'avevo mai nemmeno vista, se non vuota, quando era piccola, prima dell'arrivo di Vic. La prima cosa in bella vista era un divano Bourbon, che era
piazzato davanti a un enorme televisore, collegato a sua volta a un Xbox, e in bella mostra c’erano altre svariate console per videogame. Poi nell’angolo sinistro c’era una scrivania con due schermi e un computer fisso che emetteva delle sinistre luci verdi.
Dietro il divano, c’era una batteria, un enorme letto matrimoniale e sopra di esso un armadio a muro nero lucido dell'Ikea.
La libreria, veniva usata per catalogare in ordine alfabetico i videogame; per i libri, invece, c’era il pavimento. O al massimo il comò. Sulle pareti capeggiavano le spade laser blu e rossa di Star Wars, e un intenso odore di calzini sporchi, misto gomme da masticare impregnava l'aria.
«E così, questa è la tana del lupo»
Vittore aveva gli occhi dilatati, per troppo tempo l’aveva immaginata in camera sua, né respirava il profumo ed ogni goccia di essenza che si sprigionava da lei.
Quell’ odore di vaniglia, misto a lavanda che lei usava come bagnoschiuma, e quell'odore di Cocco che proveniva dal balsamo dei suoi cappelli.
Camminavo lentamente quasi in punta di piedi. Mi spostai verso il puff, accanto alla porta d’uscita.
Vittore si voltò, di scatto, coprendosi.
«Io intanto mi vesto» Nella sua voce sentivo l’eccitazione del gioco. Cominciò a togliersi lentamente l'asciugamano.
«Forse è meglio che esco allora» dissi, presa alla sprovvista, rossa in volto, feci per alzarmi ma il braccio di Vic mi fermò.
«No. Tanto siamo fratelli, giusto?» Mentre si asciugava i capelli con l’asciugamano lasciandolo cadere per terra.
Vic voltò la testa e mi vide arrossire fino ai capelli.. Ora potevo vedere le gocce d’acqua che scendevano dal suo viso fino giù per tutto il corpo. Rimasi ferma qualche istante e poi buttai giù la testa osservandomi le gambe.
«No, non lo siamo. A che gioco stai giocando?» dissi E mi misi una mano di fronte agli occhi.
«Puoi vestirti, che ti dovrei parlare?.»
Lui si allontanò e io mi voltai.
«Lo sto’ facendo» ma in realtà Vittore stava sventolando il suo batacchio in giro per la camera cercando le mutande.
E ridendo. Ci manca che si metta a fare l'elicottero e poi sono a posto. Pensai Vic si mise un tutone largo grigio che gli cadeva morbidamente sui fianchi, ed una felpa. Poi si avvicinò a Arianna.
«Sono pronto. Di cosa mi devi parlare? »
Sempre guardando il pavimento, cominciai a raccontargli cosa mi aveva detto, lui, in macchina.
Vittore aveva il voltastomaco, non si riconosceva in quello che gli dicevo, era veramente lui, quello?. Io proseguii facendogli vedere la polvere nera che gli era uscita dal corpo. Poi cominciai a chiedergli quanta parte di quello che era successo alle Gore aveva capito. Vittore si ricordava a malapena di esserci stato. Più che altro i suoi ricordi erano diventati annebbiati dalla mattina di Venerdì, quando io aveva imposto a Vittore di parlare con Stefania, ergo, dette la colpa a me delle sue sventure. Al solito.
Gli spiegai che mai nella vita, mi sarei immaginata, una cosa del genere. Proprio oggi avevo scoperto che tutta la famiglia di Stefania erano intramati con la magia. A un livello che io non avrei mai sognato. Se avessi saputo, solo una, di queste cose, mai avrei permesso che lui gli si avvicinasse.
Inoltre a quanto pareva oltre all’ossessione, erano spariti anche parte dei ricordi. Cercai di chiedergli, se si ricordava qualcosa, che fosse successo tra di noi.. Vittore non sembrava ricordare nulla. Si avvicinò e mi osservò, mentre mi tiravo il labbro inferiore, e il suo respiro si era fatto più caldo, Vittore notò che io ero in ansia.
Erano troppi anni, che mi conosceva, per non accorgersi, della delusione nei miei occhi. Forse si stava chiedendo se era accaduto qualcosa di importante tra loro.
Vittore pensava.
E se in quello stato catartico gli avesse fatto qualcosa di sconveniente, e che credendo che fosse se stesso, lei avesse acconsentito.
Immagini di lui avvinghiato a Arianna, gli pervasero la mente. ...
No. Non era possibile. Lei avrebbe capito che non era realmente in sé e l’avrebbe mandato via. E se così non fosse stato?.
Arianna gli aveva raccontato che c’erano stati dei momenti in cui lui, sembrava realmente se stesso. Lei lo aveva visto nei suoi occhi. Ed altri in cui, era robo-Vic, un automa, a completa disposizione di Stefania. Ma lui non ricordava né gli uni, né gli altri. Vittore osservò di nuovo Arianna, che in
questo momento si stava guardando intorno, gli aveva posto una domanda, ma lui non sapeva come risponderle.
«Forse mi tornerà a scuola, la memoria, intendo.»
alla fine rispose.
Io annuì, gli dissi inoltre che doveva fare “l’innamorato” di Stefania ancora per un po’. Doveva scoprire che tipo di magia usava, poiché, a quanto pare era la stessa magia a cui era legata l’entrata d’accesso per l’antro della Batuffa.
Vittore mi prese una ciocca di capelli, e mi tirò verso a se.
«Posso baciarti?» Vittore era ad un passo da me che mi guardava negli occhi. In quegli occhi, del colore delle galassie, Io vedevo tutto il mio mondo.
«Vic. Lo sai che non possiamo.» dissi a mezza voce. Eravamo solo noi. Chiusi in uno spazio vitale.
«Non è un No» mi sussurrò Vic ad un centimetro dalle mie labbra, prima di toccarle.
Il bacio nacque candido, gentile, sapeva di dolcezza e di passione trattenuta, il mio corpo s’irrigidì, ma le mie labbra cedettero all'assalto della lingua di lui. Vic prese il mio viso tra le mani e infilò le sue dita dietro la mia nuca, un ricordò galleggiò leggero, al di sopra della sua memoria, i muscoli sapevano già cosa fare, e lui era sempre più eccitato. La strinse a se. E la trascinò sul letto.Avrebbe preso Arianna in quel momento, tanta era la voglia di lei, quando il ricordo riaffiorò’ più vivo che mai.
Era già successo.
Si scostò tremando da lei, respirando a fatica.
Forse allora era vero, quella sensazione l’aveva già provata e l’avrebbe provata altre mille volte, a costo di ardere il mondo.
L’aveva già baciata. E non ne aveva completamente memoria. Si fece schifo da solo.
Ma come aveva fatto lei, a baciarlo. Dopo tutto quello che lui le aveva fatto? La guardò e vide nei suoi occhi di ghiaccio, il sole sulla neve. La stessa euforia che lo pervadeva.
Entrambi erano fuoco vivo.
L'allontanò. La paura di andare oltre, lo fermò.
Non so come ma mi si era spento il cervello.
Vic si è staccato da me, poteva prendermi facilmente, mi sa che qui quella scema sono io.
Erano talmente forti le emozioni che provavo che la mia testa è andata in black out.
Devo uscire. Devo uscire da questa stanza.
Lui non mi vuole come lo voglio io. Lui riesce a controllarsi, io no. Mi fermai allo stipite e dissi con il poco fiato che avevo.
«Se stai giocando con me, come fai con le tue avventurette, vorrei che tu me lo dicessi. » avevo la voce roca, rotta dalla passione. Vic rimase immobile. Io non ricevendo risposta, chiusi la porta dietro di me e andai in camera mia. Vic prese il cellulare, e mi mandò un messaggio vocale
«Tu non sarai mai una seconda scelta»
Lèssi il messaggio , arrivarono le pizze. Cenammo con un euforia pari ad un lazzaretto, e gli mandai un messaggio alle 01,18 di notte, quando tutte le mie lacrime erano scese.
«Buonanotte Vic»
E il mondo si spense.
Ascoltai il messaggio tredici volte prima di addormentarmi
E per tredici volte e forse più, mi chiese come, potevo risolvere questa situazione.
Poi alla fine mi deciso a mandargli un altro messaggio .
«Dobbiamo continuare con la farsa domattina.
Per Stefania. Devi scoprire che magia è. »
Adesso non c'era tempo per noi, adesso io voleva sapere di più.
I sogni di Vittore diventarono frammenti di ricordi, più agglomerati di ciò che aveva visto e immaginato perciò furono turbolenti. Lidia, lo senti più volte gridare.
Si svegliò e andò a vedere. Andò anche a svegliarmi e mi portò nella camera di Vic.
«Capisco la legge MF, ma è meglio che ti metti qui, accanto a lui, prendi la mia coperta, e cerca di farlo svegliare da questo incubo, ma fallo dolcemente, perchè sennò avrà uno shock. Dopotutto li facevi anche te da piccolina, e lui ti aiutava a dormire, no? Quindi è il momento di ricambiare. Io torno a dormire che domattina devo svegliarmi presto. Poi ci parlo io con tuo padre. Buonanotte tesoro» disse Lidia, vedendo Vic sudato e in preda ad agitazione.
« ‘ Notte mamma.» risposi mezza addormentata.
Quando mia madre tornò a letto, Mi infilò sotto le coperte, perché stavo congelando, misi una mano sul petto di Vic, che si calmò poco a poco. Non l’avevo mai visto così … scoprii che Vic di notte pronunciava il mio nome.
Ne rimasi piacevolmente colpita, e mi addormentai accanto a lui. I nostri sogni furono rilassanti, nessun incubo ci disturbò.
Solo pace e tranquillità. Un raggio di sole, che filtrava dalle finestre, sveglio Vic il mattino seguente, erano le sei e quaranta.
Non aveva mai dormito così bene. Si girò nel letto e vide il viso di Arianna che dormiva accanto al suo.
Aveva il suo solito pigiama con l’unicorno, ma lei non doveva essere lì, poi vide la coperta di Lidia, si guardò intorno, ma della signora, non c'era nessuna traccia.
Sentì qualcosa muoversi sul suo petto. Era la mano di Arianna, che lo inondava, di un incredibile sensazione di beatitudine, a cui lui non era abituato.
Così sottile, morbida e liscia. Se la portò alla bocca e la baciò. Poi si avvicinò ad Arianna, la quale dormiva profondamente, e gli scivolò accanto e l'avvolse con il suo corpo.
Finalmente poteva tenerla stretta a se. Vittore la accarezzò e la guardò dormire per un'ora buona, guardava le sue lunghe ciglia, e si meravigliò di poter contare le ossa sulla sua schiena, della sottigliezza dei suoi bracci e della morbidezza della sua pelle vicino al collo.
Sentiva il suo respiro calmo che gli sfiorava il petto.
Avrebbe voluto che lei dormisse con lui per sempre.
Gli avrebbe voluto dire che potevano avere più di un occasione, per restare insieme.
Voleva tenerla stretta fino a togliergli il fiato. Era così stanco di respingerla. Avrebbe voluto a volte chiamarla di notte per rimanere così come adesso.
Gli avrebbe voluto dire che lei era la cosa per cui lui era rimasto, lì da piccolo.
Stanotte la teneva così vicino che il sonno non esisteva più. Guardò il riflesso del sole sulla sua pelle. La baciò delicatamente e si immerse nei suoi capelli.
Voleva averla sempre così, per stringerla all'infinito.
Ma questa era una flebile illusione.
Capitolo 5
Due Cuori in più.
Erano passate due settimane circa, Max si stava preparando all'evento di Primavera, indossava un completo di Petrelli grigio lucido, con il panciotto e il papillon a pois, che riprendeva il fazzoletto da taschino. Aveva comprato un fiore da polso per Noemi, un delicato corsage con perle e giglio, mentre per Arianna aveva deciso per una comune rosa bianca, da capelli.
Di certo io non me la sarei presa. Prese il portafoglio e il cellulare e lo mise nella tasca interna, della giacca. Si dette un'ultima guardatina allo specchio. Fece l'occhiolino a se stesso ed andò al piano di sotto, dove sua madre e suo padre, lo stavano aspettando. Suo padre gli avrebbe fatto da chauffeur.
Lo avrebbe accompagnato a prendere Noemi e Arianna, aveva portato a lavare il Cayenne, solo per questo. Quando lo videro scendere, sua madre si emozionò e gli scattò una quindicina di foto, da mettere nel suo album privato. Di cui una, tutti insieme.
Loro sarebbero poi andati a cena fuori. Max era in trepidante attesa, era la prima volta che partecipava ad una festa del genere.
Gli pareva d'essere a quelle famose feste scolastiche americane a cui gli europei erano esclusi, dato che non ne organizzavano mai. Fortunatamente questa scuola che aveva iniziato a frequentare era innovativa. Avevano persino un club di teatro.
Inimmaginabile ovunque.
Salì a bordo dell’ auto. E diede spiegazioni a suo padre sull’ubicazione della casa di Noemi. Suo padre per scherzare si era addirittura messo il cappellino da “Ambrogio lo chauffeur”.
Arrivato, scese dall'auto e fece un enorme respiro, prese il corsage ed andò a bussare. Gli aprì il padre di Noemi, che la chiamò subito dopo. Noemi arrivò, rossa in volto, facendo capolino da una porta che dava sul corridoio.
Quando uscì, Max rimase a bocca aperta. Aveva un vestito grigio perla in tulle trasparente, con applicate strisce di paillettes a forma di foglie e perline, che le fasciavano il corpo, come dei rami. Era lungo fino alle caviglie, e fino ai polsi, e i ricami la ricoprivano interamente, non mostrando nulla. Tuttavia era estremamente sexy.
Era dolcemente delineato in vita da una cintura bianca e argento. Noemi portava i capelli biondi sciolti, con una fascia di perline che le serviva da copricapo, e al suo braccio, una borsetta in finta pelliccia bianca. Mentre camminava, Max noto che le sue scarpe erano dei sandali argentati con del pizzo argentato, che riprendevano il vestito.
Era magnifica.
Per un attimo il suo cuore si fermò.
Non sapeva come dirlo a parole, ma era la più’ bella cosa che avesse mai visto. Notò che anche Noemi non smetteva di osservarlo, si inginocchiò di fronte a lei e gli porse il bouquet da polso.
«Un bel fiore per una bella ragazza» disse.
Pareva tanto uno di quelle frasi dette, dagli indiani che vendevano le rose agli angoli della strada o nei bar, ma non sapeva che altro dire, la guardò e la vide arrossire fino alla punta delle orecchie. Noemi guardandosi intorno e vedendo che suo padre se la rideva bellamente rispose
«E’ meglio che andiamo..» e cominciò a ridere nervosamente. Sua madre arrivò a corsa.
«Prima la foto, mettetevi davanti le tende. »
I ragazzi un pò impacciati si posizionarono e sua madre gli mise a posto il vestito. Fecero la foto insieme e fuggirono ridendo e salutando. Saliti in macchina, suo padre alzò il volume con Barry White, e i ragazzi si guardarono timidi, Max osservo le luci dei lampioni che illuminavano a tratti la pelle di lei, così perfetta, le sue lunghe ciglia. Mentre Noemi osservava le mani, che lui si strisciava agitato, il suo respiro, guardava i suoi occhi cambiare colore, il tessuto tirare sulle sue gambe, si voltò intimidita. Il suo cuore voleva uscirle dal petto forse?
L’alchimia tra loro era palpabile. Quando arrivarono a casa di Arianna, notarono del gran fracasso, Vittore aveva preso la Prius e se n’era già andato, mentre i genitori di Arianna si erano messi a guardare della musica anni ottanta su YouTube, a palla, e se la stavano godendo. Quasi non sentirono il campanello. Uscì Dario e dopo aver chiamato Arianna si mise a parlare con il padre di Max, per sapere verso che ora sarebbero tornati. E se voleva una mano per andarli a prendere. I genitori di Arianna erano contenti come delle pasque. Entrambi si misero accanto all’auto con il cellulare in mano, pronti per lo scatto.
Ci avevo messo una vita prepararmi, mia madre mi aveva dato una mano coi capelli e la lampo. Ma poi era sparita inseguendo Vittore che non voleva andare alla festa.
Avevo passato il pomeriggio in creme e manicure, e tutto quello che volevo fare era dormire, e togliermi tutta questa roba di dosso.
Mi si era scheggiata un unghia e sono stata tre ore a rifarmi il trucco che non voleva venire come volevo io.
Alla fine ce l’ho fatta comunque.
Senza dimenticandomi il telefono.
Uscii con vestito aderentissimo, lungo in pizzo e seta bianco, che sfumava sul grigio. Con uno spacco vertiginoso e una scollatura a cuore con maniche a barca. Avevo raccolto i capelli in uno chignon dal sapore spagnoleggiante e portavo un vistoso trucco. Che però, secondo Noemi era perfetto. Mio padre( che ancora non aveva visto il vestito) mandò gli occhi di fuori per un decimo di attimo, poi andò dritto da sua madre, dopotutto era lei, che me lo aveva comprato il vestito.
Mi sentivo sexy. E anche un salame.
Tremendamente esposta, ma sexy.
Presi il soprabito. E Max mi pose la rosellina che appuntai nei capelli. Foto di gruppo e via, verso la festa. Noemi e io stavamo parlando dei vestiti, mentre cercavo in tutte le maniere di coprire lo spacco. Max ridendo e scherzando confermò che mai nessuno avrebbe avuto dame più belle, di noi due stasera.
Arrivammo alla festa. Scese per prima Max, e occupò diversi fischi da parte delle ragazze del primo anno che erano presenti, egli prese delicatamente le mani di Noemi e l’aiutò a scendere. Alcuni ragazzi, emisero versi di piacere e di apprezzamento. Max, allora tirò verso di sé Noemi, per far capire che fosse di sua proprietà, e si spostarono al lato della macchina per far posto a me di scendere.
Le open toe intrecciate con inserti in Swarovski, furono immediatamente notate, come le lunghissime gambe e lo strascico che cadeva leggiadro fuori dall’auto. Mi appoggiai alla maniglia così delicatamente che la sentivo scricchiolare sotto le mie mani e nel modo più leggiadro possibile uscii. Molti non mi riconobbero, altri iniziarono a parlottare, altri ancora mi andarono incontro. Ma sentivo uno sguardo, sopra tutti gli altri, uno sguardo che conoscevo bene.
Lo sguardo famelico proveniva da una coppia vestita in blu. Lui era in elegante completo di raso blu lucido, mentre lei aveva un tubino blu a strisce aderenti, con una sopragonna in velo azzurro, i capelli rossi raccolti e con qualche ciocca fuori posto.
Gli occhi di lei ardevano come fiamme e mi osservavano con cattiveria. Ma gli occhi del suo accompagnatore erano come fuoco nelle sue vene. Vittore e Stefania erano lì insieme. E Vittore doveva fare la sua parte di innamorato. Mi girai verso i miei amici, e chiesi conferma se avevo il vestito in ordine . Era tutto era a posto. Presi la borsetta sul sedile posteriore, ed tutti e tre attraversammo, il tappeto che ci separava dall’ ingresso.
La palestra era stata arredata a bosco.
C'era un grande tappeto che contornava la parte finale, dove in un enorme tavolata erano seduti tutti gli insegnanti, insieme a qualche rappresentante di classe, e a qualche genitore. Dal soffitto pendevano degli enormi palloni di luce e fili e fili di ghirlande luminose, rendevano il tutto bellissimo.
C’erano dei proiettori luminosi che mandavano immagini di diverso tipo su tutta la sala e diversi faretti che si muovevano a ritmo di musica. Vicino l’ingresso era stato costruita una piattaforma per la band che stava già sistemando gli strumenti. E un angolo con la data dell’anno con un fotografo per scattare foto ricordo.
Palloncini blu e argento volavano ovunque, alcuni fissi al soffitto, scappati da chissà quale gancio. Ad ogni angolo una postazione per bere o mangiare qualcosa, ma il bere, la sangria fatta dal professore di geografia, era quella che andava per la maggiore.
La band, i balli di gruppo e il karaoke, occuparono più della metà della serata, poi misero un lento e io spinsi Noemi tra le braccia di Max, con un colpetto.
Vedendoli ridere imbarazzati, andai a prendermi da bere. Lì trovai Vittore.
«Buonasera»
«Salve. Stai molto bene vestito così, ti ci dovresti vestire più spesso, dove è la tua accompagnatrice?»
« È venuta sua madre a riprenderla adesso. »
«Strano, come mai?»
«Gli ha detto che non doveva usare delle cose e per punizione l’ha fatta tornare a casa a mezzanotte »
«Hai scoperto qualcosa?»
«No, siamo arrivati, abbiamo sentito la band, e poi ci siamo appartati, poi siamo tornati, è arrivata sua madre e fine, non ho avuto molto tempo. »
«Ha avuto qualche dubbio?»
«No, ho fatto del mio meglio. »
«Quando intendi per appartati, intendi per limonare, vero?» Ad Arianna mancava il respiro ogni volta che immaginava Vittore sopra Stefania.
«No. Sai cosa intendo.»
«Ok, Stop, non voglio sapere altro!. Non so nemmeno con quale faccia dirti di continuare con questa farsa. »
«Ti chiederò io una cosa, adesso. » Vittore si avvicinò. I suoi occhi erano come un lava liquida sulla sua pelle.
Dove Arianna poteva vedere la sua immagine riflessa.
«Balla con me»
Il primo lento era terminato, adesso era il turno di una vecchia canzone, degli Scorpion.
“Still loving you” .
Vittore mi prese per mano e mi porto al centro della pista da ballo. Appoggiò leggermente la mano sul mio fianco, e iniziammo a ballare il lento. Come se fossimo soli in mezzo alla pista, era una lotta o qualcosa di diverso, Vittore, mi porto le mani dietro la vita, aderendo al tessuto. Potevo percepire il calore di Vic, oltrepassare il sottile strato di pizzo che mi sfiorava la pelle nuda.
Vic si avvicinò quel tanto al mio orecchio per sussurrarmi a voce roca le parole della canzone.
I'm still loving you ... need your love..
Ci guardammo negli occhi, cercai di sfuggire, ma lui mi riprese con una giravolta. Noi danzavamo sopra le nuvole, sopra gli sguardi della gente, sopra il mondo stesso, al ritmo dei nostri battiti.
Un'altra coppia era fianco a loro. Altrettanto romantici, altrettanto appassionati. Altrettanto persi. Massimiliano aveva fatto l'inchino e aveva trascinato, Noemi sulla pista da ballo.
«Sai , vorrei restare con te, così, sempre. »
«Così a ballare?»
«Si...» e le fece fare una giravolta. «Sei a disagio? »
«No, è piacevole stare con te»
« Solo così vicino a te . Io mi sento vivo. Mi trovi sfrontato?»
«No. Ti trovo dolce. » sussurrò ridendo timidamente Noemi.
«Dolce abbastanza?» Si guardarono teneramente. E poi si diedero un casto bacio. Entrambi erano tremanti. Max sentiva il suo cuore arrivargli in gola, strinse Noemi più vicina sé, come se avesse paura che gli sfuggisse via.
« Non guardarmi così » disse Noemi, mentre delle farfalle si libravano nel suo stomaco.
Gli occhi verdi di Max, la facevano sentire strana, desiderata, amata.
Dei ragazzi gli avevano fatto battere il cuore prima di lui, ma non erano mai stati così gentili. Massimiliano le diceva sempre delle parole gentili, attenzioni, che nessuno prima mai aveva avuto con lei. Si sentiva al sicuro.
Poteva essere se stessa, senza preoccuparsi di cosa pensava lui. Perché era proprio il suo carattere, che gli era piaciuto.
La serata proseguì per altre due canzoni, poi scoppiarono coriandoli, dorati, sulle loro teste, che misero fine alla festa e i ragazzi si diressero, verso l’uscita.
Fuori all'aperto sentii un suono debole provenire dall’ argine vicino al parcheggio. E m’ incamminai. Qualcuno mi stava chiamando, mi voltai, feci un cenno di aspettare un attimo e prosegui. Continuavo a sentire quel suono, di stridolii.
Una fiammella blu mi apparve a un metro, danzava allegramente, sopra l’erba. Poi scomparve e riapparve due metri più avanti. Mi girai per chiamare gli altri, ma erano già lì.
«E’ un luminotto!» disse Noemi.
«Un foco fatuo dici?» la incalzai
«Si» Rispose Ridendo Noemi.
«Già, lo seguiamo? » Chiesi ai presenti.
«Ovvio » Esclamò Max. Si diedero una rapida occhiata e decisero di continuare il cammino.
Noi ci tirammo su le vesti e andammo.
Accanto all’argine c’era una stretta stradina di sassi battuti, ci si poteva camminare perfettamente, senza sporcarsi.
Così seguimmo queste fiammelle, fino a che l’ultima fece una giravolta e scoppio di fronte a loro illuminando un breve tunnel sotto la strada chiuso con una grata.
C’era qualcosa che brillava laggiù.
Vittore prese la torcia del telefono e provò a illuminare meglio.
«Servirebbe un bastone» I ragazzi si misero a cercare un legno lungo con cui poter arrivare all’oggetto.
Max notò un grosso ramo secco a terra. Vic lo prese e me lo porse.
Mi allungai più possibile e infilai il ramo intorno all’oggetto luccicante sperando che si agganciasse. E così fu’.
Tirai fuori una specie di collana antica, Noemi prese il legno e lo portò alla prima fontanella dell’acqua e pulì l’oggetto sotto l’acqua scrosciante. Max le porse un fazzolettino di carta e ce l'adagio sopra. Era una collana con una pietra finale legata a spirale con dei riflessi lattiginosi.
«Sembra uno di quei pendoli che si usa per la Radioestesia » disse Noemi ad alta voce.
«Che?,» disse Max
«Quelli per trovare gli oggetti?» Chiesi
«Sì » rispose Noemi «Proviamo se funziona?» chiese Vic.
Ma il ciondolo pareva incrostato e decisamente poco utilizzabile.
«La pulisco e domani la proviamo.» Dissi.
«Troviamoci a casa mia, i miei Martedì sono ad un convegno e non ci saranno tutto il giorno» Affermò Max.
Tornammo alla macchina di Vic.
E poi nelle rispettive case. Mi si il ciondolo accanto al mio letto.
E mandai i messaggi a tutti e tre di trovarsi alle tre di pomeriggio a casa di Max per il test sulla collana, decidemmo di portarci anche diverse mappe di carta, casomai funzionasse.
Un idea su cosa cercare già c’era.
L’entrata dell’Antro.
Capitolo 6
Duello di Storia
Il fine settimana era volato come le foglie al vento d’autunno. Non avevamo potuto incontrarci perché Max aveva avuto un po’ di febbre. Noemi era andata a trovarlo, ma anche lei, non era in forma. Probabilmente se l'erano attaccata tra di loro.
Il Lunedì mattina Stefania aveva di nuovo “drogato” Vittore.
Me ne accorsi subito, era diventato di nuovo catatonico e stropicciato. Il mio cuore aveva fatto un balzo indietro quando l’aveva visto in quello stato.
Dovevo proteggerlo in qualche modo, mentre ci pensavo, quasi andai a sbattere contro Stefania.
«Oh scusa» dissi soprappensiero.
«Fissi troppo il mio ragazzo» rispose secca Stefania.
«Come prego»
«Trovo che fissi troppo il mio ragazzo» disse acidamente Stefania.
«E’ mio fratello, è normale»
« No, sappiamo entrambe che non lo è»
« Ah, giusto. Solo perché, tu ci stai insieme adesso, esprimi un'opinione a riguardo.» Stefania non era abituata a farsi rispondere, e soprattutto non si aspettava una risposta da me, così dura. Girò i tacchi e se ne andò. Incrociai la professoressa d’Italiano.
«Mi scusi professoressa, una domanda,»
«Dimmi Canzonieri»
«Lei sa di qualche racconto del mille in cui si parla di una certa PIA?»
La professoressa ci rifletté sù e poi rispose
« Pia, pia… la pia...anima innocente...Mi pare che ne parli la divina commedia, ma dovresti guardare, se è la Pia che stai cercando.» Finalmente un indizio.
Avevo passato tutta la mattina di informatica a cercare indirizzi su Google di donne morte di nome Pia.
Ma non ne ero venuta a capo. Tuttavia la storia, era stata così sanguinosa, che qualcuno ne doveva avere scritto qualcosa, e a quanto pare chi se no’ Dante Alighieri.
Il più famoso scrittore e poeta Italiano. Andai di corsa in sala computer. Cercai “Divina Commedia Pia”. Eccola là in prima pagina. Pia de Tolomei. Ecco il nome tanto cercato. Dante ne aveva fatto un esaustivo epitaffio sulla Commedia più letta al mondo. Come avevo potuto dimenticarselo?. Dato poi, che suo padre gliel'aveva letta tante volte da piccola?
"Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via",
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
"Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma". »
( Divina Commedia, Purgatorio V, 130-136)
Nel canto V del Purgatorio, tra i morti che hanno subito violenza e si sono pentiti solo in fin di vita, appare una donna molto dolce, che scambia alcune parole con Dante assieme ad altre anime.
Svela di chiamarsi Pia e vuole essere ricordata in Terra per accelerare il suo purgarsi. Nel cantico, ella enuncia gentilmente e brevemente al pellegrino il luogo in cui nacque (Siena) e in cui fu uccisa, la Maremma. Allude amaramente al suo assassino, il marito, come a colui che, dandole la morte, non rispettò la promessa di indissolubile fedeltà dell'anello nuziale. Pia racconta la sua storia a Dante.
Ed è qui che inizia il canto del purgatorio. La tragica storia di Pia de Tolomei si riassumeva brevemente in poche righe, nel libro toscano più famoso. Pareva proprio la mia Pia.
Cercai un suo ritratto e notai dei lati caratteristici che mi assomigliavano, i lucenti capelli neri, e il viso ovale.
Di mia madre biologica avevano fatto quadri e operette, il suo quadro più famoso era presso la Pinacoteca Tosio Martinengo, a Brescia, nella sala della malinconia. È vero erano quadri della tradizione, quindi forse inventati, ma chi poteva dirlo?.
L’anno, il nome, e la storia combaciavano… troppe coincidenze, per essere lasciate al caso. Stampai tutto ciò che potevo, e mandai un messaggio al gruppo su WhatsAPP.
#trovatoPia, biblioteca oggi 14.30 ??
A Stefania non era andata proprio giù quella risposta.
Quando mai, quella, aveva avuto le palle per rispondergli. Nessuno poteva rispondergli così. C’era un altro punto da affrontare.
Chi aveva tolto la fattura a Vic ?Avrebbe voluto parlare con la Versiera quella sera stessa.
Ma sua madre aveva scoperto che aveva usato i suoi feticci e l’aveva messa in punizione. Legata ad una seggiola gli aveva fatto scrivere cinquecento volte, di non toccare i suoi oggetti. Tutto questo perché, sua madre, era furiosa “perché nessun demone si era presentato al suo richiamo”. Ma lei invece sapeva che non era così. Aveva solo cambiato stanza.
In quest'epoca era difficile essere additate come Streghe e di certo la parola “Rogo” , non esisteva più. Esistevano tuttavia una decina di tipi di Streghe. Praticamente una per ogni tipo di settore. Lei era una strega “ereditaria”. Poiché nel suo albero genealogico scorreva l'Arte e aveva appreso tutto ciò da un parente in vita, ovvero sua nonna. Sua madre era sempre stata contraria a ciò e la escludeva sempre.
Ed era una cosa importante, perché non tutti avevano questa fortuna. La cerimonia con cui era stata immessa nel mondo magico era stata solenne e complessa ed avevano partecipato alte family trades. (Famiglie di maghi ereditarie). Poi c'erano le Wicca: che enfatizzano più le proprietà guaritrici e naturali di alberi spiriti, fate, pietre, ed avevano una direzione positiva della magia. Mentre le streghe teutoniche, praticavano la magia del nord, ovvero dei paesi germanici, olandesi, norvegesi e danesi. E infine la strega gardneriana. Detta anche della (della tradizione) propagata da Gerald Gardner, ovvero la vecchia religione.
C'era assolutamente poco spazio per una strega insolente. Ma quei vecchietti che cosa mai avevano voluto capire.
Anni di ricerche e studi per avere ciò a cui lei aveva assistito in una notte.
Il mondo sotterraneo. L'oro degli Inferi.
La Versiera l'aveva portata in un balzo, in un'enorme caverna sfavillante e calda dove uomini e donne stavano nudi in perenne compiacimento, e l’oro li avvolgeva, come spire intorno ai loro corpi. Era diverso da qualsiasi paradiso avesse immaginato.
Ma era il suo paradiso preferito.
Tuttavia nessuno sapeva dov'era. Stefania si spogliò e preparò la vasca. Rilassarsi con un bagno caldo e di bellezza, a volte, risolveva anche la peggior punizione di sua madre. I suoi capelli rossi come il sangue sparivano nel bianco lattiginoso mare caldo, in cui il suo corpo, si ristorava.
S’immerse completamente e rimase qualche secondo sotto il pelo dell'acqua ad ascoltare i rumori ovattati. Il silenzio. Aprì gli occhi. Vide sopra di sé un volto ondeggiare muovendo le labbra.
Poi qualcosa gli afferrò il braccio e la tenne stretta tanto da farle male. Aprì la bocca senza pensare, l'acqua gli arrivò in gola e Stefania si alzò sputando acqua.
«Che cosa hai fatto?. Dimmelo!» Sua madre urlava.
«Ma sei impazzita? Niente che vuoi che abbia fatto?»
«Il feticcio demoniaco è fuso. E il sale a tua protezione è bruciato, un demone è entrato nella tua stanza. Chi era? Gli hai chiesto il nome?»
«Nessuno è entrato nella mia stanza» Sua madre allora, disegnò sulle pareti umide il sigillo di richiamo dell'ultimo demone visto. L'acqua cominciò a bollire, e Stefania si fece piccola piccola al bordo della vasca. Macchie di inchiostrò nere si addensarono sotto la superficie dell'acqua. Stefania uscì dalla vasca e insieme a sua madre e indietreggiarono. L'acqua diventò nera e densa come il petrolio. Smise di bollire. Una testa emerse scricchiolando.
Mentre il liquido nero colava dalla vasca, una figura di donna si alzò dalle acque. La versiera piegò la testa di lato e aprì gli occhi furente.
«Chi disturba il mio sonno?» Stefania che ormai era avvolta nell'asciugamano, senza pensarci due volte gli disse che era stata sua madre. La signora Martello strinse più che poteva il talismano che la proteggeva. Poi con l'ultimo sbalzo di coraggio che aveva in gola disse
«Cosa vuoi tu, da mia figlia?. »
«Ho già preso ciò che voglio»
«Chi sei?» chiese allora la signora Martello. Il demone si levò in aria sopra la vasca e cominciò a camminare sulle pareti del bagno come un enorme ragno. Il liquido nero continuava a colare dal suo corpo. Poi s’ incendio e dalle alte fiamme emerse pulita, e spietato il demone donna.
«Tua figlia sa il mio nome; a te non devo dirlo» La Signora Mary, guardò Stefania.
«Tesoro, dimmi il suo nome. » Stefania non lo ricordava, quando il demone femmina aveva pronunciato il suo nome, c’erano stati dei fischi nella sua testa. Non era riuscita a sentire bene. Provò a dirlo a sua madre. Ma nessun suono le uscì dalla bocca. Sua madre si girò nuovamente verso di lei, e sbiancò di colpo, lei provo di nuovo a muovere le labbra, ma niente.
Allora si voltò verso lo specchio e vide che la sua bocca non c’era più.
«Liberala immediatamente.!» tuonò la signora Mary.
In casa era appena arrivato, suo padre Leo, e a quegli urli, corse immediatamente al piano di sopra. Il demone stava parlando, con una voce melliflua
«Sai, io e Stefania siamo legate, … » continuò a dire. Suo padre prese un gessetto, del sale, dell’olio rituale e la sua bacchetta. Ed entrò, ascoltando, ma non facendosi vedere.
«.. Abbiamo la stessa passione per il piacere,.»
«Io non credo »Rispose la signora Mary.
«Oh invece si.. La tua piccola bambina è un demone del piacere tanto quanto me. Tu mi hai evocato, ma lei stava facendo una magia, quando sono andata da lei. Una magia leggera, ma per puro piacere personale.. Ho letto nella sua testa, la tua piccola bambina, ha provato piacere tantissime volte. Vuoi vedere? » Mentre la signora Mary era impietrita, e guardava attonita Stefania, un'ombra di fumo grigio diventò Stefania stessa, e mostrò agli sfortunati genitori, tutto ciò che Stefania aveva fatto sul lato fisico nella sua breve vita, con la dissolutezza e il suo corpo.
Sua madre quasi svenne, mentre suo padre, che fortunatamente non vedeva bene, colse l’attimo per tirare l’olio e il sale sulla creatura. Questa indietreggiò. il signor Leo non fece a tempo, però a finire il cerchio che la creatura si rigettò nella vasca e scomparve.
Anche il sortilegio della bocca era scomparso.
Ma Stefania non era di sicuro fuori dai guai.
Il telefono squillava, non smetteva di squillare da tre giorni oramai. Era collegato alla spina sul comodino. Ma non c’era nessuno nelle vicinanze che poteva rispondere. Vittore attaccò la chiamata. Di Stefania nessuna traccia. Si mise seduto sulle scale di casa ad osservare il vuoto. Il vento di fresco di aprile, e un caldo sole estivo, gli tennero compagnia fino alle 16.00.
Poi il vento cominciò a farsi più forte e il sole scomparve dietro le nubi. Si alzò e prese una felpa. Guardò di nuovo il cellulare. Nessuna chiamata. Provò di nuovo. E ancora nulla. Dall’altra parte della casa io non sapevo come affrontare l’argomento. E quando affrontarlo. Facevo finta di leggere un vecchio libro, per non dare troppo nell'occhio. Mia madre prese le chiavi e mi confermò che usciva a fare la spesa, poi sarebbe passata dal gioielliere per farsi rimettere la pila dell'orologio.
Mi chiese se voleva andare con lei. Ma preferivo rimanere a casa. Dario, si unì a sua moglie, e uscirono. Aspettai che l'auto fosse fuori dal vialetto. Poi corsi verso Vittore. Lo presi per un braccio e lo trascinai in casa. Sospirai e gli toccai la mezzaluna sul collo.
Pensai intensamente a farlo stare bene. Il mio marchio cominciò a brillare, e subito dopo quello di Vic. Di nuovo, quella polvere nera sferica uscì dalle sue mani e dal suo corpo, sparendo dalla porta aperta. Vittore si accasciò a terra. Lo tenni per evitare che sbattesse, e lo accompagnai al suolo.
Lo trascinai fino al divano e cercai di mettercelo sopra. Fatto ciò gli appoggiai la schiena al bandone del divano, Mi sedetti per terra, e appoggiai la testa al corpo di Vic.
Rimasi così in silenzio ad ascoltare la casa, e il lento respirare di Vic.
Oramai liberarlo da questa cosa, era diventato abbastanza meccanico per me. Ma quanto sarebbe durata ancora? E per quanto Vic doveva patire cosi?
Capitolo 7
Sotto questo cielo.
Stavo dormendo profondamente nel mio letto. Gli eventi erano stati molteplici e mentalmente ardui da affrontare, sapevo che potevo contare sui miei amici, che mi potevo fidare di loro.
Era anche un paio di giorni che potevo dormire senza l'uso delle gocce, ma Vittore comunque era rimasto la mia preoccupazione maggiore. Ma ero così stanca che il sonno mi prese quasi subito.
Era quasi mattina. Mi vedeva raggomitolata nel letto. Una voce cominciò a chiamarmi.
Era Vic.
Pronunciava il mio nome, quasi come, se fosse una cantilena, con quel tono di voce basso e gutturale che mi piaceva tanto. Vic era in fondo al mio letto, a torso nudo. Mi girai per guardarlo meglio. I raggi dorati del mattino gli attraversavano i soffici capelli biondi. Il suo sguardo era carico di desiderio e passione, le sue labbra erano schiuse e le sue braccia erano tese, come per abbracciarmi. Cercai di mandarlo via, ma lui si mosse sopra di me.
« Non è ciò che vuoi» mi sussurrò. Rimasi immobile ad osservare ogni minimo respiro di Vittore.
Mentre lui mi tirò via le coperte, e lentamente mi toccò le gambe, che erano coperte dal pigiama in seta, sentì le sue dita forti, premere contro le cosce e salire fino allo stomaco. Lo avevo ormai di fronte, steso su di me, sentivo il suo profumo e il calore della sua pelle. Bruciava, mentre mi baciava la pancia e le mie mani erano andate a bloccarle le sue mani. Sembrava più reale di quanto, fosse, Vic mi stava mordendo i lobi delle orecchie e il collo, mentre una mano si addentrava nei meandri più oscuri di me.
Fu’ questo a svegliarmi.
Il cuore che ballava la zumba e il caldo torrido che provavo, mi riportarono presto alla realtà, nessuno era presente nella camera. Vittore non era lì con me.
Mi alzai di scatto, respirando a fatica. Era stato solo un sogno.Ma quanto era reale.
Mi alzai e decisi di andarmi a fare una doccia. Fredda.
Il pavimento era gelido, ma cercai comunque di fare meno rumore possibile. L’acqua che mi scivolava sulla pelle e sulla fronte mi fece rilassare per qualche momento.
Poi un rumore sordo, fuori dalla porta attrasse la mi attenzione, forse qualcuno si era svegliato. Era il momento di uscire.
A scuola dopo l’ora di diritto, prese Noemi e Max da parte.
Si misero d’accordo che si sarebbero trovati in biblioteca quello stesso pomeriggio. Vittore non era venuto a scuola, e a casa Io non lo avevo incontrato.
«Forse sarà dalla fidanzatina Stefania» ipotizzó Max.
Emisi un suono tra lo sgomento e il disgusto . Gli avevo chiesto di stare vicino a Stefania questo si, ma non così vicino. Noemi chiese che cosa c’era di male, vedendo la mia espressione preoccupata. Max e Noemi dopotutto non sapevano nulla di ciò che era successo a Vittore. decisi di parlargliene appena arrivati in biblioteca. La campanella suonò di nuovo e ci salutammo. Max rimase qualche secondo in più con Noemi. Le si avvicinò poggiandole delicatamente una mano sull’avambraccio e l’avvicinò a se. Dopo il casto bacio al ballo avevano solo parlato tramite messaggi.
«Se stasera dopo la biblioteca, usciamo io e te? »
«Non posso stasera mi dispiace, vengono i miei zii a mangiare da noi e..»
«Ok, ok ..non importa.. Sabato?»
«Si, Sabato andrebbe bene, è ponte giusto? Potremmo stare fuori tutto il giorno. »
Noemi, gli diede un veloce e furtivo bacio sulla guancia e se ne andò di corsa. Max si sfiorò la guancia , sorrise e andò in classe.
Adesso che lei e Noemi avevano più indizi e nomi da controllare, mi sentivo di nuovo piena di energie. Max si unì a loro nel giro di qualche minuto.
Parlai per prima esponendo i problemi in cui ero incorsa con Vittore e di ciò che Stefania gli aveva fatto. I ragazzi erano in shock. Sapevano che stava succedendo qualcosa di strano, ma non, cosi strano, Max continuava a fissare Noemi e Arianna con gli occhi sgranati. Prese il suo taccuino e fece mente locale di tutto ciò che era successo in ordine temporale.
Chiesi a Max se poteva chiamare Vic. Max annuì e scese le scale, in biblioteca il cellulare non prendeva molto bene. Tornò dopo qualche minuto. Deluso perché Vic non gli aveva risposto.
Ricapitolando…
«Prima c'è stato? Il viaggio?»
Noemi la interruppe.« No prima Vic stava con Stefania.»
Max osservò che c'era della predeterminazione. «Giusto, poi il viaggio?» continuai io.
Stavolta fu’ Max a interrompermi.
«No, io e te ci siamo trovati a Firenze, ti sei sentita male..»
«Giusto!...Ho visto la creatura ed è apparso il marchio » continuai .
«...E poi mi son sentito male io, e mi è apparso il marchio anche a me » disse Max.
« Poi Vic è stato soggiogato, gli è apparso il marchio, ..» disse Arianna
«Ed infine, è venuto anche a me » disse Noemi confermando l'ordine temporale.
«Poi ho rivisto il Drago fuori casa e…siamo andati alle Gore » aggiunsi
«Vic è stato manipolato e guarito, e abbiamo trovato la collana, alla festa. » disse Max
«E adesso è di nuovo soggiogato grazie a Stefania.» commentò Noemi.
« E l’ho ri- liberato. Eppure c'è qualcosa che ci sfugge. Perché adesso? » chiesi.
Max diede uno sguardo al foglio.
«La creatura chiedeva aiuto, secondo te?»
«Si, era terribile, ma c'era un grido d’aiuto nei suoi occhi.» dissi.
Stavo pensando agli occhi verdi della creatura, che la cercavano nella nebbia prima di emettere l’urlo.
«Tutto è partito da lì.» disse Max
«A parte Stefania. » borbotto’ Noemi
«Con Vittore come facciamo? » chiese Max.
«lo troverò e ci parlerò. Devo farlo io.» dissi
continuammo a parlare sul perché quella creatura chiedesse aiuto, ma nessuno di noi aveva la risposta.
«E se fosse per quel sogno ? » disse Noemi
«Dovevamo chiederlo a tuo padre» esclamò Max.
«All’homo selvatico, intendo»
Mi presi la testa tra le mani.
«Non abbiamo il tempo per farci un'altra scampagnata nei boschi, per chiederglielo, e la pietra che mi ha dato non funziona. Avrò provato a chiamarlo cento volte per aiutarmi col problema di Vic.»
«E di sicuro non è il tipo da possedere un cellulare.» commentò ironicamente Max. Ci mettemmo a ridere all'unisono.
«Però non è l’unica creatura a cui ci possiamo rivolgere, vi ricordate alla festa? C'erano dei luminotti» esclamò Noemi
«Ma non credo che i luminotti parlino» dissi pensierosa.
«I luminotti no… Ma quel coso che era nel mio giardino di notte parlava! Eccome!» esclamò Max.
«Basta solo trovarlo»
«La collana, il ciondolo! » dissero in coro.
Lo avevo dimenticato a casa, pulito di tutto punto, sotto il davanzale.
Dovevo tornare a casa. Ma ormai erano le diciotto passate e tutti e tre, dovevano rientrare nelle loro abitazioni. Cosi decisero di portare a scuola il giorno seguente una cartina del posto, fornita da Max, e la collana. Dopo aver abbracciato entrambi mi allontanai lasciando Noemi e Massimiliano, da soli. Girai l’ angolo e mi affacciai per vedere.
I due si stavano teneramente baciando. Allora prosegui cantilenando allegramente.
Almeno una cosa positiva era successa.
Sabato mattina, Max si presentò alle undici davanti casa di Noemi. Doveva esserci per le 11.30 ma non stava più nella pelle. Doveva passare con lei il fine settimana e poi andare con lei a pranzo fuori. Aveva scelto un ristorantino a forma di trenino, molto intimo. Sperava che le sarebbe piaciuto. Avrebbero potuto arrivarci con il motore il quaranta minuti andando tranquillamente.
Aveva lavato la Vespa blue per l’occasione e Noemi aveva la sua Vespa rossa. Insieme sembravano una di quegli spot degli anni ‘ 50 sulla Bella Vita. Si mise a controllare mentalmente il tragitto per arrivare al ristorante. Avrebbero dovuto passare una zona un po’ ostica con il motore in mezzo ai boschi.
Ma se stavano attenti era facilissimo arrivarci. Fortunatamente aveva prenotato per le due. Noemi arrivò in anticipo. Suonando il clacson della sua vespa che aveva un enorme girasole accanto allo specchietto. Presero il via. Si diressero prima verso Palagina, poi continuarono proseguendo sulla salita di Taccino, arrivando così all’incrocio delle Vedute, fecero altri dieci km passando dalle Spianate e arrivando fino a La capanna.
All’imbocco della Superstrada di Chiesina Uzzanese, entrarono nella discoteca Don Carlos, sulla cui sinistra si trovava parcheggiato un trenino del 1920 allestito a ristorante. Max e Noemi misero i motorini accanto al muso del treno.. Percorsero insieme la passerella verde che accedeva al vagone e si sedettero sulle panche di legno che dividevano ogni tavolino.
Uno di fronte all'altro. L’ abat-jour erano accese ma il sole che filtrava dalle tendine in cotone era luminoso. Erano soli. Il cameriere, simpatico, faceva spoletta per portargli da bere e prendere l’ordinazione. Ordinarono delle Coca Cola, con una grigliata di pesce, accompagnata da patatine fritte. Ci mise un po’ ad arrivare, ma non importava, finalmente potevano godersi tutta la giornata per loro. Parlarono di ciò, che preferivano, dei loro hobby e persino del loro gusto di thè favorito.
Entrambi al limone. Noemi gli fece il vecchio scherzo del dito contro il petto
«Cos'hai qui?», poi lo alzò di colpo dandogli un buffetto sul naso, quando Max si era abbassato per guardare. Iniziarono a ridere e a scherzare a vicenda. Max si spostò e si avvicinò. Continuarono a darsi noia, fino a che il gioco non prese una piega più sexy. Il cameriere era fuori a preparare i dessert, e nessuno li stava osservando.
Max prese il mento di Noemi e lo porto a sé, mentre gli era vicino sentiva il profumo dolce di lei pervaderlo. Noemi aveva un make up leggero e naturale. Poteva vedere il rossore delle gote che si accendevano ad ogni suo gesto. Gli occhi di lei erano come profondi mari caraibici dove tirare i remi.
La baciò.
Le ciglia lunghissime gli sfiorarono le guance, quando lui, si avvicinò a lei. Ancora un altro bacio.
Voleva baciarla con più ardore. Anche Noemi lo voleva, quei casti baci a stampo non gli bastavano più, ma era in soggezione per il luogo. Era in allerta perenne. Max la anticipò, la prese e la bacio con la lingua prima che potesse rifiutarsi. Un colpo. Noemi sentì un colpo unico al cuore, e il sangue lentamente le saliva in ebollizione per poi riversarsi all'inguine.
L’amore, il sentimento, nacque lì ad entrambi. Quell’amore indissolubile che spezza ogni barriere. Corpo e spirito insieme. I marchi brillarono sotto i loro vestiti, entrambi avvertirono delle piccole punture. Ma loro non ci badarono. Il colore del marchio che prima era pieno nella figura, adesso si spostava per delineare un contorno. Si staccarono rossi in volto ed febbricitanti. Il cameriere entrò tossendo nel vagone.
La mousse al cioccolato era pronta, Max tornò al suo posto e finirono di pranzare. Max allungò la sua mano verso di lei, la prese e le baciò le dita e il polso.
Noemi sorrise, si portò la mano al volto e si toccò l'arcata superiore delle labbra. Finito il dolce, andarono a pagare e ripresero i Vespini. Fatto un tratto di strada Max rallentò e si affiancò a Noemi.
Fecero a gara, nei tratti, per riprendersi con il motore, lungo le curve del paesaggio toscano. Arrivarono fino al parco, quando Max si accorse che il cellulare di Noemi stava suonando. Poteva vedere il led bianco lampeggiare nella tasca.
Era Arianna. Li stava chiamando.
Io nel frattempo avevo preso la collana a pendolo. Vittore era in camera sua. Bussai alla porta, ma nessuno rispose. Aprii la porta e lo trovai immerso in una partita a Mad Max, con le cuffie negli orecchi.
Mi guardò per qualche secondo, e mi fece cenno di entrare. Mi avvicinai e gli chiesi se voleva andare con me alla biblioteca. Lui mi tirò a sé, giù nel divano.
«Ehi! Che ...» Ma la mia voce mi morì in gola guardando gli occhi di lui, dolci e preoccupati.
«Quante volte mi hai liberato?» chiese Vic serio.
«Tante volte. » Lo baciai sulla gota, lui giro la testa e mi baciò, la prima volta brevemente, Ancora non ero abituata ai suoi i baci e quindi respiravo faticosamente, poi mi baciò per una seconda volta questa volta più a lungo. Con i polsi ancora bloccati dalle sue mani. Mi premeva contro lo schienale in pelle del divano che emetteva rumore e faceva attrito. Anche il respiro di Vic adesso pareva essere messo a dura prova. Lo guardai teneramente.
Ma questa volta lo sguardo di Vic, era quello di un cucciolo smarrito. Si sentiva in colpa per quello che era successo quando Stefania lo aveva plagiato. Provò ad allontanarsi. Ma gli fermai il braccio. Gli accarezzai gentilmente il volto e lo baciai
Era il primo bacio che riceveva da me .
Gli altri li aveva sempre presi lui.
Ed era così puro.
«Qualsiasi cosa succeda. Io per te ci sarò sempre.» dissi guardandolo negli occhi.
Il suo mare era calmo e avvolgente come un abbraccio.
Negli occhi di Vic. Non c’erano ombre in quegli occhi.
Nei miei .
Tutto era chiaro e limpido. Per lui. Il suo mondo era in quel mare di ghiaccio. Vic mi strinse così forte da fargli perdere il respiro, perdendosi nel profumo di vaniglia e cocco dei miei capelli.
Sentii delle lievi punture dietro la nuca ma non ci badò. Avere me, lì sotto di lui, persa nel suo abbraccio era quello che voleva da una vita.
Lo sentivo.
Mi sentì più forte, decisa a proteggere e a rivelare quell’amore così forte che mi spezzava il cuore. Nel profondo, sapevo che i miei genitori avrebbero capito.
Volevo proteggere Vic da Stefania e da qualsiasi persona gli potesse fare del male.
E dovevo trovare ancora mia madre per farmi dire il significato di questi simboli. In quel preciso momento lo vidi brillare.
Vidi brillare il marchio di Vic accanto alla sua testa.
«Il marchio.. Vic il marchio sta’ brillando. »
Vic si alzò di scatto e andò verso la specchiera .
Il contorno era completamente argento ma il colore all’interno era svanito.
«Arianna, fammi vedere il tuo.» Mi alzai la maglia fino alla spalla, Vittore lo fissò un attimo e poi, andò a prendere il cellulare.
Dopo aver fatto la foto me la passo. Il quadrato giallo era sparito. I suoi contorni invece erano più decisi. Un quadrato giallo in un cerchio di tre colori : blu argento e rosso. Come i colori degli altri marchi.
Adesso si, che eravamo strettamente collegati. Adesso c’era una prova tangibile che eravamo uniti. Ma uniti contro cosa? Presi il giubbino e mi diressi alla porta. Sventolai il pendolo, davanti a Vic, e dissi:
«È l’ora di qualche risposta.» Vic, mi seguì ruota e montammo in macchina.
Massimiliano, Noemi, Vittore e io, avevamo appena aperto la cartina della zona, sul tavolo tondo della biblioteca. Il sabato pomeriggio non c’era mai nessuno. Si stava tranquillamente e l’odore della carta dei libri era particolarmente intrigante. Presi il ciondolo e lo diedi a Max.
«Tu sei l’unico che l’hai visto. Per usarlo ti devi concentrare e pensare all’omino di bronzo. Il pendolo ci indicherà dove si trova.» Max mise la mano con il pendolo sopra la cartina e lo lascio dondolare sul foglio. Poi ad occhi chiusi pensò intensamente all'omin di bronzo. All’inizio non successe nulla, poi il pendolo cominciò a bascullare in verticale, fino a che non rimase dritto, sospeso, quasi perpendicolare, puntando una piazzola a San Romano.
Ripiegammo velocemente la mappa e andammo alla macchina di Vic, che in cinque minuti li portò alla piazza sulla salita che conduceva alla chiesa dei frati. Svoltarono a sinistra e parcheggiarono davanti alla parrucchiera e allo studio del commercialista.
Sentii un brivido pervadermi le ossa. Si, li c'era qualcosa. I suoi amici si guardarono intorno, ma non videro niente di strano. Un attimo dopo, Vittore sentì bucarsi un occhio da uno strano riflesso che veniva dal fossato più avanti. Il sole rifletteva su qualcosa di scintillante che era appoggiato alla parete.
Si avvicinarono. Io fui la prima a parlare.
«Omin di Bronzo, sei qui?»
«Omin di Bronzo, ti dobbiamo parlare, sono la figlia dell’ Homo selvatico. Ci sei?»
Un trambusto simile alla latta che si infrangeva sull'asfalto. Proveniva dal piccolo cunicolo di fronte a noi. Poi un grugnito. Un rumore metallico che si avvicinava, qualcosa si mosse nell’ oscurità.
«È lui che ti manda?». La sua voce era simile al fischio della vipera.
«No, ma mi serve un'informazione, perché lui è lontano »
«Non m’imprigionerete di nuovo vero?»
«Noi non abbiamo mai imprigionato nessuno!» rispose Noemi. Ed inoltre gli chiese se c’era qualcuno che gli avesse fatto del male. A questo punto, una creaturina poco più alta dei cinquanta centimetri, uscì dal buco. Aveva un'armatura di bronzo, sporca di terra.
Sembrava un incrocio tra una lucertola e uno gnometto. L'oggetto che aveva attirato l'attenzione di Vittore era un enorme alabarda con un uncino affilato in punta e una strana pietra posta a decorazione. Mi avvicinai cautamente.
«Puoi darmi una mano? Ho visto un enorme creatura simile ad un drago, con una macchia a stella sul muso e una lunga cicatrice, con occhi verdi, qualche mese fa, che chiedeva aiuto. Mi è apparso nella nebbia e poi è sparito. Puoi spiegarmi che succede? E chi e cosa è ?»
«Tu hai visto Pendragon?»
«Chi è Pendragon?»
«E’ il guardiano dei sigilli, non ti ha detto proprio nulla tuo padre eh? si mostra solo se siamo nei guai»
«Siamo chi?» chiese Max
«Tutti noi, umani e leggende»
I ragazzi si guardarono preoccupati. L'omin di Bronzo aveva sentito delle strane voci, su un demone che aveva l'idea di riaprire le porte per il loro mondo. Ma gli pareva una cosa così impossibile che non ci aveva fatto caso. Gli racconto’ che centinaia di anni fa’ un gruppo di streghe aveva rinchiuso il loro mondo per proteggerli, e nessuno sapeva dov’era la porta. Era diventata quasi una storia mistica. Solo il guardiano supremo Pendragon, lo sapeva. Alcuni di loro erano rimasti. Ormai troppo legati alla toscana per abbandonarla. L’omin di Bronzo non sapeva altro, poi si avvicinò a me e mi consegnò un quarzo.
È un richiamo, se avessero avuto bisogno di lui, sarebbe bastato stringere a pugno quella pietra e chiamarlo e lui sarebbe arrivato.
Poi spari. Lo salutammo e lo ringraziammo .
La settimana a scuola, non passava mai, erano pieni di interrogazioni e compiti. Al solito me la cavavo bene e così anche Max, a Vittore invece servì un po’ di fortuna e qualche lezione di ripetizione, da parte mia, su Storia e il periodo dell’ottocento. Stefania non si vide in classe. La professoressa avvertì i compagni che per tutta questa settimana non sarebbe venuta a scuola e incaricò me di tenergli i compiti e di consegnargli gli appunti venerdì, quando sarebbe venuta sua madre.
A me questa cosa non andò molto a genio, ma dato che era un ordine scolastico, obbedii. Ormai il dado era tratto “alea iacta est”. Venerdì Mattina la signora Mary Martello passò da scuola, era sempre stata una signora elegante e distinta con un eccellente stile, invece quel giorno si presentò, distrutta e con la faccia priva di trucco. Aveva gli occhi gonfi mentre mi chiedeva i compiti per sua figlia.
«Mi dispiace che sia assente, come sta?» La signora prima mi guardò, come se stesse soppesando ciò che dire. Poi guardandosi intorno come impaurita emise una risata isterica grattandosi un lobo dell’orecchio e con il suo solito fare aristocratico, disse
«Ah sì, l’influenza, mia figlia ha un'influenza...» prese i compiti e poi rivolgendosi a me disse.
«Oh ma starà bene. Starà meglio quando avrò trovato il colpevole»
Poi girò sui tacchi e se ne andò. La signora Martello era in perenne ansia da quando sua figlia era stata portata in ospedale. Nulla aveva dato esito di malattie o altro. E quei morsi di certo, non se li era procurata da sola.
Non voleva intraprendere un viaggio fino al nord. Quindi l'unica cosa da fare era scoprire chi fosse il demone. Ma Stefania, non parlava. Aveva paura. Avevano richiamato un infernale, che non si era presentato. Per avere dei favori pecuniari. Ma nella confraternita si era sparsa la voce che lei non era più la strega potente come prima, ma che sua figlia sarebbe stata più adatta a ricoprire quel ruolo. Ma lei non avrebbe mai permesso che gli accadesse ciò che era successo a lei. Non sarebbe stata la schiava del demone. Suo marito l'aveva salvata ma quante ore di terapia erano servite per superare quegli anni. No, Mary era decisa a scoprire quale demone si era introdotto in casa sua. A costo di richiamare il demone che l'aveva avuta tanti anni fa.
Per proteggere sua figlia avrebbe affrontato la sua più grande paura.
Capitolo 8
Si e No.
I ciliegi in fiore stavano sbocciando, la pausa di primavera era alle porte e la festività pasquale faceva mangiare più cioccolato di tutti gli altri giorni dell’anno, il paese si colorava di rosa cipria, giallo limone e verde fluorescente, e le uova venivano appese ovunque.
Max, Noemi, Vic e Io, avevamo tre giorni di festa da poter utilizzare a loro piacimento. Avevo deciso di andare a vedere la casa della famiglia della Pia, in vita. Ovvero Siena. L’avevo già visitata altre volte. Ma non sul lato artistico. Forse questa volta mi sarebbe piaciuta di più. Noemi e Max accolsero allegramente l’idea. Max, soprattutto, perché non aveva mai visto Siena. Prendemmo la Fi-Pi-Li in direzione Firenze, come al solito, poi uscimmo a Empoli Ovest, e attraversammo Castelfiorentino, Certaldo, Poggibonsi, e Monteriggioni per poi arrivare a Siena in meno di due ore.
Arrivati a Siena scoprimmo particolarità interessanti, per tutti i gusti.
Siena è una città con influenze gotiche medievali, tuttora Io e i miei compagni, potevamo osservare il famoso teatro e il centro dove ogni anno si svolgeva il famoso Palio.
Me lo immaginavo, con grida e cori festosi, con la piazza ricoperta dal tufo.
Vittore raccontava che i cavalli erano montati a pelo, e che i dieci fantini che li guidavano erano piccoli ma agilissimi.
Noemi invece ne apprezzava la Storia e il lato artistico. Nel duecento, Siena, era la città con dipinti d’oro, come la luce del signore.
Per Max, che la visitava per la prima volta, gli ricordava l’argilla e i racconti di Anna Rice. I ragazzi si diressero alla torre dei Guastelloni, a
Banchi di Sotto. Ma la casa della Pia storica era diventata un museo. Tuttavia trovarono un'informazione interessante.
A quanto pare la Pia era stata uccisa su un ponte vicino a Sovicille, nel paese di Rosia a una decina di chilometri da dove si trovavano adesso. Così ci dirigemmo lì. La strada era stretta e tortuosa, la macchina procedeva lentamente. Vedemmo il ponte ricurvo e Vic accostò in uno spiazzo poco più avanti. Il ponte era detto della Pia ed era un ponte stretto e senza parapetto, che portava alle vecchie cave minerarie.
La Pia, era la signora di Castel di Pietra. Che sorgeva alle loro spalle isolato su una collinetta. Adesso era diventato un lussuoso hotel.
A Gavorrano, si teneva inoltre, ogni anno, la manifestazione storica del Salto della Contessa. Un cartello, in cima, al ponte, né pubblicizzava l’evento. Camminai lentamente su quel percorso acciottolato.
Il rumore nella mia testa si accentuò, poi come un eco di un evento passato, la vidi. Un'immagine di fronte a me. Un riverbero del passato. Una donna piangente che attraversava di corsa questo ponte, cavalli che la inseguivano. Gridava
«Giuro! Non so chi sia! Pietà!» Un biglietto le cadde. Lo lessi.
«Quando sepolta fia nel silenzio, della notte il mondo, inosservato per la via del parco a te verrò. L’assenza del tuo sposo aborrito a me concede d’abbracciarti la gioia, e tal mercede soffrire mi fa la vita»
Non capivo.
Poi vidi un lampo malvagio negli occhi di una delle guardie. Era un complotto.
Subito dopo vidi poi un altra scena.
L’odio negli occhi di Nello.
L’incendio che lo divorava per l’altra donna. E lo sdegno che provava nel guardare la Pia.
La scusa per liberarsene era ovviamente un finto tradimento.
Sulle mie guance caddero calde lacrime salate. Mi ritrovai a fissare il mio stesso riflesso nell'acqua del fiumiciattolo. Mi guardai intorno. Ma lì non c’era niente che potesse condurmi da mia madre. Presi il pendolo. E la mappa. Ci riunimmo intorno alla mappa e unimmo le mani. Chiedemmo dove fosse l’entrata dell’antro. Il pendolo, impazzì per alcuni secondi. Poi si fermò. Emise un raggio bianco che mirò il cielo e poi si spense. Lo rimisi al collo. Una cantilena, una litania, una preghiera si sentiva risuonare intorno a loro.
”Mena la mnata, mena la mnata, bededeum, bededeum”.
I ragazzi cominciarono a guardare tra gli alberi, cercando di capire da dove provenisse quel suono. Noemi richiamò la loro attenzione. Lei le chiamava Andade. Si diceva che fossero schiere di spiriti raminghi che vagavano per espiare i peccati. Nel fitto del bosco.
Dove la luce del sole non riusciva a toccare terra, lanterne umane camminavano lentamente. Figure esangui, e ombre incappucciate, in processione, incedevano con grande lentezza. I ragazzi scesero il pendio, seguendoli.
Stando attenti che i rami e le foglie secche, non facessero rumore. Continuarono a camminare, quando videro le sagome sparire dentro un buco in un vecchio ed enorme albero, distrutto, chi sa da quanto, forse dai fulmini. Quando si trovarono di fronte all’albero, alcune scale apparvero di fronte a loro.
Una scala a chiocciola, che continuava nell’oscurità. Arianna prese la torcia sul cellulare e l’accese. C’erano delle intagliature sui muri della scala. Disegni di uva, frutti, alberi, sembravano incisi a mano, di tantissimo tempo fa. Alcuni erano coperti dal muschio, altri erano così consumati dalla pioggia e dalle intemperie, che non erano riconoscibili.Presi coraggio e cominciai a scendere.
Dietro di me, Vittore, Noemi, ed infine Max che chiudeva le fila. A metà della scala due torce di fuoco, si accesero, spaventandoci. Ma nonostante questo, proseguirono. Io arrivai in fondo alla scalinata, che tremavo dal freddo. Sopra di loro il cielo, pareva molto lontano. I ragazzi si radunarono alla fine della scala. Appena i loro occhi e orecchi si abituarono all'oscurità e al silenzio, notarono un pavimento in marmo rosa, che spuntava sporadicamente. C'era una arcata in stile romano, con dei capitelli scheggiati.
Vittore, prese il posto di Arianna a capofila, e con la torcia del telefono continuò ad illuminare il percorso di fronte a sé. Delle fiamme all’entrata mostrarono il loro cammino. Uno stretto corridoio perfettamente illuminato e pieno di ragnatele, proseguiva per una decina di metri. I ragazzi spensero le torce e i cellulari, per risparmiare la batteria. E proseguirono.
Il tunnel scendeva in profondità. Arrivarono ad uno slargo ovale con delle colonne etrusche, e un enorme seduta in legno dorato. Dei rumori provenivano da dietro il trono. Dei respiri, fiati mortali, che rimbombavano la stanza.
L’odore era nauseabondo, un misto di morte e marcio che permeava l’aria circostante.
Calpestai delle ossa. Un sottile gorgoglio echeggiò. Qualcosa si era svegliato. Noi ragazzi eravamo all’erta. Le fiamme si alzarono alle loro spalle. Chiudendo la via di fuga.
Da dietro la sedia uscì una creatura infernale. Aveva occhi coperti da un telo sporco e logoro, il becco colava una sostanza liquida che corrodeva il terreno appena toccava terra e il suo manto era formato da piume e scaglie, ma aveva la coda di un enorme serpente. Sembrava un incrocio tra un enorme gallo ed un rettile. Si mise ad annusare l’aria con la lingua biforcuta. Presi coraggio e quasi urlando gli chiesi . «Cercavo la Batuffa, è qui?»
La creatura si fermò e disse.
«Disvela, chi sei? E Onde udiste questa nomea?»
«Sono la figlia dell’Homo selvatico, cerco la Batuffa» chiesi.
La creatura cominciò a muoversi, Vittore e Max notarono gli enormi artigli che aveva in fondo alle zampe, e si guardarono terrorizzati.
«Un sangue misto...Sono centinaia di anni che non ne esistono più. Il tuo sangue sarà nettare per me. E poi pasteggerò co i tuoi compagni.» La creatura balzò sopra il trono distruggendolo. I ragazzi erano spalle al muro. Ero quasi arrivata a loro, quando un vento forte aprì le fiamme e Max trascinò tutti via, dietro la porta di fuoco. Le fiamme presto si rinchiusero e l’infernale pennuto non poté passare. Sentii lo sdegno, delle belva oltre il muro di fuoco.
Gli disse che oramai la Batuffa non abitava più in quell'antro. Ma che non l'avrebbero mai trovata. I ragazzi cominciarono a correre per tornare al sole. Corsero più veloce che potevano, fecero le scale due a due.
Il sole li accecò e il profumo dei faggi gli riempì le narici, una volta fuori. Un buco nell’acqua. Chi sa quanti altri antri, avrebbero dovuto trovare. Fissai il castello. Oramai era il tramonto, il cielo era chiaro.
L’arancio colorava i muri e il verde risplendeva di vita. Era quasi primavera, ma l'aria gelida ancora non se n'era andata. Mi immaginai il freddo che ci doveva essere in quelle mura. Dove l’amore della Pia era stato distrutto.
Fortunatamente ne aveva avuto un altro. Mio padre. E poi aveva avuto me. Sospirò profondamente.
Noemi, voleva controllare che creature fossero.
Non aveva mai sentito parlare di un gallo serpente, con una benda sul volto.
Max, però, era molto più contento di essere sopravvissuto.
E discorrendo sull’argomento ripresero l’auto e tornarono a casa. Esausti.
Stefania era legata ad un letto, asettico, con lampade al neon, che gli bucavano gli occhi. Era stata rinchiusa nella loro stanza-manicomio al piano inferiore. Un cubicolo ricoperto di materassi con un agghiacciante letto d'ospedale. Non poteva credere che l'avessero messa lì.
Sua madre era intorno a lei, che recitava litanie contro la possessione, ma lei non era posseduta. Quindi per calmarsi fece degli enormi respiri profondi e fece finta di dormire, fino a che non si addormentò del tutto.
La sua mente fluattava sopra un mare di rosso sangue. Non vide il demone entrare nella stanza, uscire dalla sua stessa bocca. Non sentì nemmeno sbattere sua madre al muro, ne le ossa che si rompevano del suo braccio.
Non vide nulla di nulla. Il signor Martello, getto’ dell’acqua benedetta e del sale intorno alla scura creatura che rideva demoniaca sopra sua figlia. La creatura si dissolse nell’aria e la sua nebbia uscì dallo spioncino della porta blindata, senza che nessuno potesse fare nulla. La signora Mary fu subito soccorsa dal marito.
«Che cosa hai fatto»...disse disperata guardando la figlia ed esalando un profondo respiro.
Il Signor Leo, partì poco più tardi aver lasciato la moglie all'ospedale, l' O.T.O., andava avvertito e non c'era tempo da perdere. Il patto era stato infranto.
Arrivato alla sede del gran consiglio trovò il portone incrinato. La sacra pietra da dove lo Stregone maggiore traeva i suoi poteri era infranta. Percorse il lungo colonnato, correndo.
Se anche la pergamena fosse andata distrutta, tutti loro ne avrebbero sofferto.
La profezia si sarebbe avverata e tutto il mondo sarebbe andato nel caos. Già più di quanto lo fosse stato adesso.
Capitolo 9
Il ciondolo.
Vittore stava camminando avanti e indietro davanti la porta di Arianna. Era le due passate del mattino. Doveva dirglielo. La sua anima non respirava più. Una pietra si era posata sul suo cuore. La notte era senza luna. E la sua anima era come stracciata nel petto. Doveva tagliare con lei. Non voleva farle del male. Ma doveva farlo, per il loro bene. Era deluso. Non riusciva a smettere di pensare a lei. Ma sapeva che in qualche modo, avrebbe dovuto smettere. Si sedette accanto alla porta, per terra, nel freddo pavimento. Sentiva il profumo di lei, filtrare dalla porta. Si addormentò così. Con le testa appoggiata allo stipite della porta di Arianna.
Il padre di Arianna, Dario, uscì di camera diverse ore più tardi e lo trovò così, prese una coperta e un cuscino e glielo adagiò sotto la testa.
Guardò la porta di Arianna. Un'espressione di dubbio gli dipinse il volto. L’orologio a cucù emise un rintocco.
Era il momento di andare.
Io mi svegliai poco dopo. Il sole mi baciava il volto. Disturbata da qualcosa, spalancai la porta e trovai lì Vittore. Con la luce dell'alba che lo avvolgeva. Aveva un'espressione angelica.
Lo trascinai fino al mio letto. Lo pregai di mettersi sul mio letto. Lo svegliai quasi ma nel dormiveglia Vic, mi diede retta e così si distese sul letto.
E la sua anima rinacque. Sentì il profumo di lei, inondarlo, oltre il tempo. Diradare la nebbia che l'avvolgeva. Sospeso in una nuvola di calma. Tutto ciò era più di un semplice sentimento. Il suo stesso battito cambiava, quante emozioni sentiva. Si voltò e aprì gli occhi guardando il soffitto, si voltò verso il comodino e lì la vide. Una sua foto. Di quella estate. Prima del crack. Loro due che ridevano sulle scale. E notò nei loro occhi che c’era già malizia e un intesa. Erano distanti, non come un fratello e una sorella ma come un ragazzo e una ragazza.
Nella foto ridevano.
E lì si chiese da quanto? Da quanto tempo si amavano e non se n'erano accorti? Intanto quel macigno si faceva sempre più pesante nel suo cuore. Guardò lei che era vicino a lui. Non la toccava, ma sentiva la scarica elettrica della pelle che lo attraversava. Il formicolio lo stava pervadendo a ondate. La voglia di abbracciarla e stringerla era forte. Si alzò.
Aprii gli occhi e lo guardai, ma rimasi in silenzio. Vittore andò dritto verso la porta e uscì. Non una parola, non fiato. Rimasi ferma, mi mordicchiai il labbro inferiore. Una brutta abitudine che avevo iniziato a prendere. Poi mi vestii, aspettai che mia madre uscisse e che eravamo rimasti soli in casa, poi andai sparata verso la camera di Vic.
«C'è qualche problema?» dissi.Vic non riusciva a guardarmi. Dire ciò forse avrebbe rovinato tutto per sempre.
«Quello che c’è tra noi è sbagliato. Io..» Le parole gli morirono in gola. Forse non sarebbe mai riuscito a dirlo. Ma se poteva salvare la loro amicizia c’era solo un'altra frase, da dire.. Vittore continuò, con un nodo stretto in gola.
«Io non ti amo. Siamo come fratelli. Non ci può essere altro che amicizia tra di noi»
Il mio cuore, era pietrificato, il mio respiro era accelerato e l’aria nei polmoni si era fatta gelida come la morte
Sentii i cristalli rompersi in petto. Non mi voleva. Non mi aveva mai voluta. Come aveva potuto. Indietreggiai, ed uscii dalla stanza. Lui non mi amava. La sua voce mi rimbombava nella testa. Quella frase ripetuta all’infinito
“Io non ti amo”
Presi la borsa ed uscii. Mi ritrovai a camminare per la strada, molto lontano, da casa mia. Il ponte di Fucecchio era sferzato da un vento leggero.
Prosegui verso il vecchio punto dell’Enel.
Le finestre infrante del palazzo in stile liberty, mi ricordavano che erano passati più di cinquanta anni, dall'ultima volta che il palazzo aveva visto un barattolo di vernice. La peggio feccia dell’umanità lo usava come rifugio per drogarsi o fare sesso. Ma io, che lo guardavo da fuori. Pareva solo molto triste.
Come me.
Sventrato di ogni rimanenza di emozioni.
Mi sedetti sulla panchina nascosta, dietro al ceppo e rimasi lì per un po’ . Mia madre, Lidia, mi chiamò verso l’ora di pranzo. Gli inventai una scusa. Che dovevo studiare e non potevo tornare. Gli dissi che sarei tornata più tardi. Ma in realtà non sapevo se l’avessi fatto. Non volevo vedere Vic.
Chiamai Noemi, ma appena sentì la voce di Max, evitai di raccontargli dove ero.
Gli dissi che andava tutto bene. E che se voleva la poteva trovare davanti scuola tra due ore. Chiusi la conversazione e si distese sulla panchina. Sentii dei passi avvicinarsi.
Guardai con la coda dell’occhio chi fosse. Era un ragazzo della sua scuola. Lo aveva visto qualche volta nel corridoio. Si erano scambiati qualche sguardo, ma niente di più.
«Non ti facevo una tipa da panchina» disse lo sconosciuto.
«Sai com'è.. » risposi.
«Problemi?»
«Abbastanza, e te?»
«I soliti, posso sedermi?»
«Certo» Mi alzai e mi misi seduta.
«Problemi con il tuo ragazzo? »
«Non ho il ragazzo» dissi guardandolo.
«Allora, forse è quello il problema» Il ragazzo mi vide sorridere
«Ah ha!. Allora sorridi qualche volta.»
«Di te, invece, che mi dici»
«Non mi andava di stare in casa »
«A volte è soffocante»
«Già, non sai quanto» il tono nella voce di lui. Pareva distante. Mi chiesi che cosa potesse aver mai passato un ragazzo così. A casa. Notai un livido giallognolo sul collo. Sperai che fosse solo un succhiotto.
Ma dallo sguardo vacuo di lui e dagli altri due segni vicini, parevano impronte di dita. Una stretta al collo. Ispirai preoccupata. Lui mi fissò. Vide nei miei occhi la sua paura più grande. Essere scoperto. Si tirò su il colletto e stava per andarsene, quando mi piazzai davanti .
«Senti, muoio di fame, che ne dici se andiamo al bar a prenderci qualcosa? Pago io, eh già io sono Arianna. »
«Lo so, Diego» e mi porse la mano.
Diego era magrolino e allampanato. Indossava un maglione verde militare sformato di qualche taglia più grande di lui, e degli enormi occhiali. Aveva un buffo codino alto che raccoglieva i suoi capelli neri.
Andava spesso a giocare a paint ball, per questo puzzava sporadicamente di vernice fresca. Ma il loro posto per trovarsi e parlare era sempre quella panchina ammuffita al parco. Gli piaceva la moda. Spesso mentre andavano a giro, le sistemava capelli e vestiti. E io avevo iniziato ad uscirci più spesso.Dovevo dimenticarmi di tutto.
Dopo pranzo, mi mettevo in tuta e uscivo a corsa , non ero mai stata una tipa sportiva, ma mi distraeva da Vittore.
Stefania non si faceva vedere da settimane. E Vittore aveva iniziato a uscire di nuovo a giorni alterni con delle nuove matricole. Noemi e Max si vedevano sempre nella pausa spuntino, e dopo scuola, e lei di certo non voleva fare il terzo incomodo.
Fortunatamente Diego pareva interessato a passare del tempo con lei.
E a me non dispiaceva. Finalmente aveva un amico con cui poteva parlare. Non proprio di tutto, ma della maggior parte. Qualche giorno dopo, Diego, si presentò a casa mia, con una berlina nera.Io era uscita per prendere il poco sole sulle scale.
Quando sentì qualcuno che mi chiamava dal cancello. Diego era passato a prendermi per portarmi al bowling di Castelfranco. A quanto pare era il suo compleanno e voleva festeggiare con qualcuno. Accettai con gioia. Andai a cambiarmi rapidamente. Mentre ero a cambiarmi Vittore incrociò Diego sul vialetto. Lo salutò e lo superò. Poi si voltò. «Sei qui per Arianna?» disse.
«Si» disse Diego.
«Sei il suo ragazzo?» gli chiese Vic.
«No, è una mia amica» disse Diego. A quella frase Vic, prese il borsone da terra ed entrò in casa. Non proferì parola con me, che gli passai accanto di corsa.
Un brivido freddo e il suo profumo di cocco, lo investì in pieno.
Lasciarla andare, era più dura di quanto pensasse. Si sentiva bruciare dentro, ogni volta che la vedeva. La vide allontanarsi con questo ragazzo e una fitta di gelosia lo pervase, quando la vide ridere.
Quel sorriso che era solo per lui, adesso era rivolto ad un altro. Un ragazzo. Ma se ami una persona devi lasciarla vivere.
Diego a Io arrivammo al bowling, e giocammo tutta la sera. Io guidai per un paio di volte le moto da corsa mentre Diego accanto a me sparava a qualche zombie. La serata passò tra le risate, e alla fine, con i ticket presi, riuscimmo a portarci a casa una lava lamp, che faceva molto anni ‘80.
Diego volle portare la lampada a casa subito. Così verso le 19,00 uscirono e andarono a casa sua. Diego abitava vicino le scuole. In una casa cantoniera che era poco curata.
Da casa sua però si raggiungeva l'argine molto facilmente. Diego portò la lampada in camera sua mentre Io lo aspettavo pazientemente fuori vicino l'auto.
Mi misi a giocherellare con gli anelli che avevo al dito. Poi sentì delle urla. Qualcuno si era arrabbiato. Vidi Diego uscire di fretta con il giacchetto tirato addosso.
«Andiamo a fare un giro» disse scuro i volto.
Insieme ci incamminammo verso la stradina sterrata che portava al parco. Un gruppo di anatre e due conigli ci saltellarono davanti.
Mi chinai per accarezzare il coniglietto più piccolo. Diego che aveva provato centinaia di volte a prenderlo rimase colpito. L’animale, che al solito fuggiva di fronte agli umani, adesso pareva incantato e balzellava allegramente intorno a me.. Lui e tutta la sua famiglia.
«Da non credere! Sembra una scena di un film!. Ma come diavolo ci riesci?» Ero sorpresa quanto lui.
«Sinceramente, non lo so.»
«Io ci avrò provato, almeno un centinaio di volte, solo a fotografarne uno . E tu invece, tre secondi e ti vengono persino in collo. Incredibile.» Diego prese il cellulari e scattò delle fotografie.
«Vieni, vieni anche te» dissi.
«Ma scapperanno» rispose Diego.
«No, vieni. » dissi
«Stai tranquillo. Non fare mosse brusche. E avvicinati» Gli presi la mano e lo feci sedere sulla terra asfaltata. Un coniglio grigio e nero, cominciò ad annusargli i ginocchi e poi gli saltò sopra una gamba.
Era morbidissimo. Diego lo accarezzò sul dorso. Sapeva che non andavano accarezzate le orecchie ai conigli e così fece. Rimasero così una buona mezz'oretta, e si fece quasi buio. Io che non avevo parlato fino ad allora, gli chiesi se voleva venire a cena da me.
Diego rifiutò, ma era propenso per una pizza, uno di questi sabati. Mi chiese se volevo essere riportata a casa, ma mentre tornavamo verso casa di Diego, l'auto di Vic spuntò all'orizzonte. La riconobbi subito. Vic con il suo giubbotto rosso era alla guida.
«Mi sa che mi son venuti a prendere ». Diego allora mi salutò e rientrò nel suo cortile. Vittore era infuriato. Mi aveva chiamata diverse volte, e io non avevo mai risposto. Non volevo parlare con lui al momento.
Salì in auto e misi la radio a tutto volume, per fortuna Vic aveva ancora il CD degli Slipknot, e ciò vietava ogni tipo di conversazione. Vic, prese una via secondaria che attraversava San Pierino, accostò l’auto su un dosso in un luogo desolato in aperta campagna. Alla loro sinistra si ergeva il campo di girasoli, e a destra il fiume Arno. Il sole era appena sceso all'orizzonte e la luna era un enorme satellite senza luce nel cielo.
Il vento era forte e la macchina veniva lentamente dondolata dalle raffiche di vento. Spense la radio si tolse la cintura di guida, e si girò verso Arianna.
«Guardami» disse. Io mi girai dal lato opposto e sbuffai incrociando le gambe e piedi nel seggiolino. Guardai prima il cambio elettronico della macchina, non riuscivo neancora a guardarlo.
«Guardami» il tono di Vic si era fatto più dolce. chiusi gli occhi e mi costrinsi a voltarmi verso Vittore. I miei occhi erano lucidi.
«Non sono bravo in questo genere di cose. Ma non puoi evitarmi in eterno. Non puoi allontanarmi così, come fai con tutti. Facendo finta che non esista più.» Vittore sembrava deluso.
«E come mi dovrei comportare?. Fammi capire. Sei stato abbastanza chiaro no?, non mi ami. E.. » Sorrisi ironicamente, feci un bel respiro e continuai «..quindi perché mai dovrei considerati. Non sei mio fratello. Ultimamente, non sei nemmeno un mio amico, o almeno da un anno a questa parte, quindi? Ti devo chiamare solo quando ci sono le riunioni del Marchio. Ma dato che a me non rispondi, ti chiama Max. Quindi .. Che vuoi da me?».
Vittore rimase immobile, impassibile. In effetti, ciò che aveva detto aveva senso. Lui che cosa voleva da Arianna? In questi anni lei era diventata la cosa che voleva di più al mondo. Ma non era il momento e il modo giusto. Rischiava di perderla facendo così. Di perdere la sua migliore amica e il suo amore.
«Vorrei non averti mai baciata, vorrei che non fosse successo nulla, tra di noi. Che tutto fosse rimasto come prima, di giugno.» Vittore si fissava le mani sul volante mentre pronunciava queste frasi. Stringeva l’impugnatura della Prius con ansia. Io avevo gli occhi spalancati e con il pollice e l’indice mi tormentavo il labbro inferiore. Ma Vittore continuò.
«Avrei voluto non provare nulla per te, che fossimo rimasti solo amici. »
Io mi si stavo veramente innervosendo.
«Tanto non provi nulla no? Quindi il problema dov’è? » dissi acidamente e piena di rancore.
Vittore provò a toccarla, ma mi voltai di scatto e gli intimai di non farlo.
Vittore riaccese l’auto. L’aria calda cominciò a circolare nel veicolo.
«Il problema è che IO ti ho sempre amato, ma tu mi hai visto solo da allora. » le parole di Vittore uscirono come un fiume in piena arrabbiate ma cariche di speranza. Io non capivo, lo guardai con aria interrogativa.
Poi dal ciondolo provenii un sibilo.
Il mio corpo si sciolse, brividi le percorsero la pelle e sentì come un click, nel suo cuore.
Il ciondolo cominciò a pulsare di una luce bianca argentea. Strinsi il ciondolo e chiusi gli occhi. Vidi me stessa, che combatteva. Avevo eretto con una sola mano un muro di terra contro i miei nemici.
Lo vedeva bene avevo poco più di adesso. Sembravo una fiera combattente. Vidi anche i miei amici, compagni occupati in un combattimento accanto a me.
Vidi un cartello, Pillo, e in fondo ad un giuncheto, un altro antro.
La premonizione si interruppe.
Non non era certa che fosse una premonizione, ma era qualcosa.
Mi ridestai sudata, ma elettrizzata come non mai. Vittore la guardava spaventato.
«Ho avuto una visione.. Dobbiamo andare a Pillo. Ne parliamo dopo.»
Forse sarebbe stato, davvero, più semplice se ci fosse stato più tempo. Se fossero rimasti solo dei vicini. Passarono vicino ad un agrumeto.
Le piante di limone risplendevano al sole sulla strada che arrivava a Montaione.
Pillo era qualche chilometro più a nord, verso Castelfiorentino, per la strada Volterrana. L'odore di limone era nell’aria, Vittore stava guidando, quando dei ricordi gli riaffiorarono alla mente.
Suo padre Rolando che coglieva i limoni in giardino e sua madre, che montava le tende arancio in soggiorno, dopo averle lavate. L'odore di agrumi che permeava l’aria, le mani sporche di sua madre piene di vernice. La pipa di suo padre. Suo padre.
Aveva quasi scordato la sua faccia. Il suo profumo di Marlboro e sale. La sua barba ispida, e le sue sopracciglia arcuate come un gufo. E la sua pancia rotonda dove poteva saltellare la sera. I suoi grandi abbracci, che lo soffocavano, con tenerezza. Il profumo del suo dopobarba quando usciva con la mamma. Un nodo gli strinse alla gola. Aveva dimenticato tutto ciò.
Quel venerdì sera, quando la polizia aveva bussato alla sua porta. E cercò di ricordare, la faccia dell'agente, ma ricordò solo le luci blu, che rimbalzano sui muri di casa. Il vestito di sua madre. Bianco con foglie verdi. Il rumore del pianto che diventava sempre più ovattato. Il dolore. Il vuoto.
«Vic siamo arrivati. Fermati» Max lo stava scuotendo.
«Oh scusate, ero soprappensiero. »
«Queste gite fuori porta sono diventate impegnative» esclamò Noemi
«Pensa se faceva freddo» dissi.
«Brr..non ci voglio pensare» Noemi e io avevamo una naturale avversione per il freddo. Il ciondolo improvvisamente cominciò a lampeggiare. Fece un filo giallo che puntava dritto sul cruscotto . Io mi spostai e mi misi centrale nell’auto.
Il filo giallo prosegui dritto fino a quando non furono in prossimità di una stradina, allora iniziò a lampeggiare e curvo.
«Abbiamo pure il Tom Tom magico» disse Vittore.
Seguì la stradina sterrata, che serpeggiava fino ad un capanno, abbandonato, nel mezzo al bosco. I ragazzi scesero di macchina e ci guardammo intorno. Non c’era niente. Io arrivai ad un vecchissimo pozzo. E ne toccò la pietra consumata. Un'esplosione d’aria senza rumore sospinse tutti per terra. Misi le mani a terra e sentì caldo.
Dei granelli di terra cominciarono a spostarsi intorno a me. Un dolore fisso, un tormento a spirale nasceva dalle mie mani. Riuscivo ad alzarmi. Ma dalla mia pelle spillavano mille gocce di sudore Gli altri ragazzi erano a terra schiacciati da chissà quale forza. Impossibilitati a muoversi. Ma sani. Li guardavo preoccupati. Poi una voce parlò nella mia testa.
«Sei qui per un addestramento speciale, ai tuoi amici non verrà fatto alcun male.» Dalla foresta uscì la creatura che già avevo visto a Firenze. Mutò forma e diventò umano. Un signore di mezza età con occhi luminosi come le stelle.
«Io sono Pendragon, il guardiano di Arcadia. Anche voi siete destinati a diventarlo, tuttavia dovrete affrontare delle prove. Arcadia è un paese meraviglioso che deve rimanere segreto, ci sono forze che si muovono nell'ombra che crescono ogni giorno che passa. Oggi più che mai. Voi non conoscete il perché siete qui, ebbene un Semidio vi ha scelto. E vi ha concesso dei poteri. E io sono qui per istruirvi. Non possiamo ancora capire i piani del nemico, ma possiamo fronteggiarlo e oggi uno di voi scoprirà come usare il proprio potere, mi dispiace di avervi posto in questa scomoda posizione, ma non si torna indietro, e ogni mia mossa porterà al vostro miglioramento. Anche se adesso voi non lo capite. Lo capirete. La barriera in cui vi ho rinchiusi, serve a sbloccare il vostro potere. Dovrete trovare il buono in voi stessi e negli altri e combattere per questo, combattere è l'unica cosa che possiamo fare. Per Arcadia. Per la terra che protegge la speranza dell'essere umano, e la storia. Voi siete stati scelti. E voi siete obbligati a rispondere. Scioglietevi dall'incantesimo. Dimostratemi che non temete il male.» Forzatamente i ragazzi provarono ad alzarsi e ci riuscirono, si appoggiarono a dei grossi ceppi di legno e li rimasero per un po'.
Poi si rivolse a me.
«Dimostrami il tuo potere»
«Ma io non ho nessun potere, quale potere?» dissi faticosamente.
«Dentro di te avrai sentito sempre una forza superiore alle altre, una forza per amare la natura e la bella terra che ti circonda. Il tuo potere è quello della terra, devi provarmi, che sai alzare una barriera di terra intorno a te»
«Ma io…»
«Provaci, respira e sentilo. Immagina un muro davanti a te.»
Respirai profondamente e immaginai una scaletta di pietra, ma non successe nulla, Pendragon allora si diresse verso Max e lo trascinò a sé. Lo alzò come se fosse fatto di piuma e gli puntò un coltello alla gola.
Sentii la paura che si impadroniva di me, il tormento si fece più acuto. E una forza si espandeva. Un cerchio di aria e terra brulicava intorno a me. La lama si avvicinò alla gola di Max, Noemi urlò.
Io come in preda ad un raptus, alzai il braccio destro come se comandassi un onda, e dalla terra crebbe una crosta di roccia spessa una decina di centimetri e alta qualche metro. L'idea era di allontanare Max da Pendragon. Ma quello che si creò era un'onda d'urto che spostò entrambi in direzioni diverse. Un muro di terra compatta si eresse da me fino a loro. Dividendoli. Un sorriso beffardo si disegno sul viso di Pendragon.
«Molto bene, hai superato la prova. Ci fu’ un tempo in cui il mondo non era ancora mondo, ma massa informe dove regnava il caos. Ho comandato quel potere, contro forze che adesso si sono risvegliate, adesso è tuo. Fanne buon uso. Ci rivedremo presto» Pendragon, si voltò, un acuto fischio, costrinse tutti a chiudere le orecchie e come era arrivato, era scomparso. Finalmente i ragazzi poterono di nuovo alzarsi, e corsero verso Max, che visibilmente scosso si strusciava gli avambracci in segno di protezione.
Noemi lo raggiunse e gli guardò la linea rossa dove il coltello era stato puntato, ma non c’era nessun graffio, nessun segno, a parte quel puntino.
Vittore fece il giro del capanno con una pala in mano. Una vecchia pala arrugginita che aveva trovato accanto a una delle porte. Non sembrava esserci nessuno. Ma il muro alzato da me era ancora lì. Lo toccai. Non potevo credere a ciò che avevo fatto. Adesso il tormento alla mano era passato.
C'era una piacevole sensazione di consapevolezza e potere che viveva in me.
Era come se di colpo avessi assunto tutto l’ossigeno che il mio corpo potesse contenere, come se avessi bevuto litri e litri di caffeina. Immaginai di cancellare il muro come il vento dissolve la polvere.
Mi spostai davanti al muro e ruotai il polso. La terra si levò in aria e si dissolse.
Forse c’era molto più di questo che potevo fare. Mi guardai le mani, ispezionando ogni singola piegatura, in cerca di qualche segno, ma a parte il lieve arrossamento, che avevo avuto nella caduta, niente pareva diverso, dal solito. Avrei voluto provare altre cose ma al momento ero gìa abbondantemente soddisfatta, e completamente stanca.
Vittore, Noemi e Max erano senza parole.
«Succedera’ anche a noi?» chiese Noemi.
«Non saprei, non siamo nati da una creatura mitologica» disse Vittore.
«E se fosse per i marchi?» disse Max
«Allora prima o poi arriveranno a tutti» Continuò Vic.
«E’ il “non sapere” che mi turba » disse Noemi.
«Solo quello?» chiese Max
Capitolo 10
Videogames.
Vittore e Max stavano giocando a una versione retro-compatibile di GTA, erano seduti sul divano di Vittore, mentre Io e Noemi avevamo monopolizzato il tavolo da pranzo, dei libri presi in biblioteca. Il fischio del bollitore dell’acqua mi fece sobbalzare.
Noemi stava cercando alcune informazioni, sull'ultima creatura vista. Trovò un vecchio disegno che gli assomigliava molto. Il gallo serpente finalmente aveva un nome. Si chiamava Badalischio, una mutazione del più famoso basilisco. Era scritto che lo sguardo del Badalischio, era mortale, fortunatamente loro ne avevano trovato uno con gli occhi coperti. La leggenda narrava che poteva nascere da un uovo covato da un rospo. Gli ultimi avvistamenti erano stati fatti presso il crepaccio Ricconi, nel Monte Amiata. Si diceva inoltre che preferisse fare la tana tra le radici di un albero di noce. Proprio come, lo avevano trovato.
Nei libri però, non vi era traccia, né di Pendragon, né della Batuffa. Eravamo quasi senza speranza, quando il ciondolo emise un bagliore bluastro. Indicava un punto sulla mappa di fronte a loro. Volterra. Guardavo e riguardavo quel punto, sulla mappa. Non era possibile. Ero stata a Volterra almeno una quindicina di volte.
E adoravo quel posto. Ma era troppo affollato per un antro. Alcuni posti erano più isolati di altri, si certo, ma proprio non riuscivo a capire. Ci guardammo dubbiose, e se fosse un altro antro trappola?.
Dopotutto nemmeno loro avevano capito come funzionasse bene il ciondolo. Era come se giocasse con loro. Ogni volta che emetteva una luce diversa da quella bianca c'era sempre la vaga possibilità che sbagliasse. Ma non poteva essere ignorato. Presi cinquanta euro dal portafoglio di mia madre.Gliel’avevo chiesti urlando la mattina stessa e Lidia lo aveva lasciato in bella vista apposta. Vidi la foto di noi quattro, dentro il portafoglio, stropicciata e sorrisi. Io avrò avuto circa dieci anni.
Erano andati al Parco di divertimenti di Gardaland, Vittore gli stava tirando un peluche, di Prezzemolo, la mascotte del parco, e lei si era voltata di spalle. Era quasi invisibile impercettibile. Ma la vidi. La mia vecchia cicatrice tonda. Quella che oggi era scura e dritta come un disegno sulla pelle, era già lì.
Tutto era già scritto. Il destino era già segnato.
Il viaggio a Volterra in compagnia di Vic, fu diverso dal solito. Avevano discusso un’ora buona, sul perché andarci. Max e Noemi non sarebbero potuti venire. I nonni di Max erano venuti dalla Vald’Aosta, appena avevano sentito dire che Max aveva una ragazza, e volevano assolutamente conoscerla.
Vittore alla fine, dopo avermi visto, partire per la fermata del Bus, mi aveva raggiunta di corsa e di peso mi trascinata in auto. Mise Radio Freccia, e continuarono il viaggio. Noemi gli aveva segnato i posti dove sarebbe dovuta andare. Volterra era stata uno delle prime città - stato dell’era Etrusca.
A quei tempi veniva chiamata Velathri. Il territorio toscano era da sempre casa degli Etruschi, la toscana stessa veniva chiamata Tuscia. Tuttavia Io avevo fatto di Volterra la mia casa-vacanze.
Io e Vittore spesso eravamo andati lì, ad ascoltare il vento che proveniva dal mare, andavamo a perderci nei vicoli ripidi, e nei giardini del castello, dove passavamo il pomeriggio, a rotolarci dalla collina, avevamo esplorato qualsiasi monumento o casa che ci era parsa interessante. Questa volta parcheggiammo vicino ad una delle quattro porte e salito le vecchie scale, quasi dimenticate dell’acquedotto, deviammo per le scale nuove in acciaio che costeggiavano le mura, Arrivammo ai parapetti di legno e osservammo gli scavi. Vittore cominciò ad avere un forte mal di testa, cominciò a mettersi le mani nei capelli e respirare faticosamente, qualcosa o qualcuno lo stava disturbando.
I suoi occhi diventarono bianchi. Provai a scuoterlo ma non successe nulla, Vic mi spostò con un braccio e scavalcò la recinzione. Senza che nessuno lo osservasse entrò in una cripta. Io lo seguì a ruota. Era una di quelle tombe aperte ai turisti, durante l’orario di visita, ma era splendida. C’era un enorme capitello al centro della stanza, disegnato nella pietra, e poi tutt’intorno più di quindici blocchi di tufo intagliati con busti di persone sopra di essi.
Delle pietre si spostarono alla nostra sinistra, e da uno di questi blocchi uscì una bolla d’acqua che fluttuava in aria. La bolla d’acqua prese il volto di uno uomo. Io non potevo muovermi. Ero come chiusa in una sfera. L’uomo parlò con Vic.
Il suo nome era Nethus, e lo avrebbe chiamato a se una volta che fosse stato pronto. Dalla cassa uscì un’altra bolla d’acqua al suo interno risplendeva dorata una conchiglia di mare, simile a quelle che si trovano come souvenir, ma completamente d’alabastro, Vittore se la portò al cuore e la conchiglia sparì dentro di lui. Il suo marchio si illuminò e alla luna di aggiunse un ricciolo. L’acqua esplose e Vittore cadde a terra esausto. La bolla che mi imprigionava, scomparve. Corsi da Vittore che si stava rialzando, vidi nei suoi occhi la fierezza e lo sguardo che io avevo conosciuto da piccolo. L’iride dei suoi occhi era diventata brillante come il sole.
Lui era stato scelto per vedere Capraia.
Quando la conchiglia sarebbe riapparsa.
Riprendemmo l'auto. E arrivammo alle colonne.
I Tridenti che vi erano impressi si illuminarono al nostro passaggio. Quello che era successo non era un sogno. Era tutto assolutamente reale.
Ero seduta alla mia scrivania, a casa. Dei merli cantavano allegramente sugli alberi, lì vicino. Stavo leggendo la mia copia del Cosmopolitan, del mese.
Quando il mio cellulare lampeggio insistentemente. Era una chiamata da parte della mamma di Stefania. Mi stava chiedendo la password per la App della scuola dove erano segnati i compiti. Non si ricordava il codice dell’ istituto. Presi il foglietto che avevo attaccato alla scrivania e glielo lèssi.
Gli dissi inoltre, che la professoressa di italiano, e fisica non scriveva in quella App, ma davano in classe i compiti, così chiesi che giorno gli serviva.
La signora Mary, annunciò che la prossima settimana Stefania sarebbe tornata a scuola. Gli dissi tutta la lezione e chiesi se le serviva altro, e poi lei riagganciò. Speravo che rimanesse fuori combattimento tutta la primavera, ma non era stato così.
Il lunedì successivo avrebbero tutti avuto una bella sorpresa.
Intanto a casa di Noemi, lei e Max stavano parlando su il significato dei loro simboli, avevano cercato su Google, ma c’erano solo notizie frammentarie di una religione in sanscrito. Forse riconducibile ai tattva, o a chi sa cosa. Ma niente di quello che stava accadendo a loro.
O al potere che Arianna aveva dimostrato. L’unica cosa è che non ne esistevano più di cinque. Di quelli originali, quindi nessun'altro, avrebbe dovuto avere un simile dono o maledizione. Molti di questi raccontavano di una terra leggendaria di nome Arcadia, o Avalon, dove le creature che prima abitavano la terra abitavano lontane dal mondo umano. Persino Tolkien ne aveva parlato nei suoi libri. La Terra dove andavano gli Elfi.
Una terra che, prima era vicino alla nostra, ma che poi con gli anni, si era allontanata così tanto da dover prendere una nave speciale per raggiungerla, protetta da nebbie impenetrabili porte disseminate sottoterra, e guardiani potentissimi. Tre porte le cui chiavi erano scomparse nelle racconti popolari. Alcuni di questi racconti narravano la presenza degli Dei, in queste terre.
Uomini e donne che potevano vivere per centinaia di anni.
“Solo quando il sangue degli Dei sarà quasi estinto, le chiavi verranno alla luce, per far rinascere la stirpe degli Dei”.
Uno dei libri più antichi riportava questa dicitura in fondo ad un disegno. Si narrava inoltre, che queste terre erano la dimora dei mostri antichi.
Antichissime e fameliche creature che mettevano paura agli umani, e che riporteranno il caos sulla terra se liberate.
Appuntarono tutto su un block-notes. Chiamarono con il vivavoce Arianna e Vic e riferirono le loro scoperte. Poi si concentrarono sui poteri di Arianna ma non ne venne fuori nulla.
Tuttavia, né lei né Max parevano possedere poteri simili. Max era stranamente silenzioso.
Ma Noemi, non ci aveva fatto molto caso, poiché era rimasta impegnata con la scuola e con le ricerche della creatura misteriosa. Tuttavia adesso che gli stava sulle ginocchia, vedeva in lui qualcosa di diverso. I suoi occhi erano pensierosi e più scuri del solito. Le si avvicinò quel tanto da poggiare il suo naso contro quello di Max.
Gli chiese come stava, ma lui non rispose, rimase a osservare il vuoto, fino a che, scuotendo la testa non si riconnettesse, al mondo reale. Avrebbe dovuto prevederlo, ma lo evitò troppo tardi e le loro teste si scontrarono emettendo un rumore sordo. Si misero a ridere
«Stai bene?» chiese Noemi.
«Si, No. Non lo so.. Mio padre vorrebbe tornare a Milano, ma mia madre è contraria. E io non so che fare, se dovessero decidere di andare via di nuovo, cosa faccio?» Noemi comincio a respirare faticosamente, i suoi occhi erano grandi e tristi. Non sapeva come l’avrebbe affrontata, un terribile senso di oppressione le circondò il petto. Aveva trovato Massimiliano perfetto per lei, così perfetto, da non credere che sarebbe mai esistito un'altra persona, così giusta per lei, lui era la sua “altra metà della mela”. Se sene fosse andato, lei ? L’aria le usciva piano dai polmoni a fitte lancinanti, non poteva esistere una vita senza lui. Era diventato tutto il suo mondo. In così poco tempo, si era così innamorata di Max che adesso, ascoltando la possibilità, che lui se ne sarebbe potuto andare, il suo cuore aveva quasi cessato di battere. Vedendola così distrutta Max disse all’improvviso.
«Verresti con me. Ora?»
«Dove?» rispose Noemi, quasi in lacrime.
«E’ un segreto. Vieni?» Max cercò di convincerla, alla fine Noemi acconsentì, e Max la portò in centro a Santa Croce, gli chiese di aspettare all’angolo di una strada.
Poi gli chiese di chiudere gli occhi e lasciare la mano sinistra aperta. Sentì qualcosa strusciargli sulle nocche. Max le disse di aspettare, però adesso poteva riaprire gli occhi. Lui sparì di nuovo lasciandola lì seduta sul motorino. Nell’aria stava arrivando l’odore di cibo senegalese, un misto di fritto e speziato.
Noemi si guardò ancora in giro.
Dopo una decina di minuti Max, era di ritorno. «Per stasera hai qualche impegno?» chiese.
«E’ Giovedì sera, non c’è Gabriel Garko in tv, quindi non ho nulla da fare.»
«Verresti a casa mia per cena? Stasera?»
«Devo avvertire a casa, ma non credo ci siano problemi» disse Noemi. Max vide Noemi prendere il cellulare e chiamare casa, lui si spostò per non farsi sentire. Sua madre rispose quasi subito. «Mamma senti vorrei chiedere a Noemi, quella cosa di cui ti avevo già parlato.. di diventare la mia fidanzata. Stasera, puoi preparare qualcosa e poi sparire con papà? Vorrei fare una cenetta a lume di candela per chiederglielo per bene. Vi va bene? »
«Oh si. Si! Oh come sono contenta! Ma certo tesoro, mi metto a preparare un dolcetto subito, subito. Vi aspetto per le otto.» Quando chiuse la telefonata, Noemi, stava ancora telefonando a casa. E non aveva sentito nulla del suo piano. Meglio così. Pensò Massimiliano.
Vittore era sdraiato sul divano con la testa che ciondolava quasi a terra. Aveva una noia tremenda e poca voglia di fare qualsiasi cosa. Stava disteso ad ascoltare vecchi brani rock. Una canzone dei Kansas, Carry on my wayward son, cominciò a risuonare nello stereo e Vic si mise a canticchiarla mentre scorreva il menù di Netflix, dalla app sul Xbox. Non voleva pensare e la musica in parte riusciva nell’intento.
Avrebbe dovuto dire tante cose, fare tante cose, ma non riusciva a muovere un muscolo. Aveva visto Arianna ridere con un altro. Era questo che si provava? Era questa la gelosia? Faceva schifo. Si era già sentito così prima. Così vuoto. Quando sua madre era stata un mese senza dar segni di vita, dopo che suo padre era morto, lei era uscita di testa ed era scappata lasciandolo in casa, fortunatamente i vicini si erano accorti che lui era da solo e l’avevano invitato a mangiare e poi a dormire e poi a restare, e così aveva trovato una nuova famiglia e il sorriso di Arianna aveva fatto sparire quella bruttissima sensazione.
Ma ora, anche se era in casa, quel senso di vuoto era tornato. E questa volta era solo stata colpa sua. Vic si passò le mani sulla testa, persino i suoi capelli erano diventati posticci, si annuso, un ascella e storse il naso, aveva proprio bisogno d una doccia.
Prese qualche vestito e andò verso il bagno. Si fermò qualche minuto a guardarsi allo specchio. Aveva delle occhiaie mostruose, in questi giorni non era riuscito a dormire molto. Sognava sempre la stessa cosa. Cadeva nell'acqua e una luce brillante lo attirava verso le profondità dell’abisso, talmente in fondo che lui non poteva più respirare, e si svegliava. Ogni fottutissima volta che si addormentava, sognava questo. Come già non aver rifiutato la donna più importante della sua vita e aver rovinato la sua esistenza per sempre, non fosse abbastanza sufficiente.
Si girò di schiena e si guardò il tattoo-marchio. Ci passo una mano sopra, sperando Che si sciogliesse, come fanno i disegni per bambini. Ma non successe nulla. Aprì l’acqua calda e ci si mise sotto. Poi lasciò che il getto d’acqua gli permeasse il cranio, buttando la testa all’indietro. Fece scorrere l’acqua fino alla punta delle dita, creando una fontanella a cinque zampilli. Cominciò a strusciarsi la testa con più forza. Poi continuò a lavarsi il corpo.
Si avvolse l’asciugamano intorno alla vita e uscì dal bagno. Mi ritrovai davanti a lui che avevo ancora il telefono in mano. Feci per andarmene, quando mi girai di scatto.
«Sarai contento» gli dissi all'improvviso.
«Per cosa?» Vittore pareva confuso. Mi avvicinai abbastanza da sentire il suo respiro sulla pelle.
«La tua fidanzatina, tornerà a scuola la prossima settimana».
«Non è la mia fidanzata, tra me e lei non c'è più nulla, da quando mi ha usato come pupazzo barra feticcio sessuale» disse scocciato Vic.
Risi.
«Come se a voi maschi dispiacesse, essere usati come oggetto sessuale»
Posai il telefono e presi barattolo di vetro colorato di quelli che si usano per le marmellate, e andai a prendere delle peonie rosa che erano sul tavolo in cucina e mentre Vic continuava a brontolare creai una specie di composizione da centrotavola.
«In genere si. Ci disturba. Si festeggia qualcosa oggi?» chiese. Io risposi quasi come se fossi un automa, mentre cercavo di non guardarlo
«E’ la festa della Mamma, ti sei ricordato di chiamarla? Ovviamente no. Prendi.» Passai il telefono cordless a Vic, quel breve contatto ci fece trasalire entrambi. Mi voltai e andai a posare i fiori in mezzo alla tavola e Vic andò a chiamare sua madre.
La signora Pagliai, era felice di sentirlo, poi gli chiese quando sarebbe passato. Aveva in programma di andare due settimane alle terme e non voleva che il figlio passasse mentre lei non c’era.
Allora Vic gli chiese quando poteva passare prima che partisse. Rimasero a parlare per un po. Mentre Io girottolavo nella stanza senza meta. Vic chiuse il telefono e me lo ridette.
«E così Stefania, torna a scuola?» disse.
«Questo ti interessa vedo» risposi glacialmente.
«Non come credi tu, e Diego? » disse Vic.
«Si, certo. Che c’entra Diego?» rispose .
«Che cosa provi, tu per lui?» disse. Senza la minima esitazione, provai a tirargli uno schiaffo.
«A te non deve interessare.» dissi.
Vic non si mosse, ma mi bloccò il polso, e mi spinse contro il muro.
«Stammi vicino stanotte.»
Mi disse gentilmente, senza batter ciglio sullo schiaffo e rimase a guardarmi negli occhi, fino a che non sentimmo i sassi sul vialetto di casa.
Tolsi il polso e tornai in cucina. Vittore, tornò in camera, poco prima che la porta di casa si aprisse, e i genitori rientrassero.
Mi toccavo il polso. La mano formicolava da un po’. Come potevo essere stata così crudele? Forse era meglio calmarsi un po'. E per quella stanotte sarebbe stato meglio se fossi andata a dormire a casa di Noemi.
Salutai i miei genitori, che erano appena rientrati a casa, e mi distesi sulle scale di casa mia ad osservare il cielo. Nell'aria si poteva sentire l'odore del mare portato dal vento. L'estate era vicina. L'afa avrebbe preso, presto il posto del fresco mattutino. Di solito arrivava così dal nulla. Il giorno prima avresti indossato un giubbino, il giorno dopo saresti stata in canottiera. Il ballo di primavera, ormai, era un vago ricordo. Mentre solevano i preparativi per il Prom.
Tutti avrebbero partecipato e il colore a tema sarebbe stato il verde. Verde.
Terra.
Il mio potere. Dato dal mio giorno di nascita. Mi guardai le unghie appena dipinte. Color carne scura.
Sulla boccetta c’era scritto “love like you do” come la famosa canzone di Ellie Goldwin ma non mi pareva affatto.
Toccai la pietra serena. Anni e anni d’intemperie l’avevano sgretolata in più punti. Chiusi gli occhi e provai. Sentì di nuovo quello strano formicolio. Li riaprì.
Ma non era successo niente. Riprovai, provai ad immaginarsi la pietra giovane e liscia. Sentì il terreno vibrare con suono basso che veniva dal profondo. Quando riaprì gli occhi la scalinata era completamente nuova. Mi alzai di scatto imprecando. Una voce nella mia testa parlò.
«Se vuoi cercare tua madre. La chiave è la via» La chiave.
La mia chiave. Certo!
Quella che era nel cesto. Come avevo potuto dimenticarla? Forse il pendolo unito alla chiave, avrebbe fatto lo stesso effetto di un profumo su un giacchetto per cani poliziotto, avrebbe ritrovato l’odore. La strada. Ma era troppo presto, era solo martedì e non potevo certo fare forca per andare in qualche altro bosco sperduto. Dovevo aspettare il fine settimana. E quella attesa mi metteva in ansia più che mai.
Corsi in camera e mi buttai sul letto. Poi mi rialzai e in preda all’agitazione aprì la cartina della Toscana sul letto, e feci dei segni nei posti che avevano visitato. Poi l'attaccai alla porta e feci dei passi indietro Erano tutti punti, quasi equi distanti, dalla mia casa. Ma nessun vero indizio. Mi buttai sul letto sconsolata.
C’era sicuramente qualcosa che mi sfuggiva, ma non capivo cosa. Rimasi lì a rimuginarci per un po’. Poi presi la bici ed uscii. Dovevo sfogarmi in qualche modo. Tutta quella adrenalina doveva uscire da lì.Feci tutto il viale di San Donato che portava a San Pierino. Arrivata al ponte di Fucecchio mi fermai. A un centinaio di metri c’era il suo posto preferito. Scesi di bicicletta e ci arrivai a piedi. Legai la bici in fondo alle scale e mi avviai verso la panchina desolata, mi distesi al sole e rimasi ferma lì, fino a che dei passi dietro di me mi misero in allerta.
«Allora sei di nuovo qui.»
Mi alzai velocemente.
«Ah, ciao...respiravo un pò. » dissi spostandosi i capelli.
«Fammi un pò di posto, che mi siedo anche io» Diego era venuto a fare una passeggiata con il suo cane Tobia. Adesso però Tobia stava allegramente correndo libero nel recinto per sgambamento cani e non badava a nessuno dei due.
«Problemi?»
«No, cose da donne» dissi guardandomi intorno.
«Wow, devo fare come il maschio medio? Se inizi ad usare la parola “ciclo”. Fuggo.»
Ci risi su.
«No, non ho il ciclo, è che volevo uscire, stare da sola. Casa mia sta diventando soffocante. Di nuovo.»
«Conosco la sensazione. Vuoi che me ne vada?»
«No assolutamente no. Resta» Appoggiai la testa sulla sua spalla e mi attorcigliai intorno al suo braccio. Lui reclinò la testa verso di me. Dopo qualche minuto iniziammo a parlare, per lo più del nostri piani dopo la scuola, ma poi Diego estrasse il cellulare e mi fece vedere le foto che aveva scattato qualche giorno prima coi conigli.
Erano molto belle. Gli consigliai di fare il fotografo da grande, ma Diego rimase in silenzio per un po’, poi accenno ad un “forse, vedremo” e si chiuse in se. Cercai di capirne il motivo. Probabilmente era un casino in famiglia, lo abbracciai e Diego rimase fermo perché non capiva.
«Qualsiasi problema tu abbia, anche se adesso ti sembra insormontabile, sappi che col tempo non esisterà più, e tu hai solo un padrone.Te stesso »
«E questa come ti è uscita?. E' una di quelle frasi di auto aiuto che leggi nei libri psicologici che ti compra la mamma?» Diego adesso sembrava arrabbiato.
«No certo che no, mi sembravi depresso per qualcosa e ti volevo aiutare, scusa tanto. »
«Io non voglio la tua pietà »
«Ma quale pietà? Volevo essere gentile!» Diego mi bacio fu’ un bacio brusco senza né onère, né onore.
Lo spinsi via.
«Baciarti forse mi avrebbe fatto cambiare sponda, ma niente! Non ho sentito nulla a baciarti e questo significa, che sono un fottuto gay»
Lo guardai un attimo «Ok adesso siediti e calmati, che problema c’è ad essere gay? La tua sessualità appartiene a te, e a te soltanto. »
«Ma i miei stanno intuendo che sono gay e loro odiano tutti quelli diversi. Mi manca ancora un anno ai diciotto anni, e non so se ... capisci.. Non ho mai portato nessuna ragazza a casa, e mi hanno sentito cantare Beyoncé e Lady Gaga, e mio padre, mi ha punito per questo. Lui mi vuole uomo, vuole dei nipotini, vuole un maschio alfa, non una “checca in casa”. E' stato molto chiaro su questo.»
Ci pensai su.
«Che ne dici se insceniamo un fidanzamento? Io al momento non voglio ragazzi intorno e te, al momento , o fino si diciotto anni, serve una ragazza, vinciamo tutti. »
«Ne sei sicura? E se ci chiedono di baciarci o roba cosi?.»
«Tanto non proviamo nulla l’uno per l’altra, al massimo faremo pratica per il futuro.»
«Sei sicura che non ti sei innamorata di me e non sai come dirmelo?»
«Si è ovvio! Ed ho inventato questa balla colossale proprio per irretirti nella mia trappola, AUU »
Emisi il verso del lupo e scoppiai a ridere.
«Ok allora affare fatto, siamo ufficialmente “fidanzatini" » disse Diego.
Mi accorsi dopo qualche minuto che su Diego non erano apparsi né simboli né marchi. Come aveva predetto Noemi.
Quello che io consideravo la mia maledizione personale, su Diego non c’era effetto e questo mi fece mettere l'anima in pace. Allora forse era solo frutto della mia immaginazione. Seguii Diego fino alla sua porta di casa e poi mentre il padre di lui, osservava dalla finestra ci demmo un veloce bacio.
Il padre parve sollevato, e torno fischiettando alle sue mansioni. Diego si accorse che il clima in casa sua era molto cambiato e poteva stare sereno. Forse per un po' la sua vita sarebbe stata più calma. Magari in futuro lo avrebbero accettato meglio. Magari lo avrebbero amato lo stesso. Un giorno forse nemmeno troppo lontano.
Per Stefania domani sarebbe stato il primo giorno di scuola dall'incidente con il demone. Aveva chiuso quella maledetta boccetta dentro qualsiasi posto in casa e se l'era sempre ritrovata in tasca o davanti agli occhi in pochi secondi. Vittore era passato in secondo piano. Ne aveva abbastanza di “amore” per adesso.
Prese la cartella e vide il proiettile risplendere dentro l'astuccio. Se quella odiosa boccetta voleva venire a scuola, bene. pensò Verrà a scuola. Il mal di testa era incessante e il nome del demone, non gli era più venuto a mente, dall'incidente in bagno. Sua madre, gli aveva detto che il demone, aveva già preso quello che gli serviva. Il problema è che non si ricordava cosa gli aveva dato.
Riguardò i suoi appunti di scuola oramai era il cinque di Giugno. Quasi un mese di assenza, era irritante, e se questa cosa, qualsiasi cosa fosse, doveva essere davvero insignificante. Perché a lei non pareva essere diversa. E non sentiva la mancanza di nulla. Anzi era più bella, aveva la pelle più splendente. Più luminosa.
I jeans gli tiravano un po' sulla pancia ma forse era colpa del ciclo che doveva venire. Il ciclo. Riguardò la data, e poi impallidì. Due mesi senza ciclo. C'era solo un'unica spiegazione. Era incinta. No, non era possibile.
Forse sua madre non glielo aveva detto e lei lo aveva avuto. Dopotutto c’era stato del sangue sulle sue lenzuola dopo che si era svegliata. Magari era quello. Non aveva nausea, né altri sintomi, quindi non ci badò.
Magari si sbagliava. Prese lo zaino ed uscì. Sentì degli strani rumori provenire dalla via dietro casa sua. Si affacciò per un attimo, ma non vide nulla.
Il Re della caccia selvaggia stava sul suo trono di nuvole, invisibile al mondo, aspettando la notte. Quando la vide, scrutò la sua figura e si voltò a parlare con la creatura che aveva a fianco. Il patto era infranto. Lui avrebbe avuto carta bianca. La caccia selvaggia avrebbe potuto nutrirsi di qualunque essere, da ora in avanti. Non solo creature, ma anche umani.
Le chiavi sarebbero apparse e se avesse voluto sarebbe potuto tornare a casa. Bastava solo aspettare. E la porta si sarebbe aperta.
Capitolo 11
Siamo soli.
Oramai Noemi e Massimiliano, stavano insieme da più di tre mesi, ed il tempo era maturo. I genitori di Max erano spesso fuori casa. Alla fine avevano deciso di non trasferirsi, ma sia che suo padre che sua madre, una volta al mese sparivano per un brainstorming barra aggiornamento a Milano di due giorni.
E quello era il giorno. Max aveva riempito la casa di candele, di rose rosse e cioccolatini. Quando sentì il motore di Noemi fuori dal suo cancello, il cuore gli arrivò direttamente in gola. Ma Noemi non era sola, con lei, rinchiusa nel casco, del suo motore, portava un oggetto vivente preziosissimo. Una fata del mondo magico, che era mutata, in una rosa dai petali blu.
Una rosa incantata.
La fata si era presentata a Noemi quella stessa mattina, chiamandola, come fosse in trance. La fata aveva promesso, che se ne sarebbe andata al calar del sole. Ma che avrebbe dovuto proteggerla fino a quell'ora. Era andata da Noemi grazie alle parole di “un lupo” amico in comune e aveva capito presto che la ragazza possedeva un potere speciale, che poteva aiutarla realmente se l'avessero scoperta. La fata si chiamava Alcione, ed era una silfide, una fata dei venti.
La fata gli avrebbe insegnato come usare i suoi poteri. E gentilmente Noemi aveva accettato e l'aveva portata con sé a casa di Massimiliano. La fata si nascondeva da uno dei cavalieri della caccia selvaggia, che era sulle sue tracce, poiché aveva infranto una, delle tante leggi del mondo antico, innamorandosi di un mortale. All'umano era stata cancellata la memoria ma lei avrebbe avuto la punizione “ dello Strappo” . Tutte le sue foglie sarebbero state strappate dal suo corpo, e sarebbe stata rinchiusa al palazzo del Re per cento anni in una teca.
Arianna era fuori gioco per la maggior parte del pomeriggio, perché era dal dentista, mentre Vittore non rispondeva al cellulare. L'unica cosa da farsi era, registrare cosa voleva la fata, per farlo risentire a Vic e Arianna e aiutarla. I ragazzi ascoltarono su come nasconderla.
La fata gli disse di preparare del sale, e degli arbusti che venivano comunemente usati in cucina, come salvia, rosmarino, agave, menta e ginepro per nascondersi dai segugi infernali e canalizzare il potere. Istruì, Noemi nel visualizzare un campo viola elettrico che circondava il suo corpo e poi tutta la stanza. Anche se fosse stato uno scudo viola sarebbe andato bene. La fata gli disse di sentire, una grande forza, che si espandeva dal cuore e provare di conseguenza amore per se stessi e per il creato. Cosa che, per Noemi risultò più facile del previsto.
La barriera era pronta. E le erbe erano state disposte a cerchio intorno a lei.
La stessa cosa provò a fare Max, ma la sua aurea per la fata era il suo nemico più grande e ne aveva paura. Max rimase un po' basito dal suono di quelle parole e andò a sedersi vicino alle candele ancora calde. Depresso.
Anche lui provò a concentrarsi, da solo. Ma più lui si concentrava, più aveva caldo. Quindi smise quasi subito, credendo di essere in errore. Si avvicinò alla finestra.
Era quasi il tramonto.
Una densa nube bluastra circondò la casa.
Sembrava notte.
«Noemi c’è qualcosa che non va là fuori» Max disse indietreggiando.
Occhi. Occhi nella nebbia. Ombre si muovevano dentro la foschia.
«Sta arrivando. Qualcosa di terribile sta arrivando, ci ha trovato.» Esclamò la fata.
Dei rumori di artigli tamburellavano sulla porta principale. Ci fu un sinistro latrato alla porta d’ingresso, un vetro si infranse al piano di sopra e questo mise in allerta i ragazzi.
Massimiliano si affacciò per vedere, ma non si riusciva a distinguere niente in quella nebbia. La fata si rintanò nella lanterna al centro del tavolo. E si fece piccola piccola, un suono metallico rimbombo’ nell’aria.
Un enorme cavallo nero con occhi fiammeggianti apparve di fronte alla vetrata principale. Qualche istante dopo un ombra con occhi vuoti e il viso scheletrico apparve nella stanza. Aveva forma umana. Il suo corpo emanava l’odore del vento e del freddo della brughiera. Indossava una robusta armatura con rampicanti intagliati nel ferro. Pezzi
di stoffa neri danzavano intrecciati nel fogliame che ne rivestiva il mantello. I suoi stivali erano come tronchi di albero. Non toccava il suolo. Ma la sua figura era imponente.
«Umani, avete protetto una nostra creatura, che ha infranto le nostre leggi. Ella, inoltre, ha divulgato antichi saperi a voi, mortali. Le nostre regole devono essere rispettate e io sono qui per punirla. Consegnatemela.» Max passò davanti a Noemi per protezione, ma lei si svicolò esclamando.
«Non so chi tu sia, ma io non ti consegnerò un bel niente. Non ha fatto nulla di male. »
«Mortale, togliti o pagherai con la vita » La sua voce era cupa come la cavità della terra. E il suo alito odorava di muschio e vermi. Nella sua mano apparve un lungo bastone nodoso con una lama affilata che brillò nel buio. Delle fiamme bluastre si levarono da terra e un vento gelido spense le candele rimaste.
«Io sono il Re della caccia selvaggia. Il mio nome è Tinia. Tu chi sei.?» Un vento la sospinse fino a portarla a pochi centimetri dal viso del Re. Istintivamente Noemi cercò di proteggersi. Il cerchio blu, cominciò a risplendere.
Il re rimase sorpreso.
«Cos'è questo?» Poi inclinando la testa da un lato, guardò il simbolo che Noemi che aveva sull'avambraccio.
«Impossibile, un esile mortale. Come hai fatto ad averlo» La sua voce era diventata più alta e le vetrate tremavano al suo frastuono. Max si gettò in avanti, e cercò di colpirlo. Dalle sue mani lembi di fiamme si accesero. Cristalli di fuoco si formarono intorno al suo corpo. Ma fu bloccato dal potere del Re.
«Lasciala. Maledetto» urlò.
Tibia, si voltò verso di lui, e rise.
«I marchi ai mortali» Mosse un dito e Noemi tornò sul pavimento. Max corse verso di lei.
«Non siete degli umani, qualsiasi. Alcione, so che puoi sentirmi per questa volta ti lascio andare» La fata che tremava come una foglia dentro la lanterna, aveva assunto le sembianze di un candido giglio.
«Ma la prossima volta, che ti rivolgerai a degli umani, Garmr ti mangerà’ in qualunque forma tu sia» Un'enorme testa di cane con feroci zanne
appuntite come rasoi, e occhi rossi come tizzoni, apparve ai piedi del padrone. Ringhiava sommessamente e poi sparì a un flebile cenno del Re. «Prima di andarmene, miei cari umani, voglio una cosa da voi» Disse mentre si voltava.
Riapparve accanto a Max, tirandogli su la mano.
«Poche gocce del vostro sangue» E prima che potessero obiettare sulle loro mani erano apparsi dei tagli. Tre gocce del loro sangue furono messe in delle boccette di vetro, che volteggiavano in aria e raccolsero velocemente il loro sangue.
Poi sparii nella nebbia.
Dopo gli ultimi eventi, ragazzi non potevano fidarsi più del ciondolo. Ma non sapevano che altro fare. Se solo ci fosse stato un modo sicuro per farlo funzionare correttamente sarebbe stato fantastico. In verità sapevano poco e nulla dell’amuleto. Noemi e Max dopo aver raccontato tutto a Vittore ed a Arianna, di cosa era successo in loro assenza, avevano avuto un idea. Liberarsene.
Non sapevano di cosa fosse fatto, soprattutto non sapevano se, la pietra sarebbe stata un pericolo per loro. Forse se l'avessero fatta vedere ad un orefice. Lui l’avrebbe riconosciuta. Decisero tutti e quattro di incamminarsi verso il “Cambio Oro” più vicino. C'è n'era uno proprio in Santa Croce. Al limite della piazza. E così ci andarono.
Sfortunatamente per loro il signore che gestiva il negozio non riconobbe la pietra, era indeciso se forse quarzo oppure opale australiana. Ma sicuramente alla fine l’ago della bilancia cascò sul opalite, che però a dir suo era molto scarica. Consigliò così di mettere la pietra dentro una bacinella di vetro, con sotto la bacinella del sale grosso, per circa due ore per ricaricare la pietra. Diceva che nemmeno lui ci credeva molto.
Ma dopo questo procedimento le pietre erano più brillanti. Ma non accettò di prenderlo.
Ci recammo a casa di Noemi, prendemmo una vecchia boccia per pesci, ci buttammo un chilo di sale grosso e aspettammo. La piazzammo proprio in mezzo al tavolo e ci radunammo intorno. All'inizio non successe nulla, poi il sale cominciò a illuminarsi e a sciogliersi
Presi la chiave che da piccola i miei genitori avevano trovato con me. E chiesi ad alta voce di trovare la Pia. I ragazzi in cerchio e con le mani unite le alzarono e guardarono il soffitto come in unico atto involontario. Una sfera gialla si materializzò di fronte a loro e ondeggiando si posò su un punto preciso di una mappa aperta in soggiorno.
Nelle loro menti arrivarono chiare immagini dell’albero sacro dove era situata l’entrata. Un’antica città etrusca di nome Populonia.
Un altro viaggio.
Partirono la Domenica seguente, Vic caricò l’acqua e Io preparai del riso freddo, mentre Max e Noemi, portarono affettati e panini. Portarono persino il costume e gli asciugamani. In Toscana sarebbe presto arrivata l'estate ad a Maggio- Giugno le temperature già sfioravano i venticinque/trentadue gradi.
Prendemmo la FI- PI-LI in direzione Livorno e poi continuammo verso San Vincenzo, e a metà strada per Piombino, ci trovammo a Populonia.
L'antica città del ferro.
Il parco era diviso in due parti: l'Acropoli nella città alta con parte delle rovine dell'antica città e la Necropoli vicino al mare suddivisa in altre due necropoli; quella di San Cerbone e la necropoli delle grotte. In entrambi i siti c'era la biglietteria e una guida che ti spiegava le varie parti delle abitazioni rimaste. Una guida si allontanò per aprire la necropoli di San Cerbone, poiché doveva aprire la tomba dei carri di fianco all'ingresso e dato che oramai la visitavano in pochi fece un cenno alla compagnia di entrare. Sembrava un tempio dedito alla morte, ma era completamente illuminato, anche se era senza fiammelle o luci elettriche. Il soffitto era a spirale con un buco al centro, il sole entrava da li e rifletteva su uno strano pavimento in ferro lucido.Un pavimento così studiato per quanto inusuale era una vera genialata per quei tempi. Populonia dopotutto era la città del ferro. Lo storico romano Tito Livio raccontava che nel 205 a.C. Populonia fornì a Scipione l'Africano il ferro necessario per la spedizione in Africa, durante la seconda guerra punica.
E fu tra le prime città a creare l’acciaio.
Tuttavia era meraviglioso vedere che dopo quasi 3000 anni quelle costruzioni erano ancora lì. Noemi notò uno strano disegno sulla parete e chiese spiegazioni. La guida gli raccontò che secondo gli etruschi c'erano delle creature sovrannaturali che vivevano nell’ oltretomba di nome Charum e Tuchulcha, dei tirapiedi del signore della morte Aita, una specie di Ade. Essi erano raffigurati solo lì e à Tarquinia, un altro avamposto Etrusco.
Si diceva che Charum venisse nel mondo dei vivi per assistere alle esecuzioni e portare le anime nell’aldilà. Mentre Tuchulcha un altro mostruoso essere, preferiva tormentarle in modo crudele. E quelle erano le raffigurazioni che lo dimostravano. Poi la guida uscì un attimo e lasciò i ragazzi da soli nella cripta. Un crepitio alle loro spalle li fece voltare.
La sfera era di nuovo apparsa e si spostò davanti ad un simbolo fatto come il marchio di Arianna. Una porta quadrata si materializzò di fronte a loro.
Dall’oscurità uscì incatenato un umanoide con la testa appuntita come il becco di un corvo. Camminava faticosamente come se non vedesse la luce da secoli. Vittore che era il più vicino si spostò verso Arianna cercando di proteggerla . La creatura lo intercetto e gli parlò in una lingua sconosciuta, piena di sciocchi e parole gutturali. I ragazzi si guardarono tra di loro. Impressionati e intimoriti.
«Si! E' tutto più chiaro!... Senti coso, non capiamo nulla di quello che dici. » La creatura inclinò più volte la testa a destra e a sinistra. Noemi rimproverò Max sul tono che aveva usato. Dal nulla emise un suono, una mezza parola, nella loro lingua.
«D.I.C.I»
Mi chiesi se poteva apprendere velocemente, allora cominciai ad indicare cose e dirgli il nome. La creatura indicò se stesso. Il suo nome era Charum. Dopo diversi minuti. L'unica cosa che avevamo capito è che, era lì incatenato da più di duemila anni. Punito perché aveva fatto crocifiggere una delle ragazze di una matrona delle Messi.
Ma nessuna chiave andava bene. Presi la chiave del lucchetto di sua madre, e provò ad aprirla. All'inizio, sembrava che nemmeno entrasse. Poi scattò improvvisamente. Il pesante collare di ferro cadde a terra e Charum, cominciò a strusciarsi sulle guance con il becco ringraziandomi . Fissai la chiave.
«Forse era per questo che mi hanno mandato qui, non era per trovare la Batuffa, ma per liberare lui.»
Al nome Batuffa, Charum emise un grido strozzato. I ragazzi provarono a spiegarsi a gesti. E la creatura parve capire.
Tiro fuori dal vestiti un enorme orecchino d’oro.
Fece intendere che questo orecchino apparteneva alla divinità che lo aveva imprigionato, ovvero la Batuffa, e glielo diede in dono per averlo liberato. Poi girò tre volte su se stesso e scomparve.
Un altro indizio inutile
Un altro buco nell’acqua.
Ero esausta dei buchi nel nulla.
Molto esausta.
Ma almeno ora aveva qualcosa di tangibile di quella maledetta creatura.
Oramai erano più di quindici anni che abitavano lì, ma Dario e Lidia, ancora non si sentivano coinvolti con le attività del paese.
Sembrava che la maggior parte delle persone avesse un opinione in merito a loro.
E l’opinione era negativa.
Soprattutto da quando avevano preso una bimba venuta dal nulla, e non era affatto migliorata, quando avevano preso, anche, il figlio degli svitati vicini, con loro.
Erano paesani, strani. Dario per primo se n’era accorto.
Alcuni dei suoi colleghi di lavoro. Con cui lui andava molto d’accordo erano di fuori zona, mentre il capo era proprio di San Donato.
Pareva che quasi gli desse noia che Dario fosse del suo stesso paese, ma oramai era troppo tardi.
Alcune persone all’inizio del loro trasferimento, erano venute a visitare la loro casa, con fare amichevole. Ma poi Lidia aveva inconsapevolmente, ascoltato una conversazione in chiesa di due signore, che parlavano di casa sua. E quello che dicevano non gli era per niente piaciuto.
Dopo la famiglia di Vittore, non avevano avuto più amici.
Ma non se n’erano fatti un problema.
Lidia era troppo impegnata con la banca, e con le attività extracurricolari di Arianna e Vittore. Almeno fino a quando Vittore non aveva preso la macchina. Poi c’erano stati suoi hobby a. intrattenerla.
Tra creare braccialetti, disegnare, andare a lezione di canto parrocchiale il Lunedì sera, a Lidia rimaneva, qualche ora durante i giorni, con cui puliva e rassettava casa.
Con Arianna si ritagliava vari momenti delle settimana, per andare dall’estetista, farsi unghie e capelli. Non le mancavano affatto i discorsi che era abituata a fare prima di quella vita con le sue conoscenti. Dario era quello più impegnato, ma quando Vittore aveva un partita di pallavolo era sempre in prima fila.
Tuttavia, entrambi avevano notato che c’era qualcosa di diverso.
Dario aveva parlato con Lidia una sera, a cena, era preoccupato del comportamento che avevano Arianna e Vittore, quando erano insieme. «Ce lo dovevamo aspettare che prima o poi sarebbe successo »
«Che facciamo al riguardo? »
«Magari è un infatuazione momentanea » disse Dario inforcando un po' di fagioli con la cipolla.
«E se non lo fosse? Io non credo che lo sia, Vittore ha sempre avuto un occhio di riguardo per Arianna, già da piccolo. » disse Lidia.
La candela di citronella ondulo leggermente, un brivido di aria gelida entro nella stanza.
« ..Non lo so... Sarebbe così sbagliato se alla fine stessero insieme? » Continuò.
« No. Involontariamente sono perfetti l’uno per l’altro, ma preferirei che Arianna crescesse e si facesse delle esperienze per conto suo prima di mettersi in una relazione fissa »
Lidia era dubbiosa. Non tanto per Vittore o Arianna, ma più sul fatto che vedeva ultimamente, Arianna più preoccupata del solito.
« Da quando sono andati alle Gore Rotte, non ti sembra che nostra figlia sia diversa? Più preoccupata? Sembra più che parta per la guerra che vadi a giro »
« Già. Anche Vittore, sembra più rincoglionito del solito. »
« Credi che facciano uso di droghe? » Disse preoccupata Lidia.
« No, forse avranno anche provato come tutti, ma no. Non penso proprio.Me ne sarei accorto »
« Sarà. Domani comunque prenderò un appuntamento per l’esame del sangue, per tutti e due, così mi tranquillizzo »
«Sei sempre la solita » rise Dario.
Noemi voleva vederci chiaro, la fata aveva parlato con un lupo buono. Ma lei non aveva “amici” lupi. Chiamò Max e gli disse se potevano andare alla vecchia abitazione di suo nonno.
Era nella zona della Villafranca Lunigiana, la punta più a Nord della toscana. Avrebbero preso il treno ma nemmeno facendo salire il motorino sul treno sarebbero potuti arrivare, così lontano, così coinvolsero Vittore. Arianna aveva litigato paurosamente con Vic, e sua madre l’aveva mandata un giorno alle terme, per rilassarsi. La sfuriata, che aveva fatto aveva mandato tutti in agitazione. I suoi poteri, si stavano piano piano manifestando e lei aveva cominciato ad essere più arrabbiata del solito. Solo un giorno di pausa l’avrebbe tenuta calma.
Ci sarebbe andata con Diego, e questo invece faceva infuriare Vic. Ma lui era più gestibile. Così i tre partirono per Pontremoli. Si fermarono nel borgo di Pignataro a mangiare un boccone e si incamminarono fino al rudere della casa. L’aria era fresca e profumava di pini, al loro passaggio l’erba si schiacciava debolmente sotto i loro piedi,
per poi tornare ritta. I ragazzi non sapevano nemmeno cosa, Noemi, stesse cercando, si limitarono a spintonarsi e a rincorrersi per il bosco, fino a che Noemi essendo più lenta, li perse di vista. Stava camminando nella radura, le foglie e i rami le strisciavano sul volto e le piante gli si avvolgevano alle gambe, ma voleva proseguire, aveva visto delle impronte poco lontane da lì, e voleva capire dove andavano.
Si trovò in cima al burrone senza accorgersene e rotolò giù, giù fino in fondo. Si fermò a pochi centimetri da una pietra che avrebbe potuto rompergli la testa , si alzò in piedi e si scosse stizzita. Un rovo gli aveva fatto un brutto graffio al braccio. Prese poca acqua dalla sua borraccia e lo bagnò. Mentre stava cercando qualcosa per medicarsi da sola, senti dei cespugli muoversi di fronte a lei. Lì era sola. Tutti si erano divisi per cercare meglio in quella zona e chissà ,anche a che distanza erano. Se avesse urlato l’avrebbero sentita?.
Prese in mano, il ciondolo portafortuna di suo nonno. Stringerlo nel momento del bisogno la faceva sentire al sicuro. Sarebbe stata meglio una pistola, ma per adesso andava bene anche quello. Cercò con lo sguardo una possibile arma di difesa, mentre i cespugli alla sua destra cominciarono a ondulare più forte.
Vide quasi subito i suoi occhi, troppo umani per essere di qualche animale, poi la mascella lunga e affusolata di un enorme lupo grigio e nero. Doveva essere un vecchio lupo, perché il pelo era malconcio, ed era estremamente scheletrico; tuttavia avrebbe potuto ucciderla lo stesso, se l'avesse attaccata.
Al momento il pelo, era l’ultimo dei suoi problemi, aveva la bocca insanguinata, le lunghe zanne erano digrignate e emetteva un basso ringhio. Noemi lasciò che il ciondolo penzolasse dal suo collo per lo shock. Forse, fu quello o l’urlo di Max che la chiamava in lontananza, che il lupo, smise di ringhiare, le si avvicinò annusando l'aria e poi con la coda tra le gambe, andò dritto verso Noemi. Lei rimase ferma , quasi immobile, senza respirare.
Il lupo pareva conoscerla, ma era strano, sembrava più di questo, sembrava familiare. Noemi allungò la mano e il lupo ci appoggiò la testa, sentì la peluria ispida e il suo calore, ma non riusciva a capacitarsi di quegli occhi così familiari. Gli continuò ad accarezzare il muso, e il lupo cominciò ad uggiolare piano, Noemi provò a dirgli parole rassicuranti tuttavia, quella sensazione di familiarità, non se ne andava. Mentre lo accarezzava, passò con le dita sopra un taglio profondo, che aveva dietro la testa, un taglio come quello che aveva suo nonno. Ma non era possibile. Quegli occhi erano troppo simili i suoi per non provarci. Provò a chiamarlo con il nome di suo nonno.
Il lupo saltellò allegramente in tondo e cominciò a lavarle la faccia, e scodinzolava felice intorno a lei, tirandola a terra e Noemi, da prima sconvolta, comincio a piangere. Suo nonno era vivo! Era un lupo. Cosa alquanto bizzarra, ma era vivo! Gli raccontò di tutto quello che era successo a casa durante la sua assenza, e di quante volte sua madre, sua figlia, parlava di lui. Voleva portarlo a casa ma il lupo fece segno di no e la condusse dentro una caverna. La prese per la giacca e la trascinò in un cunicolo di terra. Piegati in un angolo, sepolti dalla terra c'erano le ultime cose che suo nonno indossava prima di sparire.
Poi il lupo iniziò a scavare, dove c'erano ancora i vecchi abiti oramai distrutti dalle intemperie, portando alla luce una cassetta di legno. Gliela porse con il muso e poi rizzò le orecchie. Aveva sentito qualcosa. Suo nonno, il lupo, la spinse fuori dalla tana in tempo, prima che arrivasse Max a corsa. Poi tornò a nascondersi. Noemi si ritrovò Max praticamente addosso, ma non voleva raccontargli nulla, perciò, nascose alla bell'e meglio la scatola nella borsa più presto che poté. Era agitata, e cercò di portare Max, lontano dal cunicolo, casomai avesse visto qualcosa.
Ma Max si accorse della caverna, e cominciò a guardarsi intorno incuriosito. Ma non vide nulla. Noemi, così cominciò ad improvvisare cose, ma era troppo agitata. Finì per inciampare su un ramo, Max la prese al volo. E il lupo si palesò di fronte a loro. Max rimase qualche secondo senza parole, poi prese un bastoncino da terra. Il lupo tirò indietro le orecchie e ringhio. Max fece per scappare ma Noemi lo fermò. Se avrebbe iniziato a correre l’istinto del lupo avrebbe preso il sopravvento e lo avrebbe sbranato.
In realtà forse suo nonno credeva che Max fosse un maniaco. E probabilmente l'avrebbe attaccato. Doveva inventarsi qualcosa. Gli disse di rimanere immobile e cominciò a parlare con il lupo. Che subito si calmò. Max era sorpreso e impaurito. Vide un grosso bastone poco più lontano. Cercò di accucciarsi per prenderlo, ma Noemi lo vide e gli diede una spinta.
«No!, Che fai?» disse Noemi quasi arrabbiata.
«Cerco di difendermi, ho un feroce lupo di fronte a me, che fino ad un attimo fa non avrebbe esitato ad attaccarci, ma che ora per qualche strana ragione, è seduto come il più docile dei cani, anche se è palesemente il doppio.» disse Max.
«Proprio per questo. “Che. stavi .cercando. di. fare?”. » Gli chiese di nuovo Noemi.
«E se magari poi gli viene il ciucco e ci attacca?» chiese Max.
«Non ci attaccherà. Se non scapperai e urlerai. Loro sono molto sensibili di udito. » disse Noemi.
«Sai molte cose sui lupi eh?» Disse Max scherzosamente, ma il lupo non parve apprezzare la battuta e si rimise in posizione di attacco.
«Ne ho avuti un paio da piccola, adesso noi indietreggeremo e ce ne andremo.»
Il lupo cominciò a scodinzolare a destra e a sinistra. Noemi disse a Max di andare, mentre lei lo teneva sott'occhio.
Max riluttante obbedì.
In verità Noemi, voleva che lui si allontanasse per salutare meglio suo nonno.
Appena Max fu ad una distanza di un centinaio di metri, incontrò Vittore, e si mise a parlare, Noemi abbracciò suo nonno, e gli promise che sarebbe tornata a trovarlo di nuovo.
La gita scolastica.
Io stavo preparando il mio bagaglio, un trolley robusto, dove avrei infilato un bussolotto di nutella e dei vestiti, per il viaggio, e qualche pacchetto di merendine. Le mie compagne probabilmente lo avrebbero riempito di trucchi e scarpe con il tacco. Cose prettamente inutili dato che era una gita scolastica e nessuno sarebbe andato a giro la notte.
Ma io al massimo, ci infilai, un eye-liner, un burro di cacao allo yogurt, e del mascara. Misi l’occorrente per l'igiene personale; mia madre, Lidia, mi aveva comprato delle mini confezioni, adorabili, di ogni prodotto della Nivea. Mi distesi e annusai la crema al borotalco. Sapeva di casa e di Vic, che non sarebbe venuto.
Era stato espulso dalla gita. O così mi era stato detto. Non non ne conoscevo il motivo. E lui non me ne aveva voluto parlare. E nemmeno i miei genitori. Mi sentivo sola e tradita, tutto quello che avrei voluto, sarebbe stato passare del tempo, con lui, fuori, da soli. Ma si vede che non era destino.
Appoggiai la crema sul letto e mi distesi. Me ne avvicinai una goccia sulla punta del naso e ispirai profondamente.
Mi pareva quasi di vederlo. Era nella sua camera che rispondeva ad un messaggio. Mentre nascondeva il telefono, prima che lei potesse “vedere”.
«Ho proprio una fervida immaginazione! » esclamai. Rigirai la crema nelle mani e poi la gettai in valigia. Presi il carica batterie. Lo chiusi nella tasca davanti ed andai a dormire.
Il ritrovo per il pullman era alle cinque di mattina nella piazzetta della scuola. L'aria profumava di mare rugiada e di pino. I grilli ancora cantavano e una gentile guazza aveva bagnato le strade.
L'umidità era forte, ma per fortuna era ancora fresco. Mia madre mi aveva preparato dei panini da portare nello zaino, mentre mio padre mi aveva preso una decina di succhi in brick, per stare idratata. Salutai tutti e salì, sedendomi accanto a Diego, dietro Max.
Non vidi salire Noemi. Lo chiesi a Max che mi disse che doveva recuperare delle cose con sua madre. E quindi non era venuta.
La gita proseguì tranquilla, i vecchi scherzi sui bus, gente che si addormentava, e si risvegliava con un paio di baffi in più, o con disegni fallici sulla fronte. Strusciamenti improvvisi, dietro sedili puzzolenti,
batterie terminate del cellullare, e crisi mistiche per il wifi non incluso. La notte calò presto e raggiungemmo Parigi dopo quindici ore di pullman, le trentacinque uscite nel raccordo parigino diedero il tempo a me, Max e Diego di osservare una Parigi nebbiosa e assonnata.
Arrivammo nell’albergo a tre stelle, dove avremmo soggiornato con la scuola. Aveva delle insegne rosse e bianche; il pavimento era appiccicoso e puzzava di menta. Furono divisi subito per letti, e a lei toccò stare con Sofia, una moretta un pò sulle nuvole, che pensava solo ai ragazzi.
Mentre a Max toccò Jack. Con sommo disappunto di entrambi. La professoressa Fabiani, che accompagnava quella di Francese, che di francese sapeva poco e nulla, spiegò ai ragazzi ciò che avremmo visitato in questi tre giorni, e dal tipo di velocità con cui andava, capì subito che avevo fatto immensamente bene a portarmi le scarpe da ginnastica.
La Senna, Notre Dame, il quartiere di Montmartre, erano solo alcuni dei luoghi che avrebbero visitato. E la sveglia sarebbe stata alle sette. Con sommo sgomento di tutti. Fummo spediti a letto, ma nessuno avrebbe dormito, le cuscinate, le rimpatriate in stanze altrui fino a tarda notte, avrebbero fatto da padrone. Massimiliano fu subito preso di mira da delle invasate, che lo volevano in camera e mi toccò trascinarlo via, mentre Jack si occupava di loro, ma venne messo alla porta.
La mattina seguente dopo aver dilapidato il buffet e aver fatto dodici panini da portare a giro, noi studenti fummo diretti verso la collina Pigalle e Montmartre, il famoso quartiere a luci rosse sede del Moulin Rouge. Alcuni di noi volevano persino entrare nel Museo dell’Erotismo, ma le professoresse li spinsero fino alla chiesa, in cima al colle, dove osservarono tutta Parigi.
E poi via, di nuovo, un altra chiesa. La più vecchia abbazia di Saint Pierre. La professoressa scordò il famoso quadro di Renoir, ma Sofia, davanti al Moulin de la Galette, lo nominò quattro volte.
Al ritorno mi feci tre bagni per togliermi lo sporco e il fetore della città.
Il primo giorno era finalmente passato.
Capitolo 12
Arrivi.
Noemi mi aveva chiamata quella stessa mattina per chiedergli come era andata. A parte il dolore ai piedi, e il cibo tremendo. Parigi puzzava come non mai. La metrò poi aveva il solito odore di polvere e piscio, con quel qualcosa in più, che non avrei voluto dire.
I barboni per le strade e i ladri presenti sulla metro riuscivano a derubati in un attimo. Altro che “ville lumière”. Anche da noi c’erano i ladri, ma non erano italiani erano prevalentemente dei paesi dell’Est. Sofia era perennemente a caccia di ragazzi francesi, quindi mi usava come spalla per le sue mossettine, dato che io ne attiravo l’attenzione, a quanto pare.
Quella stessa mattina durante la colazione al bar vicino all'hotel, uno dei baristi gli chiese un appuntamento. Così che la sera stessa, ho dovuto coprirla per farla uscire.
La seconda giornata a Parigi tuttavia non fu così male. Abbiamo fatto i giri dei musei dove erano esposte le opere italiane.
Per prima cosa noi ragazzi visitammo il museo d’Orsay, con artisti impressionisti, poi arrivammo fino alla chiesa St. Germain. E da lì attraverso una stradina, arrivammo lungo la Senna. Lì tutti, prendemmo un gelato e ci fermammo per il pranzo. Massimiliano venne abbordato, di nuovo, da delle francesine e così si nascose tra Sofia me e Diego.
I miei compagni di classe gradivano la compagnia, ma sfortunatamente non capivano un accidente di cosa dicessero. Proseguimmo fino a Rue st. André des Arts, e arrivarono alla fontana St. Michel. Non c’era tempo per fermarsi un attimo. La professoressa aveva preso una guida che parlava a dirotto come la fontana. Nemmeno si accorsero di essere arrivati davanti Notre Dame.
Sborsammo i soldi per il biglietto e ci infilammo fin dentro la cripta. Poi c’erano i milemila scalini da affrontare per salire sulle torri.
«Altro che gli squat » rantolò Sofia accanto a lei, arrivando senza fiato all'ultimo scalino. Ma la vista di Parigi lassù fu eccezionale. La leggenda del famoso campanaro gobbo, fu distrutta dalla guida. E così Io Diego e Massimiliano ci mettemmo a guardare i gargouille che svettavano sulle guglie, e a fare foto. Ad un certo punto davanti a loro, sul ponte che arrivava sull'isola, un autobus andò fuori strada selciando i passanti, picchiò su dei pali di ferro, cappottò ed esplose. Decine e decine di persone urlavano. Gente che si buttava sopra le macchine per scappare, follia pura. Noi ragazzi venimmo messi in sicurezza e riportati all’hotel. Dopo un'ora circa i telefoni di tutti i ragazzi cominciarono a squillare. I genitori ci stavano chiamando da casa.
Era stato dato l’annuncio, che c'era stato un attentato terroristico a Parigi. E quindi tutti erano in subbuglio. Molti genitori volevano che tornassero a casa. Ma i ragazzi convinsero il Preside a farli restare per un altro giorno. L’ultimo giorno, e così fu. Cenammo in albergo, con il coprifuoco.
Parlando dell’attentato. Molti francesi avevano la faccia scura. Erano preoccupati e arrabbiati. Sofia non se ne preoccupò molto. Il barman era venuto a prenderla poco dopo che erano rientrati. Si era messa un quintale di profumo. Ed adesso la camera puzzava di bordello francese. Così uscii e andai a prendere un po’ d’aria. Incontrai Max, con Diego altri suoi compagni che girovagavano nel corridoio. Gli dissi che andavo in camera di Lin Quinn. Diego aveva portato una consolle e si sarebbero messi a giocare a FIFA.
Trovai Lin, che guardava un film da sola. Gli dissi che, Genny, ragazza con cui dividevo la stanza, se n’era andata in camera di un maschio, e Sofia era sparita. E quindi ci mettemmo a guardare film e a mangiare patatine e Nutella. Verso le undici. Sentimmo un boato. Proprio di fronte al nostro hotel, era andato a fuoco un automezzo.
Tutti fummo allertati. Il caos. Ragazze che piangevano, gente che correva come pazza nei corridoi. Io e Lin uscimmo in pigiama dalla stanza. Non poteva essere stato un altro attentato. Max corse verso di noi. Era pieno di polvere. La mia camera come quella di alcuni ragazzi era davanti all’esplosione. E i loro vetri erano andati in frantumi. Non c’erano stati feriti, ma tutti, erano molto spaventati. Gli insegnanti cercavano di tranquillizzarli. Il padrone dell’hotel ci fece tutti radunare in sala mensa.
Allora fummo trascinati, per la conta, al piano di sotto. Così mi accorsi che Sofia non era ancora tornata. Preoccupata raggiunsi Max che era distante. Un altro scoppio in strada ci fece urlare dallo spavento. Le sirene della polizia arrivarono dopo una decina di minuti.
Max mi guardò e scappò. Non ne capii il motivo, e non sapevo cosa fare, però lo seguì. Trovai Max in camera sua che si stava vestendo con una tuta nera.
«Vestiti anche te, che usciamo. Ora!» Il tono di Max non era mai stato brusco, quindi obbedii. Corsi in camera e mi vestii di nero più veloce che potevo. Max arrivò mentre mi allacciavo le scarpe da ginnastica.
«Questo non è stato un attentato. Io l’ho visto.» disse Max. Aveva gli occhi sgranati. Io ancora non capivo, lo seguivo con lo sguardo mentre, buttava cose a caso per la stanza.
Max raccontò di aver visto un'enorme fenice che era caduta ed aveva distrutto il camion.
Adesso voleva andare lì per vedere meglio. Mi chiesi se l’hotel avesse una porta sul retro, proprio giusto in tempo per vedere il personale di cucina che sgattaiolava da una porta di servizio. Li seguimmo. Presi Max per la maglia e gli indicai la strada.
«Ero a letto da dieci secondi quando ho sentito l’odore di pelle bruciata. Mi sono alzato a vedere, ho aperto la tenda ed ho visto questo uccello che prendeva fuoco. Mi ha guardato. E ho visto me stesso in quegli occhi. Poi c'è stato il boato. L’ho vista morire. Ho pianto ed aspettato e aspettato vedevo delle altre ceneri muoversi e poi è arrivato Jack che mi ha trascinato via. Ma io devo tornare lì.»
Lo rassicurai e svoltammo la strada. Le luci blu-bianche e il frastuono delle sirene riempiva l’aria.
Gente che correva ovunque. Urla.
Avevo Max di fronte, quando mi scomparve davanti. Feci qualche altro passo ed entrai in un universo a specchio. La gente non ci vedeva. Dentro al camion in fiamme c’era un grosso cumulo di braci ardenti. Mi fermai ed ebbi la stessa sensazione che aveva avuto con Vic a Volterra. Max proseguì verso le ceneri. Il fuoco gli lambiva i vestiti. Ma lui non lo sentiva. Mise una mano dentro le braci e ne estrasse un uccellino
spelacchiato che lo guardò con grandi occhi color del fuoco. I due rimasero così ad osservarsi per un breve lasso di tempo fino a quando il cucciolo si dissolse come cenere al vento e Max tornò verso di me .La” dimensione specchio” svanì e loro rientrarono appena in tempo per non essere scoperti. La professoressa Fabiani, aprì violentemente il portone principale, tremendamente agitata, e disse a gran voce.
«Per stanotte dormirete qui. Domani mattina rifarete le valige, perché ce ne andremo.»
Un lungo vociferare di disappunto, per la gita non terminata, e di esclamazioni si alzò tra gli studenti.
«State calmi, questo albergo, ha anche una sede a Cannes, ci siamo messi d’accordo con quella sede e ci ospiteranno loro per il resto della vacanza. Qui secondo le autorità non è possibile stare. Hanno messo la zona in quarantena per ventiquattro ore. A quanto pare l’esplosione è stata dovuta da un meteorite.
«Un meteorite? In centro città?» Sofia spuntò accanto a loro. Arrossata e scompigliata. Sulla sua faccia si leggeva l'estraneità e la solita espressione di stupore che avevano avuto i suoi compagni di classe a quella notizia. Guardai Max che, a sua volta, si guardava nervosamente intorno. Chiesi se qualcuno avesse visto qualcosa, ma nessuno pareva aver visto nulla.
Il barman, si era intrufolato nella stanza, mi sentì osservata e lo vidi aggirarsi vago tra i miei compagni. Me lo trovò di fronte, mentre stavo per sedermi a terra con Sofia Max Lin e Diego.
«Hey ! Stai bene?» chiese .
«Ah ehm, Sì.» Il ragazzo mi osservava con sospetto e poi chiese scorbutico.
«Che c’è?»
«Mi sembri nel panico, va tutto bene?» chiesi.
«E perché ti interessa?»
«Wow, frena, ok non sono cavoli miei scusa.»
Sofia lo guardò rimproverandolo,
«Ok, ok, sapete cos’è stato?» chiese il ragazzo in modo sgarbato.
«Dicono un meteorite» rispose Sofia puntigliosa.
«Non sono mai caduti meteoriti a Parigi, e se andiamo a vedere?» Disse il barman.
«Ci saranno un sacco di poliziotti...» rispose Sofia con fare mieloso e poi disse
«...E.. mio caro fru fru, domani noi ce ne andiamo a Cannes, quindi per noi sarà stata la prima e ultima notte insieme, non vorrai mica passarla in giro per la città?»
«Già ve ne andate?» disse il Barman ansioso.
«Eh si, Fru Fru.» rispose Max alzandosi. Tirò su anche me e chiedemmo il permesso di andare a preparare i bagagli.
Vittore era in casa, in realtà aveva scelto lui di non andare in gita. Aveva sporcato tutti i bagni degli insegnanti e l’aveva fatto proprio per farsi vedere dal preside. Dario era andato a prenderlo, e anche se non era suo figlio, lo aveva rimproverato proprio come tale.
Si erano seduti a tavola e Vic era rimasto muto per tutto il tempo. Mentre Dario si chiedeva cosa gli passasse nel cervello. L’unica scossa che ebbe fu quando nominò Arianna.
Allora seppe dove poteva colpire.
«Se c’è qualsiasi cosa che vuoi dirmi figliolo, parla. Perché A) non ho la sfera di cristallo come tua madre e B) non sono Houdini nella mente non ci leggo.»
Stette qualche minuto in silenzio aspettando poi mentre si stava per alzare, Vic parlò.
«E’ per Arianna, non credo di considerarla più solo come una sorella. Ma allo stesso tempo non voglio deludere la vostra fiducia.»
Dario lo guardò intensamente e poi disse.
«Non devi cercare le cose che biasimi. Ho messo quella legge per evitare tra di voi problemi di questo tipo. Incomprensioni che crescendo
diventassero difficili da gestire. Ho sempre voluto che vi proteggeste a vicenda. Che fosse uno la spalla dell’altro. Vittore io ti voglio bene, come se fossi, mio figlio. E ne sarei fiero, se un giorno tu sposassi Arianna, perché conosco l’uomo che sei diventato. E sono contento di questo. Ma siete troppo giovani. E se questo sentimento, che tu provi adesso, non fosse eterno? Non puoi rovinare il rapporto con Arianna, per un'infatuazione passeggera Non puoi- vuoi farle del male. Tu sei indipendente, acuto, perseguì sempre il tuo percorso. Magari in futuro il tuo rapporto con Arianna sarà migliore e se sarai ancora innamorato, sarà il periodo giusto. Ma adesso sei giovane ed è giusto che tu faccia le tue esperienze.» Dario raccontò un aneddoto su come si erano incontrati lui e Lidia, sua moglie che non aveva mai raccontato a nessuno. Vic, stette a sentire sorpreso.
«...Lidia era così giovane, ma aveva tremila progetti in testa, i suoi genitori morirono e lei si spense. Cominciò a lavorare e per una ragazza di sedici anni, lavorare senza nessuno che ti dia una mano è difficile.
La incontrai, così, ai servizi sociali.Il preposto che si occupava dei ragazzi senza famiglia era lo stesso per me e per lei. Me ne innamorai subito. Andavo tutti i giorni a trovarla e cercavo di darle una mano. Anche io ero solo. Mi avevano affidato a diverse famiglie da piccolo, ma nessuno si occupava di me. Loro prendevano l’assegno e basta. Dopotutto ne avevano altri di “figli” come me. più piccoli. Ma ormai avevo quasi diciotto anni quindi potevo fare come volevo...»
«Andai a stare da lei, con una scusa, e lentamente lei si aprì e s’innamorò di me. Gli dimostrai che ero l’uomo che lei avrebbe voluto al suo fianco per sempre. L'ho amata e l’amo tutt’ora come se fosse il primo giorno. Ma lei mi ha amato perché mi sono impegnato. Se vuoi meritarti mia figlia, dato che è simile a sua madre, dovrai fare le stesse cose. Ne sei capace?»
Vittore capiva cosa voleva dire.
«E se lei facesse male, a me?» disse.
«Sappiamo tutti e due che è improbabile.» Rispose Dario guardandolo con dolcezza. Poi si alzò e gli diede una pacca sulla spalla.
«Figliolo. Per quanto noi maschi diamo a vedere di essere forti. Una donna ci ha creato e una ci può distruggere o salvare. Bisogna solo capire qual è il tipo che abbiamo di fronte.» Vittore rimase a fissarsi le mani mentre Dario si buttava sul divano accendendo la tv.
Sentì bussare alla porta.
Andò a vedere. Vide dallo spioncino che era, Stefania, con una mantella viola, che la copriva per intero. Decise di non aprire.
Si sedette accanto a Dario
«Chi era alla porta?»
«Testimoni di Geova, non ho aperto, forse continueranno a bussare per un pò.»
«Speriamo che se ne vadano prima che torni Lidia, sennò altrimenti ceniamo alle nove.»
«Già» disse Vic.
E rimasero così a guardare Netflix fino al suo arrivo.
Il viaggio in pullman da Parigi a Cannes era stato distruttivo, alcuni ragazzi erano montati ancora con il pigiama addosso, gettando i bagagli confusamente nella stiva. Le professoresse gli promisero un giorno intero di mare, ergo, i ragazzi, andarono a comprare i costumi e poi si piazzarono nella prima spiaggia libera, alla midi-plage.
Le prof in pareo e cappello li dirigevano come se fossero musicisti d'orchestra, Marco aveva una chitarra che suonava e i cori estivi si diffusero nella baia. Io che era più bianca della stessa sabbia, comprai un cappellone nero da signora, e un costume intero coordinato e andai a sedermi su una sdraio, al fresco sotto un ombrellone. Vidi una berlina blu scura arrivare da destra e Sofia partire urlando. Quando mi voltai per vedere a chi urlasse, vidi il barista che la salutava dalla macchina. Dal trambusto avevo capito che il barista aveva un nome, ed il suo nome era Gerome. Max mi si avvicinò per chiedermi se volevo fare un bagno, e io accettai. L’acqua era fresca e limpida, sembrava che ci fossero pagliuzze dorate sia sulla spiaggia che in mare.
Facemmo un paio di tuffi e qualche lunga nuotata, arrivammo fino alla boa quadrata dove si poteva salire per fare altri tuffi. La professoressa Fabiani, ci chiamò a riva e noi rientrammo. Ci sedemmo accanto ai nostri compagni e pranzammo sulla spiaggia. Poi rientrammo in albergo. Io Max e Diego, stavamo parlando dei souvenir da portare a casa, nella hall, quando Max, più volte aveva avuto la sensazione che qualcuno ci stesse spiando, ne aveva parlato con Diego e lui aveva confermato la sua ipotesi. Poi Diego fu’ chiamato dalla Fabiani per la videocall coi genitori.
Un ombra sopra di noi, ci seguiva ad ogni nostro passo. Oltrepassammo un giardino, e dietro l’angolo ci trovammo una fata rossa alta poco più di trenta centimetri che ci svolazzava di fronte.. Aveva tutto il corpo coperto da marchi neri, e i suoi occhi erano cerchiati di sangue. Si mise di fronte a loro sorrise e poi sparì in cielo.
Sofia ci raggiunse, poco dopo. «Avete visto Gerome?.» Max scosse la testa e anche io.
Sofia si girò e vide che i nostri compagni di classe stavano correndo verso di loro.
Ebbe un attimo di paura.
Io, avevo visto qualcosa di strano nei loro occhi...
Improvvisai sul momento.
Presi per mano Sofia e corsi via, con Max al seguito. Trovammo Gerome, che si unì a noi. Uno dei miei compagni, salì su un cassonetto ed emise un rauco verso di richiamo.
La fata aveva posto un incantesimo su alcuni dei nostri compagni di classe. Max guardò Sofia.
Io guardò Max e poi di nuovo Sofia dovevamo inventarci qualcosa.
Per Sofia e Gerome, doveva essere un gioco. Non doveva essere reale.
I nostri compagni sembravano dei pupazzi senz’anima, camminavano come zombie ma avevano gialli occhi vitrei e la loro testa ciondolava a destra e a sinistra. Io mi voltai a guardare.
«Vedo che hanno già iniziato a giocare» dissi e poi
«Max volevi che ti spiegassi D&D reale vero? I nostri amici ci stanno giocando proprio ora..» indicandoli a Sofia. Spiegai a Sofia che in quel gioco, vinceva chi non si faceva prendere. In realtà non era così, ma funzionò.
Persino Jack, Giacomo, il bulletto di classe era stato vittima della magia e era diventato un burattino. Mi misi a guardare chi era con loro. A qualche centinaio di metri, dietro l’ultimo dei suoi compagni, un ragazzo con il cappuccio, li seguiva passo passo e gettava delle strane palline di polvere nere dietro la gente, chi le toccava diventava quello strano pupazzo meccanico con gli occhi gialli e vitrei come bicchieri di camomilla, e ovviamente, ci puntava.
In pochi minuti la massa di persone che ci inseguivano, erano aumentate a dismisura. Corsero verso l’entrata del palazzo e la richiudemmo alle nostre spalle. La francesina alla porta, non capendo che stava succedendo, cominciò ad urlare. Il che Max la prese e la chiuse nello sgabuzzino dietro la cassa.
Ci mettemmo misero in silenzio ad ascoltare.
Ad un certo punto, scesero dei ospiti del primo piano, che mutarono, anche loro, dopo pochi secondi. Presi la cancellata che divideva le scale dall’ingresso e la serrai. Oramai eravamo chiusi dentro.
Erano in trappola.
Ma almeno nessuno poteva entrare.
Continuavo a non capire .
Il nemico era all’esterno, lo vedeva bene, il ragazzo col cappuccio nero era ancora lì, in piedi che ci osservava, mentre i suoi “mutati” cercavano di entrare; eppure erano cambiate anche persone all’interno, quindi dovevano essere due.
Il nemico doveva essere in un altro posto, nascosto. Guardò i suoi compagni ancora una volta. Chi poteva essere? Noemi non era con lei, lei gli avrebbe detto di chi non fidarsi. E così i suoi dubbi sarebbero diventate certezze. Guardò la faccia di Max era sudato e non sapeva, come gestire la situazione, nemmeno Vittore era con con lei, per proteggerla.
Guardò Sofia che si era unita a loro da poco e che non capiva come mai tutti partecipassero a quel D&D reale, lei era stranita e credeva solo che stessero giocando. In fondo lo sperava, suppongo. Poi c’era Gerome... anche se il nome, non le era nuovo. Il barista...! Ma certo! Come aveva potuto dimenticarsene? Il barista che aveva importunato Noemi in vacanza. Lo guardai attentamente e notai che dalla sua mano, nascosta dalla manica, usciva un fluido giallastro. Nel trambusto non ci avevo fatto caso.
«Che cos'hai lì?» chiesi , andando verso di lui. Gerome indietreggiò. E il fluido smise di uscire.
«Fammi vedere quella mano» Gerome tiro dietro di sé il braccio e cominciò a balbettare.
«È quella che mi sono rotto al bar, te l'ho detto.» guardando Sofia. Ma io, ancora più vicina gli dissi.
«Fammi vedere» Gli occhi di Gerome diventarono completamente rossi. Emise un risata agghiacciante. Chiamando a me il potere della terra, involontariamente, costruì intorno a le sue gambe un blocco di sabbia per non farlo scappare, ci misi tutta la mia rabbia e la mia energia.
La fata con i simboli neri apparve con centinaia di animaletti e dove, io, costruivo la terra, loro la toglievano. Allora cercai di ricreare il muro e la fata sparì. Quell'attimo diede il tempo al ragazzo di liberarsi. La sua forza era spaventosa.
Gerome cercò di aprire la cancellata delle scale.
Mentre Sofia lo guardava attonito. Ma Max prese una spranga di ferro e gliela diede in testa.
«Questo è il Gerome che importunò Noemi, in vacanza» dissi ormai su di lui.
«A saperlo gliel’avrei data più forte» disse Max. Gli tirai su la manica ma il braccio era scomparso. Tirai la tenda e il ragazzo si liquefece di fronte a me. Una nuvola di fumo giallo si manifestò di fronte a noi, carica di zolfo e acida come il fiele.
«Per questa volta ti lascio vincere. Ma la prossima volta, non andrà così.»
Sofia svenne.
Il muso aguzzo della versiera prese forma e poi si dissolse nell’aria come un petardo. Buttando tutti a terra. Quando si risvegliarono, i vestiti di Gerome erano ancora lì per terra, ma la gente era tornata normale. Mi guardai intorno, stavamo tutti bene.
Il sole cominciò a filtrare dalla nebbia.
E la gente che si svegliò sulle scale cominciò a chiedersi come erano finiti lì. Max e Io sgattaiolammo via e Sofia si unì a noi, sembrava aver dimenticato Gerome e tutto il resto.
«Vi capita spesso di fare questi giochi di ruolo?» disse appena i tre erano in un posto sicuro.
«Ultimamente, abbastanza spesso.» disse Max scherzandoci su.
Finalmente tornammo in Italia.
Noi quattro avevamo deciso di fare un pigiama party, a casa mia, ad una settimana di distanza dalla gita, anche per una soluzione strategica. Parlare sempre in biblioteca era diventato sfavorevole. In casa, tutti pensavano che era strano, che dei ragazzi alla fine della scuola continuassero ad andare in biblioteca, senza andare al mare. I campi estivi erano per i piccoli, quindi l’unica soluzione era organizzare feste ed uscite programmate una volta a settimana. Parlarono di tutto, Max raccontò le sue gesta eroiche in stile cavalier servente a Noemi. E Arianna confermò la sua versione. Poi si appisolarono nei sacchi a pelo. Vittore prese la mano di Arianna e si addormentarono.
Il Re della caccia selvaggia stava sul suo destriero pronto a partire ancora. Il tenebroso flusso di magia circondò i cavalli, generando ombre e riflessi verdastri. L’aria si riscaldò velocemente e i segugi vennero liberati. Gamr, li guidava in cima alla fila. Il Re alzò la mano e il corno risuonò tra le schiere dei suoi soldati. Stasera dovevano trovare un'aura magica rinata dopo centinaia di anni.
Il Re sapeva che la guerra era imminente, ma voleva prima vedere da che parte avrebbe tirato la bandiera. Solcare solo la notte a caccia di anime, stanotte, non sarebbe bastato. Arrivarono in una radura vicino ad un centro abitato, l’aura aveva il tipico rumore sordo del silenzio. I segugi
latravano avevano individuato l'odore ma non potevano avvicinarsi alla casa.
Il Re scese dal suo fiammeggiante destriero, le cui zampe affondavano in una nebbia oscura, e coperto da essa si avvicinò. L’aura pareva composta da più poteri riuniti. Accerchiò la casa coi suoi guerrieri, mentre lui osservava i movimenti all’interno. C’erano sei umani, ma solo quattro di essi emettevano l’aura. Aspettò che tutti fossero andati a dormire, e poi scese, come ombra bluastra, nella casa. Un fischio permeò i rumori e il Re raggiunse i ragazzi che giacevano a terra in un'unica camera.
Mosse la mano sopra di loro e i simboli emisero luce propria. Non poteva crederci dopo millenni i guerrieri, erano rinati in questi umanoidi, esseri mortali. Non poteva toccarli, la sua mano cominciò ad assumere l’aspetto della lava di pietra, si ritrasse e tornò al comando del suo destriero.
Adesso sapeva quello che doveva fare.
Io avevo fatto di nuovo un sogno strano, quella sera, una creatura alta e scheletrica con un'armatura pesante ed una corona era apparsa dalla nebbia quella notte, li aveva guardati dormire. Era tutto decisamente sfocato, Poi il sogno aveva cambiato entità. Io ero in casa, nel suo bagno, guardava fuori dalla finestra e vide degli enormi occhi che la fissavano.
Più che un sogno sembrava un ricordo di quando era piccola. Mi aveva spaventata a morte, e la stessa sensazione la stava riprovando adesso.
Mi svegliai
Mi ricordavo ancora i suoi enormi e cattivi occhi gialli. Luminosi come la notte.
Ad un certo punto mi venne in mente, un luogo, dove ero andata da piccola, lì, avevo visto quegli stessi occhi.
Quell'incubo era reale. Mi alzai e convocai tutti nel salotto di casa mia. Il ciondolo adesso era carico di energie. e risplendeva di luce propria. Misi la chiave intorno al ciondolo e chiamai mia madre. Nella mia mente emerse un immagine.
Avevo visto quel posto centinaia di volte. Dopotutto era il mio preferito. Salimmo in coppia sui vespini di Noemi e Max. Arrivammo a Fucecchio. Parcheggiammo i motorini in cima alla scalinata che dava sull’ argine. Proseguimmo lungo il sentiero fino a che non ci trovammo davanti un enorme arco dimenticato.
I rovi lo avevano quasi interamente coperto. L’arco era appoggiato ad una parete di terra. Io provai a spostarla, il mio potere fece il resto. Un enorme sala si schiuse ai nostri occhi. Tende di velluto e broccato cadevano dal soffitto e l’odore di muschio e terra permeava l’aria. Sentimmo degli zoccoli avvicinarsi sempre di più, fino a che di fronte a noi, comparve una donna o almeno così sembrava, una donna con lunghissimi capelli e peli, castano cenere, che la coprivano interamente.
Sembrava una folta peluria.
Ringhiò sommessamente, poi mentre era pronta all’attacco, I suoi enormi occhi gialli brillarono al buio. L’Omin di Bronzo, gli si parò davanti con la sua lunga alabarda.
«Fermati, sono sotto la protezione di Pendragon, non puoi toccarli. .»
Si muoveva come una belva in gabbia andando a destra e sinistra, gli zoccoli raspavano sommessamente il terreno come lo scalpiccio di un cavallo in attesa. La donna mi squadrò per qualche attimo, poi mi chiese se conoscevo un homo selvatico. Gli dissi che mio padre era una di queste creature e che abitava un pò distante da lì. Lei mi disse il suo nome.
La creatura si chiamava Barbatana, ella, chiese se ce la potevano portare, in cambio lei gli avrebbe rivelato dove era il vero antro della Batuffa.
Ma dovevamo prepararci perché era fortemente protetto. Lì, lei, teneva tutte le sue ragazze. Ci spiegò che il ciondolo, era un suo dono, lei mi aveva incontrato quando era piccola in cerca di bambini da mangiare, ma che alla fine non l'aveva attaccata, perché qualcosa l'aveva bloccata. Adesso, poteva solo, aiutarli trovare le creature che avrebbero saputo, dove era il luogo, dove era la Batuffa, ma non il luogo esatto, poiché le entrate cambiavano ogni cento anni.
Ma per aiutarli voleva che io chiamassi l'homo selvatico. Arianna gli spiegò il luogo, dove era suo padre, ma non sapeva come portarcela. Dopotutto la Barbatana usciva solo di notte, così facemmo un patto. Io avrei contattato mio padre, e lui avrebbe parlato con lei. A quel punto lei avrebbe dovuto trovarmi e dirmelo.
La Barbatana accetto’.
Passò qualche giorno e non c’erano notizie. Io avevo parlato con mio padre tramite la pietra che mi aveva dato. Ma della Barbatana non si sapeva nulla. Una sera però, un enorme cane nero si presentò alla porta di casa Canzonieri abbaiando. Io sapevo che era il nonno di Noemi, me lo aveva detto, qualche sera prima della loro partenza per la gita.
Legato al collo aveva un biglietto. Diceva di spargere della frutta fresca e pronunciare delle parole a voce alta durante una luna piena e l’antro sarebbe apparso.
Il cane poi scomparve, dopo avermi dato un leccotto in faccia.
Chiamai subito Noemi per aggiornarla.
La prossima Luna piena era tra quattordici giorni.
E loro dovevano essere pronti.
Capitolo 13
L’inizio.
Stavo percorrendo un lungo tunnel, le pareti erano di muschio e funghi luminosi spuntavano dalle rocce emettendo flebili luci fluorescenti. Ero sempre incatenata, davanti a me, un enorme essere, che riusciva a stento a passare dall’arcate, gorgogliava parole incomprensibili.
Camminavo, e continuavo a camminare, ormai non ricordavo più da quanto tempo. Uno strattone, mi fece cadere a terra, quando, provai ad alzare gli occhi, un lungo muso affusolato mi tirò sù il viso.
Avevo troppo sonno. Volevo solo che l’oblio mi prendesse.
Io Max, Vic e Noemi erano andati al mare.
E io mi ero appisolata. Un po di relax non avrebbe guastato nessuno. Ma a quanto pare i miei incubi, mi seguivano anche qui. E Tirrenia, aveva tutto per divertirsi. La scuola era quasi finita e io e Diego avevamo deciso di vederci nel fine settimana. Vittore, era ancora scuro in volto, perché io avevo deciso di non parlare con lui, di questioni sentimentali per ciò si limitava ad osservarmi.
E a parlarmi di altre cose, ma non mi poteva toccare, e questo lo faceva soffrire più di ogni altra cosa.
Ma era stato lui a volerlo. Come diceva un vecchio proverbio.
“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”
Vittore non ricordava chi l’avesse detto. Probabilmente se me lo avesse chiesto, gliel’avrei saputo dire.
Ma non voleva interrompermi, stavo canticchiando una canzone di Lana Del Rey di una tristezza enorme, mentre ero distesa sulla spiaggia con l’ iPod nelle orecchie. Max e Noemi stavano rincorrendosi come bambini sulla battigia. Vittore, prese il cellulare e cercò una nuova canzone
I want to know what love is (Voglio sapere cosa sia l’amore) la traccia numero tre del quinto album dei Foreigner.
L’ ascoltò diverse volte.
Poi la scaricò nei Preferiti e la condivise come messaggio di WhatsAPP a me . Sapeva che io non avevo ancora acceso il cellulare. Per cui non mi sarei arrabbiata. O almeno, lo credeva.
Poi si alzò, mi tirò via le cuffie e mentre io imprecavo, mi tirò sulle spalle. Andò così di corsa in acqua, prima che io potessi liberarmi, mi gettò in mare, mentre stavo urlando e fiero, cominciò a tirare in acqua anche Max e Noemi.
Il mare lo rendeva estremamente rilassato, e si sentiva protetto, era come se il mare giocasse con lui. Vic era un bravo nuotatore in piscina, ma in mare lo era di più. Riusciva a stare a galla e cavalcare le onde anche solo con un legno, poco più grande, di un coperchio di una scatola da scarpe. Io di solito, lo chiamavo “anatra” per punzecchiarlo, ma oramai era solo un ricordo. Si mise a fare il morto a galla, quando Io per spaventarlo provai ad affogarlo tirandolo sott’acqua. Ma non ci riuscii, vide Max che aveva Noemi sulle spalle, e così mi prese a cavalluccio.
E si misero a fare a gara. Il pomeriggio arrivò rapidamente.
Mentre io era distesa, pensai a Gerome. Forse era vivo da qualche parte, oppure era realmente morto. E come faceva a sapere chi fosse Noemi prima di tutto questo, io e Max. Chi manovrava la fatina? E di chi era quel volto di donna che era apparso nella nebbia gialla? Che cosa voleva? Qual’era il suo piano? E Stefania c’entrava in qualche modo? Vidi uno strano riflesso provenire dal borsone. Mi alzai per guardare meglio, il ciondolo aveva iniziato a emettere diversi colori.
E la chiave si era illuminata. Chiamai anche gli altri. Il ciondolo cominciò a scrivere qualcosa sulla sabbia, un nome.
T. avevo il cuore in fibrillazione.O. Vic, stava tamburellando le mani sulle gambe.I. Max stava muovendo i piedi velocemente. A. E Noemi si stava mangiando le pellicine delle unghie. N. ancora qualche attimo e avrebbero saputo il nome. O.
Fine .
Toiano.
I ragazzi si guardarono. Io e Noemi anche. Non conoscevamo questo paesino. Non sapevamo nemmeno dove fosse. Max cercò su Google. A quanto pare era un paesino tra Volterra e Palaia.
Vicino, pensai.
Abbandonato.
Da qualche decina di anni. Raccattammo le nostre cose e partimmo immediatamente. Mancavano solo pochi giorni alla luna Piena. E se fosse stato importante? Niente andava lasciato al caso.
Toiano era adagiato su un poggio di tufo arenario, circondato da un paesaggio di balze di terra volterrane, tipico della regione, ma unico nel mondo. L'antico borgo, al quale si accedeva da un ponte levatoio, che risaliva all'alto medioevo, era il posto migliore dove nascondersi.
Per arrivarci Vittore guidò per circa cinque chilometri nel nulla, in una strada larga solo tre metri e a velocità bassa. A noi, pareva di non arrivare mai. Tutto intorno era circondato da speroni di tufo, di ben quaranta o cinquanta metri, chiamati "calanchi", terra arida che secoli di pioggia e vento hanno reso incoltivabile e priva di vegetazione.
La desolazione era l’unica sensazione che ti opprimeva. Ti schiacciava, fino a renderti esangue. Un paese fantasma per eccellenza, affascinante con un'atmosfera di rovina e abbandono.
Noemi guardava il lunotto posteriore, questa grande distanza dall'ultimo centro abitato e l'ambiente deserto che lo circondava, lo rendevano ancora più misterioso e intrigante. Scesero di macchina, nell’ unica via, che attraversava il paese.
Un signore. L’unico abitante, lì guardò dalla finestra della sua casa. Il ciondolo riprese a lampeggiare, e si alzò tirando il collo di Arianna. Li portò fino alla chiesa di Giovanni Battista. Lì si illuminò una statua di un bove, ancora non intaccato dagli eventi.
Perfettamente conservato.
Mi ci avvicinai tastando il terreno. Sopra la statuetta c'era una scritta in latino. Batuffa. Forse l'incantesimo non sarebbe servito e forse finalmente, dopo tanto cercare, l’avevamo trovata. Provai a toccare la statua e a spingerla. Ma nulla.
L’entrata era chiusa. Gridai per lo sconforto, il mio potere si manifestò creando rocce accuminate tutt’intorno a me Vittore si porse verso di me e l'abbracciò ferendosi. Scusandomi dissolsi le lance e Mac e Noemi ci guardarono preoccupati.
«Ary stai calma, prima o poi la troveremo» Disse Noemi vedendomi esausta.
La statua girò e l'arco per l'entrata dell'antro, si aprì. Un odore di mandorle dolci e una brezza calda ci investì in pieno.
Fummo costretti a ripararci con le braccia e la stoffa per respirare. Vittore illuminò la via, con il cellulare. E facemmo altrettanto. Ma c'erano solo scale che scendevano nell’ oscurità. Camminavamo a tastoni tenendoci per mano, scendendo sempre più in basso. Fino a che, le scale non c'erano più. Un enorme baratro ci divideva dall’altra rampa. Vittore si offrì di saltare per primo. Io non lo permisi. Mi sedetti sulle scale e cercò di creare un ponte abbastanza robusto da reggerci tutti. Ci riuscì e oltrepassammo la voragine. Arrivammo, così , finalmente in fondo alla scalinata.
C'erano quattro porte.
Su ognuna di essa, vi era un simbolo dell'antica religione etrusca.
Io mi avvicinai alla figura più vicina a me.
Mi guardai intorno.
Max spostò la polvere ai piedi di un'altra porta.
C’erano raffigurati degli Dei, non corrispondenti alla figura sovrastante.
«Forse dovremmo mettere le statue sopra ogni figura» Disse Noemi
«Mi sa, di si» Risposi
«Certo che è strano, come facevano a sapere che eravamo in quattro.» Disse Max.
«Forse non dipende da noi, forse dipende da qualcos’altro» Risposi
«Egocentrismo, portami via.» Esclamò Vittore che prese una botta, amichevole, in capo da me
«Ma piantala» gli dissi.
«Dai proviamo a metterli insieme.» Disse Noemi. Le porte si aprirono. Per qualche secondo e poi si richiusero.
Poi se ne aprì solo una. Quella di destra, che pareva la più vecchia di tutte.
Vic fu il primo a passare.
Al centro della stanza tra pietre e zaffiri c'era seduta su un immenso trono di pelle, una figura femminile, con lunghe gambe artigliate, che dormiva reggendo nelle sue mani d'uccello, una mela d'oro.
Max incespicò su un calice, vicino alla porta, e la creatura lentamente aprì gli occhi. Noemi era pietrificata, mai nella vita si sarebbe vista di fronte ad una Lamia. La riconobbe quasi subito, ma gli ci volle un pò per articolare le parole.
«E’ una Lamia, dobbiamo scappare. » Tirando la mia maglia
«No. Noi non scapperemo!.» dissi.
La Lamia appoggio la mela sul ceppo accanto alla sedia e si alzò. Il suo corpo era simile a quello di un grosso serpente che circondava tutta la stanza. Mentre il busto era di donna, con artigli al posto delle braccia. Si passò una mano tra i lunghi capelli come se fosse un gatto.
«Chi di voi sarà il mio pasto?» sibilò.
«Cerchiamo la Batuffa, se sarai così gentile da portarci da lei. Non ti faremo alcun male. » dissi.
«Voi? Del male? A me?» la Lamia rise di gusto.
«Sei simpatica, ti ucciderò per ultima.» Disse. Poi scagliò la coda sui ragazzi che vennero buttati a terra in direzione diverse. Io gli scagliai un muro di terra, ma la lamia si sposto qualche attimo prima di essere presa. La sua coda però fu recisa.
«La mia bellissima coda, maledetti umani. Ora vi ucciderò.» Urlò la Lamia.
«L’hai già detto» Max aveva sulla punta delle dita delle fiamme di fuoco. Dall’altra parte della stanza Noemi e Vittore si sorreggevano a vicenda, la coda li aveva presi in pieno due volte, Io creò una conca dove potevano mettersi al riparo, poi corsi verso la creatura mandando proiettili di terra che Max incendiò.
Persino lui rimase sorpreso della cosa. La Lamia saltò sopra il trono ed volteggio sopra le loro testa. I proiettili colpirono quello che era rimasto della sua coda, che andò a fuoco. E le fiamme li avvolsero. Noemi provò a creare lo scudo d’aria che gli aveva insegnato la silfide, all’inizio solo per lei e Vittore, dato che erano separati dalla lotta, ma quando vide Max cominciare a tossire, usò tutte le sue forze per estenderlo anche a noi due.
La Lamia allora uso la sua lunga lingua come frusta, io la vidi troppo tardi e mi si attorcigliò al braccio. Il dolore, simile a quello di tante punture, mi fece quasi svenire, urlai. Vittore corse da me.
Urlando , disperato.
Prese la lingua con le mani e una lama di vento, si disegno sulla sua mano, quando diede il colpo alla lingua, la tagliò di netto.
La Lamia allora usando i suoi artigli si scagliò verso di loro. Vittore si gettò sopra di me, cercando di proteggermi e gli artigli della Lamia gli si conficcarono nella schiena. Liberata dalla stretta, creai un muro e lo trascinai via lontano mentre cercavo di arrestare il sangue. Avevo le lacrime agli occhi e tremavo. Se a Vic fosse successo qualcosa di male, io non sapevo che cosa avrei fatto. Gli strinsi le mani. Calde lacrime mi solcarono il viso e Vic mi prese una lacrima con l'indice e se la portò alla bocca.
«Sto' bene non preoccuparti.» disse debolmente.
Max cercò di spingere il fuoco verso la Lamia, che rimase chiusa in un angolo, senza poter scappare
«Non ucciderla, ci deve dire dove è la Batuffa» gridò Noemi.
«Parla. Lurido animale. Parla!.» Urlai.
Volevo al più presto finire la faccenda per portare Vic a casa e da un medico. Ero preoccupatissima per lui. La lamia, senza oramai la lingua e la sua coda, era attorniata dalle fiamme che le lambivano la criniera.
«Solo i guardiani potevano sconfiggermi. Voi sareste i nuovi guardiani? I protettori della Terra degli Dei? Voi avete preso il posto di Pendragon e come fece lui centinaia di anni fa, sconfisse mia madre, adesso voi avete sconfitto me. Prendete quella porta dorata dietro il trono e andatevene. Siete solo all’inizio del vostro percorso e creature molto più forti di me, vi attendono.»
Poi raccolse la mela, che era rotolata vicino a lei. La rigirò nella mano e scomparve.
Quando la mela toccò il suolo, un'intensa luce si sprigionò da essa. Quando aprirono di nuovo gli occhi la Lamia era fuggita.
Dal corpo di Vic uscirono, in quel momento, delle macchioline nere che andarono a formare un'immensa pozza, simile al petrolio liquido, sul pavimento.
La pozza prese forma umana, sotto gli occhi atterriti dei ragazzi. E andò verso la mela.
Io con un colpo brusco, usando il potere della terra, la tirai a me, prima che figura ci arrivasse. Quando la presi la mela si divise in due e al suo interno c’era una chiave. La figura parlò.
«Consegnatemela!» Il suono metallico della sua voce era come un frastuono sotto terra.
«Consegnatemela!»
Vittore fu sollevato da terra e schiacciato contro il soffitto. Con quel poco respiro che gli rimaneva, urlò.«Non dargliela!»
«A che ti serve?» urlai all’ombra.
«E’ la prima chiave del regno. CONSEGNATEMELA.»
«NO» Dissi. Max alzò le fiamme verso di lei, ma la creatura rise. Noemi allora provò a creare un vortice e le goccioline furono sparate in tutte le direzioni.
Alcune si distrussero, altre invece si riunirono e volteggiarono in aria creando un enorme macchia nera parlante. Dal blob oscuro uscì un braccio che porse una mano con il palmo rivolto in alto. «CONSEGNATEMI la chiave dal regno, e non vi perseguiterò più. Il tuo amico sarà libero. E a nessuno di voi, verrà fatto alcun male.
Vittore emise dei rantoli, qualcosa lo stava stritolandolo. Le sue grida arrivarono dritte al mio cuore. Max e Noemi furono bloccati al muro da centinaia di mani che era sbucate dal nulla. Io guardai la chiave, che avevo in mano. Era simile alla chiave che avevo in tasca. Se era tanto importante, era meglio non consegnarla. A costo della mia vita.
Forse avrei potuto fare uno scambio. Mi voltai verso Vittore. Lui Noemi e Max, fecero segno di diniego. Nemmeno loro, avrebbero voluto che consegnassi quella chiave.
Misi la chiave in tasca ed estrassi l’altra chiave.
Senza farmi vedere. La misi in mano allo strano braccio nella pozza. Immediatamente i miei amici furono liberati. E il blob oscuro, andò via, uscendo da dove loro, erano entrati e le ultime gocce nere abbandonarono il corpo di Vittore, facendolo urlare dal dolore. Le fiamme si spensero, e tutti noi, fuggimmo verso la porta dorata. Io aiutai Vic ad alzarsi e a camminare più velocemente possibile.
«Scusa» disse piano ad Arianna poi quando riprese fiato disse «Scusatemi tutti... non sapevo che fosse dentro di me.»
«L'importante è che non ci sia più » disse Noemi.
«Ne parliamo a casa ora abbiamo poco tempo. Dobbiamo curarti e trovare la Pia» dissi . Le ferite che gli aveva inferto la lamia erano ancora aperte. Ma almeno avevano smesso di sanguinare. Dalla porta si accedeva ad un lunghissimo corridoio, arcuato.
Dove in fondo brillava, una strana luce del colore dell’arcobaleno. Quando i ragazzi vi entrarono rimasero stupefatti. C’era un enorme salone, riccamente decorato, con un grandissimo lampadario in cristallo su cui brillavano di luce propria, delle strane pietre simili ai diamanti ma luminescenti.
C'era una vasca in marmo bianco con del liquido ambrato. Arianna ci appoggiò le dita e le lievi ferite che aveva si richiusero. Chiamò anche gli altri e piano piano si medicarono.
Il dolore c'era ancora, ma almeno erano salvi. Noemi ne prese una bottiglia piena e la infilò nel borsone. Nel salone inoltre c’erano cinque splendide ragazze bloccate al suolo da lunghe catene dorate che dormivano su un enorme letto circolare al centro della stanza.
Non c’era nessun altro.
E non c’erano altre porte. Andai verso l’enorme lucchetto che era per terra. Provai la chiave nuova ma non funzionò
«Ci penso io» Max prese della forcine della testa di Noemi e cominciò ad aggeggiare alla serratura.
Dopo poco la serratura scattò. Le catene si allentarono. Una di queste ragazze era più grande di qualche anno e aveva lunghi capelli neri. Arianna credette di riconoscerla, provò a chiamare Pia un paio di volte e a chiedere chi fosse ma lo stato di trans, in cui erano tutte loro, non le faceva muovere o parlare.
Posò le sue mani su ognuna di loro, ma non successe nulla. Max cominciò a farne alzare qualcuna, con molta difficoltà e grazie a Vittore, che si era un pò ripreso, riuscirono a portarle nello spiazzo all’aria aperta. Quando tutte furono alla luce della luna, qualcosa sembrò risvegliarsi in loro.
Una di esse cominciò a cantare un antichissima litania ormai dimenticata, e una donna coi capelli lunghi e biondi cadde a terra priva di sensi. Un alito di vento irrorò la valle e degli ululati si levarono a ponente. Arianna prese la pietra di suo padre e lo chiamò.
Dopo una buona mezz’ora un enorme cervo, con splendide corna, spunto a corsa tra la fitta boscaglia, mentre si avvicinava il suo corpo mutò in quello dell’Homo selvatico. Lo salutai. Lui mise una mano sopra la mia testa con fare protettivo.
I suoi occhi, al solito, velati di tristezza si riempiono di luce, vedendo una delle due donne, coi capelli neri. Gli corse incontro e l'abbracciò. Poi la prese in collo e parlò con Arianna. Quella era mia madre. Finalmente.
«Finalmente l’abbiamo trovata. Ma ha bisogno di cure come le altre quattro donne. La Batuffa le nutriva con il suo latte, un latte speciale che dava vita eterna e non ti faceva mai sentire affamato, ma a quanto pare era diverso tempo che non lo faceva. Quindi loro stanno lentamente morendo. Lo stato di torpore sarebbe cessato a pochi minuti dalla morte.» Altri quattro cervi uscirono dal bosco e ognuno di loro si caricò una donna in spalla. L’Homo selvatico mi chiese se potevo passare a trovarli tra qualche mese, quando tutte sarebbero state stabili e sane.
«Riusciremo a salvarle, Arianna, ci vorrà del tempo, ma le salverò» l’Homo selvatico accarezzo sua figlia.
«Figlia mia.» Mia madre debolmente mi parlò. La pia voleva dire altro. Ma non riusciva più a parlare. Si rivolse all'Homo.
«Tu la dovrai istruire... dire... come hai fatto con me. Loro sono la nostra ultima salvezza.»
Poi svenne.
L’homo selvatico era molto turbato.
«Devo portarle a curare; ti do una cosa...» estrasse dalla pelliccia uno specchio ovale intarsiato nel legno
«Oramai la pietra che hai usato per chiamarmi non funzionerà più. Figlia mia. Poggia questo specchio nella terra e di per tre volte il mio nome, così potremo parlarci e vederci. in qualunque posto io sia.» Io e il gruppo acconsentimmo, e così lui mutò di nuovo in cervo e scomparì nel bosco. Io rimasi a guardarlo andare via e disperdersi nella boscaglia.
La luce dell'alba rischiarò il colle e la valle si accese di colori. Un nuovo inizio. C’era tanto a cui pensare.
Noi ragazzi ormai sapevamo che la nostra vita sarebbe cambiata per sempre. Andammo verso l’auto, verso casa.
Da lì in poi sarebbe stata dura spiegare di voler essere portati al pronto soccorso tutti insieme, ma sarebbe stato necessario. Per Vittore almeno.
Quell'odore era indimenticabile. Un dolce aspro intruglio di amuchina e zucchero. Il corridoio era color ceruleo, mentre i lampadari bianchi davano a tutto un'aria asettica, anche se bilancieri e carrelli erano appoggiati alle pareti. Diversi armadietti con i cognomi sfilavano a destra del muro, Stefania passeggiava lentamente contando il numero delle stanze.
Le porte erano tutte aperte e si intravedevano i due letti che erano in ogni stanza. Gemiti, urla, pianti. Una signora stava deambulando di fronte a lei, quando iniziò a urlare. Mary Martello, era nella stanza numero nove, fasciata al braccio e con una grave commozione celebrale. Stefania era andata a trovarla per forza.
Anche se le era stato proibito da suo padre.
Voleva chiederle del suo ciclo. Ma quando vide sua madre così mal ridotta, non sapeva se farlo o no. Dopotutto, magari era solo un'idea, un dubbio.
La signora Mary si svegliò proprio mentre Stefania stava per andarsene.
«Sei venuto a finire il lavoro, sporco demone? Ma non ti lascerò MAI mia figlia!» Mary fece uno scatto in avanti brandendo il coltello di plastica da ospedale.
Ma i tubi che aveva legati al braccio delle flebo la bloccarono, la macchina per ECG cominciò a suonare e le infermiere arrivarono immediatamente. Stefania fu fatta uscire. Sconsolata tornò a casa. Nessuno dei suoi amici gli aveva aperto, sua madre l’aveva scambiata per un demone. Ma lei non voleva arrendersi.
Ci pensò un pò e poi corse di nuovo verso casa. La mattina seguente sarebbe andata a scuola, comunque.
La scuola non era cambiata di una virgola, le sue settimane di assenza, non l’avevano fatta diventare meno impopolare anzi, molte ragazze, erano passate a chiedergli come stava. Si era sparsa la voce che fosse andata in montagna con qualche bel tipo.
E Stefania lasciò circolare la voce, tanto che male poteva fare. Fece un giro di aggiornamenti sulle coppie. a quanto pare Vic, l’aveva dimenticata in fretta.
Adesso usciva con Cristina del terzo anno. Una biondina ,sciapa, a dire delle ragazze. Erano tutte in fermento per il Prom. Stefania si era completamente scordata l’evento.
Chiese delucidazioni, su chi organizzava e il tema.
“Raining Forest”
Ci sarebbe stato da divertirsi. Doveva trovarsi un cavaliere.
Era passato qualche giorno, le ferite di Vittore erano ormai quasi sparite e a scuola l’aria era di festa. Io e Noemi avevamo fatto acquisti online per il Prom e eravamo in trepidante attesa del corriere. Quando colui arrivò, le nostre grida di giubilo, si sentirono per tutta la casa. Vic e Max sbuffavano. Sapevano che sarebbe toccato anche a loro, la prova costume. Il corriere non fece a tempo a farmi firmare il documento, che Noemi aveva già scartato l’enorme pacco.
Quattro vestiti, due da maschio e due da femmina. Con relativi accessori. Il gioco aveva inizio. Per primi toccarono ai maschi. Max e Vittore che dopo essersi vestiti, di tutto punto, improvvisarono sulle note di un famoso programma televisivo di canale cinque, una sfilata.
«Modello Giuditta» disse Max attraversando l’ingresso a grandi falcate. Le ragazze stavano morendo dalle risate.
Poi venne il turno di Vic che aveva spettinato i capelli ad arte e continuava a passarci le mani proprio come fanno i modelli, facendo la bocca a culo di gallina. Poi mostrando il pantalone attillato sul culo, disse «Baciatemi il culo, by Bart»
«Bravi, bis!» applaudimmo io Arianna e Noemi. Ora tocca a voi bellezze.
Io e Noemi schizzammo in piedi e gridando andammo dai nostri vestiti. Ci vollero più di dieci minuti prima che riuscissimo a uscirne. I ragazzi, dalla noia, si erano messi a giocare sul cellulare. Quando Noemi urlò «ATTACCAA» dalla stanza. La canzone di Dirty Dancing “Time of my life” partì dal telefono di Max a tutto volume. Io entrai aprendo la porta e camminando a passo di jazz, feci due piroette su me stessa e poi mi girai e indicai la porta, Noemi entrò ballando una specie di salsa, mostrando il vestito, poi anche lei girò su se stessa e ci mettemmo a ballare.
I ragazzi un pò sorpresi, cominciarono a fischiare. Poi Vittore mi prese per le mani e ballò con me. Anche Max prese Noemi per mano e danzarono. Il giorno del Prom, Vic aveva ricevuto, ben trentacinque inviti. Io, una decina. Noemi e Max, che sarebbero andati insieme. Ne ricevettero ciascuno tre o quattro.
Noemi però si era appuntata mentalmente i nomi di quelle che avevano mandato l'invito a Max, ricordandosi di passare a trovarle prima della fine della scuola. Lui aveva cestinato tutto. Ma non si sapeva mai. Ci ritrovammo alla fine tutti a casa mia, con i Canzonieri e anche i genitori di Max e Noemi.
Ci avrebbe portato Vic al ballo, ma poi saremo tornati a festeggiare a casa. L’estate oramai era arrivata. La sera i grilli cantavano a squarciagola.
Cosa che facevano anche in pieno giorno, a volte. Lucciole danzavano nei campi incolti e le luci della festa all’Istituto si diramavano per tutto il paese.
Tutto era pronto. Enormi alberi erano stati portati e addobbati con milioni di lucine, il pavimento era splendente, i tavolini a bordo pista erano coperti da sottili tovaglie di organza verde, racchiuse a grappo. Su ogni tavolo enormi rami secchi circondati da lucine al led, e calici di plastica riempiti a spumante.
La sala era vuota. Stavano settando gli ultimi particolari.
Il Dj, stava sistemando le ultime cose e non si accorse della figura incorporea, che era al centro della pista. I suoi occhi di fiamma, disegnarono un solco perfetto nel pavimento. E poi scomparve, proprio prima che il Dj alzasse lo sguardo.
Un enorme tappeto verde era stato messo all’ingresso della palestra con fiori e piante che decoravano la passeggiata, giochi di luci e musica rimbalzava nell’aria.
Noi facemmo il nostro ingresso uniti. Alcune bimbe furono deluse, sul fatto che Vic, avesse portato sua sorella al ballo e non una di loro. La preside ci accolse all’entrata, come per tutti, e se ne andarono al tavolo degli aperitivi. Quando tutti e quattro furono con il bicchiere in mano, Io individuai Diego e andai a salutarlo, però non riuscivo a vedere con chi stava parlando. Quando una coppia, si spostò all’ultimo momento, la vide.
Lì, quasi in mezzo alla pista, c’era Stefania.
Coi lunghi capelli rossi sciolti, in una versione un pò più elegante di Poison Ivy.
Diego appena la vide arrivare mi salutò.
«Oh Arianna ciao, balli con me dopo?»
«Si certo »
«Lui è Marco e questa ragazza ti cerc…»
Ma io non lo feci finire.
«So chi è...» Diego continuò a parlare con Marco, mentre Stefania sembrava cambiata.
«Senti io so, che ci sono delle incomprensioni tra me e te...»
«Incomprensioni? Davvero?...»
«Si, però adesso è tutto finito. Te lo giuro. Non ho più nulla a che fare con quella... cosa...»
«Ma se, la tua famiglia ci vive di quella… cosa! Come fai a dire certe stupidaggini?»
«Si, ma...»
«Basta così! »...Vittore era apparso accanto a me furente,
«Tu non avvicinarti mai più a me o a Lei. Sono stato chiaro?» Stefania se ne andò dalle sue amiche e Vittore tornò dai ragazzi. Diego si spostò e andò verso Arianna
«Ti volevo dire che ti cercava. Come mai non mi hai risposto su Facebook?»
«Scusa, non l'ho proprio guardato, che mi hai scritto? »
«Nulla di importante. Tutto bene a casa?»
«Qualcosa abbiamo chiarito. Te?»
«Un pò meglio. Mio padre è laggiù.»
«Messinscena?»
«Te ne sarei grato» Diego e io cominciammo a ballare abbracciati. Vittore dall’altro lato della pista quasi sputò il suo drink. Noemi lo fermò prima che potesse fare una strage.
«No. Fermo. Va tutto bene.» Anche Max sopraggiunse.
«Non dirmi che non ti sei accorto che Diego è gay. » Vittore li guardò come se cascasse dalle nuvole. Max allungo il discorso.
«Suo padre è nel comitato scolastico. Ecco vedi è quello laggiù. Forse lui non è ancora pronto per fare outing e usa Arianna come scusa.»
«Lei lo sa?» borbotto’ Vic.
«Si. Lo fa per non dare sospetti su di voi. E aiuta un amico. Ricordati che siete fratelli per la scuola» disse Noemi.
Vittore scrollò le spalle, borbotto qualcosa e riprese un altro drink.
«Ok, allora vado a ballare con una squinzia.» Si diresse spedito verso Cristina, che tutta contenta gli saltellava intorno mostrandolo alle sue amiche gelose. Max e Noemi risero, anche loro si buttarono nelle danze. Dopo una buona mezz’ora Vittore era il protagonista indiscusso del ballo, e Max l’aveva seguito a ruota.
Noemi era qualche metro più in là, nel ballo di gruppo. Io e Diego eravamo qualche fila più indietro. Vicino a noi Stefania, con tutto il gruppo di ragazze, portarono il resto della gente sulla pista da ballo.
Era circa mezzanotte quando una fitta nebbiolina si diffuse nella stanza. I genitori, ormai se ne erano andati. E i ragazzi furono scossi da un improvviso torpore.
Dal centro della pista si levò per aria un bellissimo e sconosciuto giovanotto in maschera. Tutti ne erano affascinati. Le ragazze erano completamente in èstasi e in trance .Ballò per brevi istanti con diverse ragazze. Lasciandole sospirare con una rosa in mano. Poi prese Stefania .
Max si accorse che c’era qualcosa di anomalo. «Vic, ma dov'è appeso? »
«Ah boh. Non mi pare di vedere cavi.» Mentre eseguiva l’ultimo volteggio. Max pestò accidentalmente qualcosa di viscido. Non riuscendo a vedere prese la torcia del cellulare e la accese. Era una sostanza appiccicosa e densa.
Di colore nero. Max osservò attentamente il liquido sulle sue mani.
«Non può essere» guardò di fronte a se. Avvertì Noemi e Vic. Poi guardò di nuovo lo strano ragazzo, elegantemente vestito. Io e Diego eravamo a pochi passi da lui. Mi voltai per vedere meglio la scena. Vidi Max, che veniva deciso verso di me, era scuro in volto. Mi mostrò la mano con il liquido nero, e senza proferire parola, mi indicò la “coppia volante”. A quel punto aguzzai la vista.
Vidi un lungo spillone nero generarsi dal braccio del ragazzo e colpire rapidamente Stefania.
Per quanto potesse odiarla, doveva fare qualcosa. Stefania cadde’ tra le sue braccia, dei fuochi d’artificio scoppiarono sopra di noi. E la nebbia ci inghiottì. Non si vedeva ad un palmo dal naso. Io stringevo la mano di Massimiliano, e a tentoni tra la folla sognante raggiunsi Noemi e Vic. Riuscimmo ad uscire, spostando diversi compagni.
Fuori dalla scuola trovammo la casacca del ragazzo abbandonata. E con delle bruciature tutt'intorno al asfalto.
Continuammo seguendo le tracce delle bruciature, fino a che non vedemmo Stefania accasciata al suolo a qualche centinaio di metri, e una figura femminile intenta a disegnare qualcosa per terra. Ci avvicinammo silenziosamente cercando di nasconderci dietro a qualche auto.
Ma la donna si girò lo stesso.
Annusò l'aria come se fosse a caccia, poi spari in una nuvola nera.
«Sai non è cortese spiare» La donna apparve, qualche secondo dopo, davanti a Vittore.
«Riconoscerei il tuo odore ovunque, mio caro. Ti sei già dimenticato di me?» Vittore ricordò tutto, in quel momento. Tutto quello che aveva fatto con Stefania, e con la “cosa” che aveva di fronte.
«Oh», sospirò...
«Ma vedo che qui è pieno di gente che non conosco.. Piacere sono..» Acuti fischi nelle orecchie rimbombarono poco prima che dicesse il suo nome. Venne verso di me. Messe una di fronte all’altra, noi due ci squadrammo per parecchio tempo. Max e gli altri notarono una straordinaria somiglianza.
Vittore si ricordò brandelli delle sue azioni.
Ecco perché era stato facile per lui, fare sesso con lei, era troppo simile alla sua Arianna.
«Mi sembri familiare, sei per caso...?» la domanda rimase sospesa a mezz'aria attendendo la mia risposta.
Io ero quasi forzata a dirle il mio nome, risposi.
«E' così! Sei Tu! Si! Sorella mia. Tu sei umana... Eppure…. non così completamente.. Ahahahaha » rise di gusto.
No tutto questo era enormemente sbagliato.
«Io non sono tua sorella!» pensavo che scherzasse.
«Non te ne sei accorta? Oh si, che lo sei!» Disse sorridendo la Versiera. Si voltò a far vedere il cerchio bruciato che aveva sulla spalla, identico al mio. Tranne che per il quadrato al suo interno.
«Io non ho sorelle.» Ero scioccata.
«Vedi cara mia, ti confesserò un segreto. » Disse caldamente la Versiera. «Ti ricordi nostra madre? Quella povera derelitta che tu sei andata a salvare qualche giorno fa?»
«Ebbene ha partorito. Si. Ma non una bambina, ma bensì due, gemelle. Ovviamente, io ero più, “particolare”, e nostro padre, ha ovviamente deciso di mandarmi dalle fate. Mentre tu, così umana, ti ha mandato dalla tua razza. E ci hanno entrambe, abbandonato. Dalle fate ho appreso quello che volevo, per vendicarmi un giorno. Poi la mia vita, ha avuto una svolta inaspettata ed eccomi qui.! Sorella. Se tu venissi con me ti potresti vendicare. Vieni con me. » La sua voce era molto convincente.
«Te lo ripeto. Non sono tua sorella. Hai fatto del male a Vic. A me, ai miei amici. La mano nera era la tua?. E per cosa? Per una chiave? Che cos’è che vuoi realmente e cosa ci fai con Stefania?»
«Hai ragione.. Non hai la visione d’insieme e non puoi capire... E poi ti preoccupi di questa tizia che faceva feticci per vederti morta? Un pò mi deludi...Ebbene...Si! Volevo delle cose. Il sangue di un mezzo Dio. Per esempio. Per averlo un guardiano deve generare un figlio con una stirpe di strega. Vittore doveva servire allo scopo»
Il silenzio calò sul gruppo.
« ...Questo significa che Stefania è incinta..?» disse Max sconvolto.
«Ancora per poco, dopo aver estratto il sangue, la farò abortire prima che tutto si veda. Si, sarà una cosa rapida. Ah si! Poi mi serviva la chiave. La prima chiave per il cancello di Arcadia. Grazie per avermela data, mia cara. Il mio capo la voleva incommensurabilmente. Ehm.. E poi ovviamente..»
Un enorme crepaccio si aprì al centro della strada. Fiamme blu lambivano l'asfalto.
«SMETTI DI BLATERALE E RIENTRA»
«Oh è tardi. Devo andare, sorella, ci vediamo presto..»
Una voce profonda e cavernosa arrivò in superficie emettendo tanfi di zolfo. Io, Noemi, Max, Vittore eravamo impotenti e bloccati da una parete invisibile, rimanemmo fermi ad osservare la scena. Un mostro, uscì dal crepaccio, si caricò Stefania sulle spalle e la Versiera li seguì.
Una palla di fuoco bluastro rotolò fuori dal crepaccio, al suo interno, ferito gravemente il vecchio guardiano Pendragon crollò al suolo. La terra si richiuse dopo di loro.
«Ho fatto tutto il possibile, ma qualcuno ha infranto il patto e la mia forza è debole. Prendete la Pergamena. Presto!. Dovete salvarci tutti, altrimenti per questo mondo sarà il caos. Di nuovo.»
Pendragon emise un lungo gemito e poi diventò un minuscolo topolino. Lo riuscì a mettere in borsa e lo portai via. Forse il liquido che avevano trovato nell'antro lo avrebbe aiutato. Avevano decisamente poco tempo.
Da li a poco si sarebbe svolta una battaglia. E tutti ne sarebbero stati coinvolti.
Forse loro ne avrebbero deciso le sorti.
L’allenamento di Pendragon, sarebbe iniziato a breve per ognuno di loro.
Tornammo a casa. Stefania era andata. La chiave era al sicuro. Sua madre era stata salvata e Io avevo una sorella demone, che ovviamente li voleva morti. Ci guardammo affranti l’uno con l’altra. Ci prendemmo per mano.
Aprimmo la pergamena.
C’era un insolita dicitura in latino. Si capiva che era la Toscana, anche se era una mappa di centinaia di anni fa.
Non spiegava granché di nuovo. Noemi gli venne in mente di spruzzarci sopra del limone. Aveva sentito che a volte, alcune persone usavano un inchiostro invisibile agli occhi, ma che si rivelava con un acido.
Piano piano la mappa si sciolse rivelando parte di una storia.
Prometeo il Dio famoso per aver rubato il fuoco a Giove, per far si che gli umani si evolvessero, aveva rubato anche un'altra cosa. Il segreto per la nascita degli Dei.
Alcuni umani avevano dentro il proprio sangue una particella di Divinità, che accesa, li avrebbe fatti mutare in Semi-dii e poi in divinità vere e proprie.
Questo dono era rarissimo e solo un altro Semidio poteva trovarli.
Sulla pergamena era scritto che tra simili si sarebbero riconosciuti, e che le loro famiglie erano tutte della Toscana.
Ma solo quando l’ultimo Dio sarebbe stato vicino alla morte, il loro dono si sarebbe rivelato.
Per accedere alla terra degli Dei, Arcadia, c’erano delle prove da fare, il Guardiano designato, doveva metterli alla prova.
Le tre chiavi che avrebbero aperto le porte di Arcadia erano custodite da creature ancora presenti sulla terra umana.
Tuttavia alcune di esse, potevano essere state soggiogate da un potere malvagio.
C’era un antica forza, che voleva entrare ad Arcadia. Il suo nome era El. Era spietato e inesorabile, un vero demonio, nato dal sangue di mille vergini sacrificate nel nome di Satana. El, voleva entrare ad Arcadia per prendere le creature più infernali, metterle sotto il suo comando e distruggere entrambi i mondi.
A lui e alla sua gente era vietato l’accesso, erano stati banditi da Crono stesso, e il guardiano era lì per ricordarglielo.
Non poteva esistere un Arcadia senza guardiano.
I nomi erano incisi con il sangue sulla pergamena, prima di Pendragon, c’era solo un altro nome.
Ed era quello del padre di Pendragon.
Come avrei potuto equipararmi ad una creatura tale, Io e i miei amici davvero non lo immaginavamo
Qualsiasi cosa sarebbe successa l’avrebbero affrontata insieme. Loro erano i nuovi prescelti. I nuovi guardiani, che adesso avrebbero dovuto sacrificare tutto per addestrarsi, persino l’amore. Per non vedere la terra bruciare, e vedere la luce. Avrebbero sacrificato la loro stessa pelle per proteggere la terra degli Dei. Arcadia.
La porta doveva rimanere chiusa, alle forze del male. Loro dovevano proteggere la loro terra, la loro casa e le loro famiglie. E sarebbero stati l'ultimo baluardo. Pendragon li osservava dalla sua gabbietta in camera di mia
Seduti intorno alla pergamena, che emanava ancora il flebile odore di bruciato. Si guardarono negli occhi.
Io avevo mille domande che mi attanagliavano. Avevo una sorella?
Realmente? La somiglianza era effettivamente tangibile e reale.
Vittore era disgustato da se stesso.
Noemi e Max si stringevano le mani sotto il tavolo preoccupati.
Erano incappati in una faccenda più grande di loro, esplorare un nuovo mondo, fare in modo che rimanesse celato agli occhi. E capire quanta parte di quel mondo già facesse parte del proprio.
Ci sarebbe voluto del tempo.
Pendragon, li avrebbe addestrati contro ciò che stavano per affrontare. Anche se al momento era cattivo solo quanto un topolino può esserlo.
La sua forza magica era quasi esaurita. Ma si sarebbe ripreso. Non era quantificabile in quanto e in quale modo ma ce l’avrebbe fatta a rimettersi in sesto.
A costo della sua morte.
Mi sfiorai il marchio, la prima bruciatura era quasi scomparsa.
Per tutti questi anni mi era domandata a che cosa fosse dovuta
Presi l’anello da naso della Batuffa, dalla borsa logora e macchiata dal sangue di Vic.
Mi alzai, andai allo specchio. Appoggiai l’anello alla vecchia cicatrice. Combaciava perfettamente.
Rigirai l’anello nelle mie mani e me lo misi al polso, come bracciale.
Io avevo ancora la chiave e dopotutto non era ancora nulla perduto.
Capitolo 14
La fine.
Era passata una settimana
I Lunghi capelli neri ricadevano folti sul cuscino, il sole mi illuminava parzialmente parti di pelle, esposte ai raggi mattutini. Le lunghe ciglia si alzarono, e sotto dei sorprendi occhi azzurri, freddi come il ghiaccio, ne fecero capolino.
Presi le coperte e uscii da sotto le lenzuola, il letto era disfatto come se avessi preso parte ad una lotta. Il cuscino era spostato sullo scrimolo opposto, quasi in pendenza, come se cercasse un aiuto per uscirne illeso.
Lo presi stringendolo e riportandolo al suo posto centrale, lo sprimacciai un po’ e lo coprii con il resto delle lenzuola.
Detti da mangiare a Pendragon , il topino, che disvegliava sono per bere e per mangiare.
M’infilai i pantaloni neri e una canotta, e mi diressi verso il bagno. La prima persona che incontrai fu, mia madre, con i lunghi capelli biondi che si arricciavano al vento, che trafficava alacremente con una borsa piena di documenti, «Buon Giorno Tesoro» mi disse e poi «Hai dormito?». Io ero ancora troppo addormentata per parlare a qualsiasi essere vivente, l’unico a cui concedevo qualche imprecazione, di tanto in tanto, era il gatto Trillo, che in assenza dei miei genitori veniva sporadicamente a svegliarmi alle sei di mattina, con inusuali testate e sonore fusa.
In bagno, mi spogliai, e riempii quasi completamente il lavandino, e poi immersi la faccia nell’acqua gelida, dopo di che tirai su la testa, e lasciai che le gocce di acqua, mi colassero addosso, presi una buona dose di sapone detergente e mi pulii vigorosamente il viso, fino a formare uno strato alto di quasi un centimetro di schiuma e poi immersi di nuovo il viso nell’acqua, svuotai il lavandino e cominciai a lavarmi i denti. Osservavo il mio pallido riflesso gocciolante allo specchio e guardai le punte dei miei capelli, un taglio presto sarebbe stato d’obbligo. Poi mi toccai la spalla , dove era il marchio. Feci una smorfia di dolore e sbuffai.
Qualcuno inizio a bussare alla porta del bagno«Se sua maestà è pronta, la colazione è in tavola». Mio padre in modo scherzoso mi diceva di muovermi. Allora sputai tutto il dentifricio rimasto, presi l’asciugamano, accesi l’asciugacapelli e mi sistemai la frangia, diedi delle vigorose spazzolate alla chioma mora e mi rivestii.
Al tavolo era presenti più o meno tutti: mio padre era stranamente elegante, leggeva alcune notizie sul cellulare,
«…di nuovo un omicidio» sospirò.
Mia madre mi sussurro’ in un orecchio che oggi aveva un appuntamento importante, ci guardammo e sorridemmo. Mi versai nel piatto blu, una copiosa porzione di bacon con del bianco d’uovo, e presi il succo d’arancia, ma Lidia mi tolse il bicchiere di mano e mi diede la tazza con il cappuccino. «Lo sai». Non toccai quasi nulla del patto e presi con entrambi le mani la tazza e diedi dei lunghi sorsi. Vic si voltò a guardarmi.
La mia allergia era fastidiosa.
Mio padre si alzò e si accomiatò da noi.
Cinse la vita di sua moglie, gli diede un bacio sulla guancia e raccolse la borsa dei documenti che gli aveva preparato, gli diede una rapida occhiata poi, passo a scarmigliare i capelli di Vic e quelli miei.
Vic si alzò ridendo e si diresse verso la sua stanza, anche io feci un sorriso, poi presi il piatto blu e buttai gli avanzi nel cestino, presi delle fette di pane bianco e lo riempì con delle formaggio fuso Inglese e del pecorino Toscano. Poi le avvolsi ben bene nella carta, presi un sacchetto di plastica con la chiusura salva freschezza e un succo di frutta. Sul ripiano della mensola c’era un cornetto alla marmellata, che diceva “ mangiami mangiami”, rimasto in caldo dalla colazione, gli diedi un morso e con il resto che ancora mi sporgeva dalla bocca me ne andai in camera .
Mi tolsi il top e i pantaloni, presi un top rosso e la gonna a pantalone, mi rimisi il bracciale e gli stivaletti in pelle traforata. Poi mi diedi due gocce di profumo e la passata per capelli rossa.
Feci in modo di nascondere le mie gambe dalla vista di Vic, che trovai, sulla porta, per accompagnarmi alla macchina.
I sedili scaldati dal sole erano piacevoli al tatto, Vittore emanava un forte odore di sandalo con note di mandarino speziato, era molto rilassante. «Com’è che mi porti tu, stamani?» chiese
«Il meteo dice che oggi verso l’una, pioverà, e non voglio che ti ammali!» rispose in modo quasi canzonatorio Vic.
Lo guardai dondolando la testa di lato, facendo il broncio.«Si, esatto e non farmi gli occhi da cucciola, data la tua ultima scorribanda di ieri sera, sono costretto a tenerti sott’occhio».
«Ma quale scorribanda? Sono solo andata a ballare».
«Sei tornata alle cinque e puzzavi terribilmente di alcool».
«Ma poi mi sono fatta una doccia».
«E difatti non abbiamo avuto l’acqua calda stamani. Comportati in modo normale».
« …. Nah. Io non sono normale».
“Si, ma non spifferiamolo ai quattro venti, ti spiace? Guarda che usare i tuoi poteri psichici, o come vuoi chiamarli, deve rimanere un segreto».
«Lo so, lo so. Ma alla fine, so alzare qualche zolletta di terra e “vedere” qualche animale strano. che vuoi che sia?... Certo..; qualche centinaio di anni fa mi avrebbero dato della pazza, e bruciato sul rogo, come minimo. O oppure mi avrebbero rinchiuso in qualche manicomio, adesso invece...»
«L’opzione del manicomio, c’è sempre, si chiama istituto correttivo ma c’è…Sei fortunata che i Canzonieri ti abbiano trovato»
«Hanno preso anche te» dissi.
«Ma io sono carino e coccoloso»
L’auto sfrecciò all’angolo della collegiata, degli studenti stavano arrivando a piedi da diverse parti.
Vittore aprì il finestrino e l’aria era cambiata si sentiva l’elettricità addensarsi e le prime gocce di pioggia già cadevano dal cielo. Io guardai le nuvole sopra le nostre teste , presi lo zaino salutò Vic.
«Ritorno a prenderti per l’una».
Pensavo.
Stanotte ero uscita. Avevo fatto di nuovo quell’incubo. E quindi avevo chiesto a Diego di andare a ballare, ma dato che reggo l’alcol, come se fossi una bimba di due anni, m’e bastato mezzo bicchiere di spumante per ubriacarmi.
Il ciondolo aveva cominciato a brillare.
E mi aveva portato alle case delle fate che avevo costruito da piccola.
Qui abitava Anselv, la mia fata protettrice. Non la vedevo che una volta l’anno.
E sarebbe stato domani.
Quindi non capivo il senso.
Ad un certo punto mi alzai senti subito che qualcosa di diverso era accaduto stanotte, i soliti spiritelli che abitavano nel mio giardino, che solo io vedevo, stamani erano ancora chiusi nelle loro case, e quando provai a tamburellare alla porta, un impaurita fiammella blu mi danzò davanti gli occhi, facendo dei gridolini incomprensibili, poi richiuse la porta.
«Accidenti, siamo un pò acidi, oggi eh?»
Mi appoggiai per terra e aspettai che le piccole fate uscissero dalle casette. La fata Anselv, sua più vecchia conoscente uscì molto preoccupata.
«Mia signora, è successo qualcosa?»
«Mi dispiace disturbarti, ho auto uno strano incubo, diverso dal solito, va tutto bene nel vostro mondo?»
«L’avrei informata io stessa domani, ma qualcosa che non dovrebbero essere in questo mondo, vive, adesso qui. Qualcuno che gioca con le vite dei mortali, qualcuno chiamato per fare del male, stia attenta.
Ah bene “ commentai.. Domani ho da raccontarti tante cose.
Anselv mi diede un braccialetto a fiore protettivo.
Che avevo indossato quella stessa mattina.
Entrai dal corridoio sud, proprio dietro la palestra, e in prossimità della porta, e li che notai delle tracce di sangue, erano alquanto impercettibili, ma le notai comunque. Feci finta di nulla e dato che prime due ore sarebbero state di educazione fisica, e andai nello spogliatoio.
Cominciarono ad affluire altre ragazze mentre, i maschi stavano entrando nell’altro spogliatoio, Appoggiai la testa alla parete e inspirai, l’aria era dolciastra, un acre odore di legno marcio e acetone aleggiava nello spogliatoio. Misi lo zaino sulla panchina e uscii subito perché quell’odore mi provocava uno strano prurito al naso e avevo iniziato a starnutire a raffica, così ero uscita immediatamente credendo che fosse colpa della solita allergia alla polvere, ma questo odore era diverso. Calmai il mio battito e annusai intensamente l’aria, appoggiai la fronte alla finestra, e sentì la traccia dello stesso sangue che avevo visto fuori.
Due ragazze mi passarono accanto, entrando nello spogliatoio.
«L’hai vista quest’anno Jessica?»
«Si, con quei capelli, ma dove crede di andare»
«E quella storia su la sua avventura estiva? Io non ci credo nemmeno se lo vedo...» la ragazza andò verso la porta del bagno, l’aprì e qualcosa rotolò ai suoi piedi.
Un corpo umano, un giovane ragazzo.
Le urla agghiaccianti fecero voltare i presenti e accorrere il resto della scuola. Io rimasi lì ad osservare come catatonica tutti gli eventi, che mi accadevano davanti, qualcuno mi spostò e mi portò via.
Molte ragazze cominciarono a piangere e cominciarono i primi casi di isteria collettiva.
I rumori delle sirene, avevano comunque, assembrato una marea di studenti, curiosi e per cui furono tutti rinchiusi nella palestra come si faceva durante le assemblee.
Max mi trascinò via, la vibrazione di un cellulare mi risvegliò di colpo. Mi toccai le tasche della giacca e cercai il mio cellulare, ma mi resi conto che era rimasto nello zaino nello spogliatoio.
Durante l’assembramento il preside nominò uno psicologo, a cui i ragazzi potevano fare riferimento per qualsiasi problema. Io e Max ci guardammo preoccupati, mentre lo psicologo elargiva perle di saggezza sulla catarsi e il lasciar fluire il dolore, e noi due ci spostammo verso il muro più lontano dove trovarono uno studente che stava sbadigliando in fondo alla palestra e rispose ad una telefonata o almeno così sembrava. Poco dopo tutti i cellulari come se fossero un stonata sintonia iniziarono a suonare, prima da un punto e poi dall’altro della palestra.
Il preside infatti aveva mandato un messaggio a tutti i genitori sulla sospensione delle attività settimanali causa la morte di una persona all’interno dell’edificio.
Dato che non aveva ne specificato ne chi, ne cosa era accaduto, i genitori o i tutori che avevano potuto si erano precipitati lì.
Sembrava tutto irreale.
I genitori preoccupati stavano iniziando a chiamare i propri figli, che sarebbero potuti uscire solo quando la polizia se n’era andata e li avevano informati dei fatti. Lidia, Dario e Vittore erano fuori dalla cancellata della scuola insieme ad altri genitori, e si guardavano preoccupati. Io non potevo raggiungere il mio cellulare, nel mio zaino, quindi chiese a Max di fargli fare una telefonata.
«Chi è? Amore ciao, Stai bene? Di chi è questo cellulare?» Rispose Dario
“Si babbo, di Max, un mio amico, hanno trovato un cadavere in palestra, però non so chi sia, ho il cellulare nello Zaino e lo zaino è nello spogliatoio in palestra, quindi ...»
«Va bene non preoccuparti, appena avranno finito vedrai che potrai riprenderlo, non è importante per adesso, sappi che noi siamo qui fuori.»
«AH, ma io sto bene, potevate stare a casa..Okay, a presto» Chiusi la telefonata e consegnai il cellulare a Max, ringraziandolo.
All’improvviso dovevo andare in bagno, quindi sgattaiolai nello spogliatoio. La polizia era occupata a guardare fuori dalla porta e l’unica guardia, vicino alla porta, stava osservando delle immagini sul cellulare. Lo spogliatoio era stranamente in penombra e ci misi qualche millesimo di secondo per rendermi conto che il cadavere era ancora lì, lo avevano coperto con un telo ma non del tutto, sull’avambraccio destro si scorgevano i segni di una strana infezione, un articolata venatura verde scura che attraversava tutta la pelle, Alzai leggermente il telo, mentre la tasca superiore del mio zaino si illuminava ritmicamente; la pelle del viso era contorta in una strana smorfia di dolore e anche se non vi erano tracce di ferite profonde, il cadavere pareva esangue. La pelle era rialzata come se fosse diventata una specie di corteccia, le unghie avevano strane escrescenze. Una volta girata la testa, vidi un enorme morso al di sotto della gola, che gli arrivava fino alla clavicola. Qualcosa però si muoveva, dentro la ferita, al di sotto dei brandelli di carne e stoffa lacerati, Presi un bastoncino di legno che era li vicino e provai ad alzarlo. Una grossa larva stava costruendo il nido, come se si trovasse proprio dentro una corteccia di un albero. Al contatto con il sangue anche il bastoncino che avevo in mano si mosse e io lo gettai immediatamente a terra. Ricoprii il corpo con il lenzuolo, presi il mio zaino, con il cellulare . Aspettai che la guardia si fosse voltata dall’altro lato per scivolare di nuovo fuori dallo spogliatoio. Girato l’angolo mi scontrai con uno studente, Che cercava di fare due foto. La guardia ci becco’ e ritornammo in palestra. Dato che ne avevamo ancora per un ora, mi misi a giocherellare con il portachiavi di Sesshomaru, Max me lo strappò dalle mani, ma mentre cercava di giocarci, gli volò vicino ad altri studenti. Un giovane ragazzo asiatico che era seduto da solo nell’angolo lo raccolse, Io corsi a riprenderlo.
«Sesshoumaru?»
«Si, é mio ah.. Tu sei Ren? Giusto?»
Ren Mansaku, uno studente internazionale dal Giappone era venuto per stare qualche mese in Italia come scambio culturale, mi fissò per qualche istante.
«Canzonieri seduta»
Il preside mi aveva rimproverato davanti a tutti e poi indicando Max, «Anche lei»
Mi sedetti accanto a Ren. Era simpatico, cordiale, timido e aveva un bel sorriso.
«Scusa, ma.. quello è il tuo ragazzo?»
Guardai dove il dito di Ren indicava, Max aveva la testa di lato e li fissava curioso.
«No, no, è un mio amico di classe, io non ho un ragazzo»
«Davvero?? Per caso… ti piace la cultura Giapponese? Potremmo parlarne qualche volta davanti un piatto di Ramen»
«Oh , si, Si! Certo lo adoro»
Presi il suo cellulare e scannerizzai il codice per whatsapp,
«Cosi possiamo parlare»
Ren, fece un enorme sorriso e poi con i pugni chiusi in segno di felicita, inchino un pò la testa e sussurrò «Arigato»
La grande campana dell’atrio suono, era il segnale che potevamo uscire, Max alzò lo sguardo al cielo e con muta felicità si alzo dal pavimento. Fece un segno d’assenzo verso di me e sorrise in maniera benevola a Ren.
«Allora cosa hai deciso di fare, vieni con me?»
Varcai la porta esterna, della scuola, e mi trovai tutta la famiglia la completo che mi aspettava. Lidia chiedeva alle altre mamme che cosa era accaduto. Dario la cercava tra la folla e quando la vide gli sorrise facendo due pollici in alto.
«Allora, che cosa è successo?» Fece Dario.
«Ah.. C’è stato una specie di omicidio a scuola, un ragazzo è stato trovato morto negli spogliatoi, e quindi siamo usciti»
«Un ragazzo, chi? Come?» Fece Vittore.
«Era un maschio bianco sulla ventina, non so chi sia , ne perché fosse lì, non è un alunno della scuola, sembrava più grande…»
Dario alzò la testa e lanciò un occhiata a Lidia, che avanzò verso di lei.
«Devo assolutamente farti smettere di guardare quei film polizieschi »
«Come lo ha visto?» Fece Dario.
«Io ero li, ero in palestra, dovevamo avere una lezione. Ho appoggiato il mio zaino qualche minuto prima che le ragazze cominciassero a urlare. Ero uscita subito perché non si respirava nello spogliatoio c’era un tanfo infernale. Le ragazze che l’anno trovato sono entrate subito dopo di me, io ho sentito solo il tonfo a terra. Quando sono tornata nello spogliatoio, il corpo era nei bagni, per terra, non c’era sangue ma aveva un enorme pezzo di carne strappato proprio sotto il collo e un altro morso qui, all’altezza del cuore, ma la cosa strana è che le sue vene erano nere, aveva una sorta di tattoo lungo tutto il morso e pezzi della sua pelle erano così accartocciati che pareva, corteccia di albero e volete sapere una tra cosa… c’erano delle Larve, sotto la sua pelle. Attaccate ad una sostanza viscida …»
Vittore Lidia e Dario erano fermi immobili, mi fissavano mentre ragionavo, vedendo i loro occhi sgranati si fermo e «…ma certe cose è meglio parlarne a casa, vero?»
Lidia fece un grosso respiro e si struscio l’occhio destro, poi fece un largo sorriso e senza smettere di sorridere prese Vittore e Dario per i bracci e li spinse verso la macchina.
«Andiamo a casa»
«Beh fortunatamente c’era Max con me.»
Ma nessuno disse una parola fino a casa. Cenarono guardando la tv e ascoltando la notizia al telegiornale. Lidia mi accarezzò tutto il tempo, come un gatto, sul divano poi verso le undici di sera, spensero le luci e andammo dormire.
Di nuovo un sogno.
La brocca d’oro era accanto ai suoi piedi, vedeva annebbiato, la testa sembrava star meglio, le catene che aveva portato non c’erano più, i segni suoi polsi oramai erano scomparsi sulla pelle. Poi un lampo viola e un altro posto, un giardino, mani che si toccano , una persona che ride, un ragazzo, sembra tutto così tranquillo, poi negli occhiali di lui, vedo degli occhi luminosi e viola, gli occhiali a terra sporchi di sangue …
Di nuovo. Un dannatissimo incubo.
Mi svegliai con la bruciatura sulla spalla destra, quella a forma circolare, che mi faceva molto male. Mi alzai e andai allo specchio. Io senti lo stomaco stringersi. Dovevo sicuramente sembrare pazza, gli occhi cerchiati di nero, i capelli in disordine, strinsi più forte le mani intorno al mio corpo. Lidia dal salotto, mi comunicava che la scuola veniva chiusa oggi. Io guardavo distrattamente il cellulare. Poi abbassai la testa sul cuscino.
L’edizione del TG mattutino, comunicò che la sera prima il ragazzo era stato visto passeggiare con una ragazza, e che la stavano cercando.
Presi una carota cruda e me la misi in bocca e ascoltai attentamente, Poi presi il mio laptop, e cercai il video per intero .
Riguardando il video, mostrato al TG sul computer, quel volto mi ricordava molto qualcosa che avevo visto nel sogno quella stessa notte.
«Mamma devo cambiare le lenzuola, le altre sono già asciutte? »
«Si.. Hai avuto un altro incubo?»
Annuii brevemente, Lidia mi passò accanto accarezzandomi la testa
«Vuoi che rimanga a casa oggi?» mi disse.
«No Grazie, non importa, ma posso chiamare Noemi? Lei ieri non c’era e …»
Lidia sorrise e non mi fece finire la frase, «Certo, tanto, siamo tutti fuori, fino ad oggi pomeriggio, se vuoi mangiare a pranzo ci sono le polpette nel frigo, basta che le riscaldi, riposati»
Presi il mio bicchiere di latte, un libro e con la coperta in terra mi misi a sedere accanto alla casa delle Fate.
«Mia signora, siamo venute a conoscenza dell’essere che è scappato dal nostro mondo, è una fata oscura. Una fata che si nutre del sangue e dell’anima degli umani»
«Sapete come rintracciarla, dove si trova, perché lo fa?»
«E’ stata chiamata da qualcuno, ma non saprei dire chi.. qualsiasi essere umano è in pericolo.»
Il campanello della porta principale squillò , e io feci cenno ad Anselv di rientrare, quando vado ad aprire Noemi è li nel suo solito completo bianco.
«Quindi fammi capire, ti lascio un giorno, e c’è un omicidio. bellissimo. Quando sparirò mezza settimana perché vado in fiera con babbo che succederà, un attacco nucleare?»
«Ci sta’, dai, entra»
Noemi entrò piano e in silenzio si guardò intorno sporgendosi addirittura dallo stipite della porta del soggiorno «Salve,»
«Non c’è nessuno»
Parlammo un bel po’ fino a che il clacson dell’auto del padre di Noemi, non ci interruppe.
«Che facciamo con Stefania ?»
«Se magari troviamo questa fata oscura, troviamo anche lei.»
Noemi se ne andò.
Anche se avevo la chiave avevo uno strano presentimento, su quello che avrei dovuto passare.
Cenammo tranquillamente e andammo a letto, ma non riuscivo a prendere sonno.
Mi sedetti al tavolo, di notte, a prendere un bicchiere di latte.
Mio padre entrò, in soggiorno.
«Che c’è che ti preoccupa?»
«Non lo so…»
Gli raccontai un po’ di quello che era successo.
« Quando io non capisco perché un progetto non funziona, vado a ripartire da capo, e capisco il mio errore. Sciolgo il nodo. E ricomincio»
«Quindi cosa mi consigli di fare?»
«Hai detto vi hanno chiamati - guardiani- ma da dove nasce e come?»
Non ci avevo riflettuto abbastanza. Dario, mio padre aveva ragione.
«Un altra cosa ho trovato interessante, i tridenti di Volterra accesi. Sai a chi ho pensato?»
«No»
«Ti ricordi la fiaba del principe etrusco?»
«Non proprio…»
Dario prese un libro e la lesse.
Il principe etrusco
“Tanti anni fa,
Nel regno d’ Esperia c’era una bellissimo principe.
Il principe era valoroso e fiero, suo padre però era molto malato, e cosi quando il regno fu attaccato, egli andò in battaglia per sconfiggere un oscuro re vicino.La battaglia fu molto lunga e ci volsero vollero 5 anni, ma stranamente non affrontò mai il re di persona.
Quando tornò vittorioso, però, suo padre, ancora in vita, lo mandò in un un’altra battaglia.
Questa volta fu contro l’isola vicina, la ricca Atlantide.
Il principe combatté e combatté fino ad arrivare alle porte, della sala del trono.
Quando un un’abile spadaccina, con uno stratagemma, riuscì a sconfiggerlo, togliendogli la spada.
A qual punto entrambi si tolsero l’elmo, e come una scintilla di fuoco, le loro anime si toccarono.
S’innamorarono perdutamente.
Altea era la principessa di Atlantide e Tosco era il principe dell’Esperia.
Se fossero stati uniti, avrebbero portato conoscenza e prosperità alle loro terre.
Così, cessarono le ostilità e Altea fu data in sposa a Tosco.
Ci furono grandi festeggiamenti per il matrimonio e alcune divinità, scesero in terra per benedire l’unione dei due Regni.
Fecero tre bellissimi bambini e Poseidone, il Dio del mare, donò a loro tre Poteri poteri magici:
Fuoco, Acqua, e Aria, che avrebbero potuto usare dalla maggiore età in poi.
I tre bambini crescevano amati e adorati da tutti i popoli. Tuttavia, al loro decimo anno di età, il re Oscuro oscuro tornò ad attaccare.
Stavolta con intere flotte di guerrieri e sterminò Esperia, uccidendo il re Tosco. Che si immolò per distruggere una parte dell’'armata, nel porto vicino.
Tuttavia, il re oscuro arrivò fino ai cancelli dorati di Atlantide, dove si erano rifugiati, in un ultimo disperato tentativo, le truppe private della regina Altea, cercando di proteggere la famiglia reale ad ogni costo.
Ma tre fecce avvelenate colpirono, i bambini, e tutti e tre morirono, in braccio alla loro madre.
Il re oscuro, era potente, malvagio e aveva in se l’aiuto di divinità inesorabili, come il Dio Ade e la sua schiera di segugi infernali.
Altea, in un ultimo spiraglio di vita, aprì la mela d’oro donatale da Atena la dea della caccia, e il re
oscuro vi fu risucchiato all’interno, insieme a tutti i suoi fedeli e malvagi servitori.
Poseidone in lacrime fece sprofondare Atlantide e creò una tomba imperitura di acqua per i
valorosi combattenti e il loro tesoro, maledetto.
Così che la mela andasse dimenticata e perduta e tutte le malvagità al suo interno nascoste al mondo. Il principe etrusco, re Tosco, fu l’unica salma ad essere seppellita in terra di Esperia, con il tridente di Poseidone, a proteggerlo per l’eternità.
Ultimo frangente di magia in terra, se il male sarebbe tornato.
Dario mi aveva raccontato questa storia quando avevo cinque anni.
La mela, il re oscuro, la terra scomparsa, i poteri… non poteva essere solo una fortuita coincidenza.
La mela che avevamo trovato si era aperta, non poteva essere “ quella mela”
Dovevo parlare con l’homo selvatico.
Vittore bussò sul tavolo.Oramai era giorno.
« Heyla! Tutto bene?»
Gli raccontai la storia
«Va beh, ma ora devi andare a scuola»
«Tu non vieni?»
“Oggi sono in riunione con il Comitato studentesco, quindi arriverò più tardi, prendi il motorino”
Dario e Lidia mi avevano preso una vespa elettrica color carta da zucchero, ma tutte le volte che provavo a prenderla, tutti, inspiegabilmente volevamo accompagnarmi in auto.
Arrivai a scuola in un lampo. Mi piaceva essere indipendente, avere il vento tra i capelli e quella sensazione di sollievo che ti fa guidare più veloce.
Trovai Noemi e Max ad aspettarmi al cancello
«Senti ma se oggi c’è ne andiamo in biblioteca?»
«Bah sono gli ultimi giù perché no?»
Mentre , noi tre camminavamo verso la Biblioteca, Io e Noemi parlavano delle possibili lezioni che ci sarebbero toccate per l’estate. Max ci ascoltava in silenzio e ci osservava.
Un libro sui vulcani attirò la sua attenzione, quindi si mise seduto e cominciò a leggere, estraniandosi dal mondo.
«E’ da sette anni che va avanti così, Arianna, dopo che mio nonno è sparito nel nulla, puntualmente per l’anniversario della sua morte questo lupo gigante fa la sua apparizione nel giardino a mezzanotte. Nel frattempo abbiamo avuto anche altre preoccupazioni, mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti di nuovo qui. Poi mio padre ha iniziato a stare male e.. Ma tu piuttosto questa storia del “fratello” raccontami.»
Arianna alzò la testa « Sette anni... in sette anni nessuno si è preoccupato del lupo?»
Noemi si mise a ridere «Certo, abbiamo chiamato la protezione animali, ma pare che i volontari non abbiano trovato nulla, nemmeno le impronte... e poi invece ,era mio nonno, ma sento che abbiamo cambiato argomento, quindi dovrò sorvolare sul tuo fratellastro?»
«Quello che c’è da sapere, è semplice, suo padre è morto, sua madre l’ha lasciato da noi quando aveva dieci anni e i miei hanno deciso di fargli una stanza tutta sua e mettere regole severissime tra di noi, nessuno può entrare nella stanza dell’altro e viceversa, anche se ultimamente le cose sono parecchio cambiate.»
Tornammo a casa.
Con la coda dell’ occhio vidi Vittore in salotto che muoveva le mani a caso.
Stava rigirandosi sul divano, quando uno sbuffo di polvere del caminetto mi investì in pieno. tossii e guardai Vic, che stava immobile accanto al caminetto con gli occhi sbarrati.
«Hey, che succede?»
Lui mi indicò un piccolo mulinello di polvere che si muoveva su sue indicazioni. Io guardavo meravigliata la scena.
« Da quanto tempo riesci a farlo?»
Vittore, con un filo di voce e gli occhi sgranati, rispose «Mi sto allenando a controllarlo.»
Arianna cominciò a camminare su e giù per la stanza.
«Si, l’allenamento dovremmo proprio iniziarlo»
“Del ventolino, posso fare il ventolino», Ripeteva Vic, continuando a muovere il dito circolarmente ... «Perché?»
«Cosa?» Dissi.
«Perché a me?»
«Non lo so, forse perché hai un marchio.»
«Ma con te non è successo nulla»
«Forse perché io avevo già i poteri»
«Lo sapevo che prima o poi mi avresti infilato in questa storia, me lo sentivo..» Rispose seccato Vittore. «Adesso guardami… so fare il vento... utilissimo nelle giornate afose, ma che razza di potere è?»
«Beh ,nemmeno io all’inizio sapevo fare grandi cose, ti ricordi? Al massimo costruivo percorsi per le formiche, e invece guardami ora, riesco a far tornare una scalinata nuova. Creo muri. Magari boh, tra un pò potresti fare una tempesta...»
«Col ventolino...»
«Si, chi può dirlo..»
«Ma per favore, al massimo mi ci asciugo i capelli» rispose Vic seccato.
“Vedi è già una cosa positiva, io non posso asciugarmi i capelli con la terra..» sorrisi.
«O forse potrei...» guardando l’orlo della mia gonna «Divertirmi un pò» La mia gonna si alzò di qualche centimetro, ma la tirai giù alla svelta e mi levai dalla sua portata.
«Ah ha ha, fortuna che sei ancora troppo inesperto» saltellai sulla sedia accanto a lui incrociando le gambe e tirando fuori dallo zaino il libro di Noemi. Lo sventolai di fronte a Vittore.
«Forse qui troveremo qualche spiegazione»
«Che diavolo è?» Chiese Vic.
«E’ il libro delle leggende del nonno di Noemi. quell’uomo ha descritto alcune delle creature che io vedevo da piccola e che vedo tutt’ora. Magari può esserci d’aiuto.»
Le creature mitologiche descritte erano più di cinquanta, alcune più di altre, le avevo viste durante la mia adolescenza.
Anche se le altre persone non le vedevano, io riuscivo a farlo. A meno che non si mostrassero del tutto agli umani, come i fuochi fatui.
Vittore rimase ovviamente impressionato dalla leggenda della divinità del Vento.
Ovviamente era l’unica che gli interessasse al momento.
Narrava di un Etrusco talmente bello , che avesse sposato una Principessa Atlantidea e che insieme a lei, avessero generato tre figli. Per festeggiare l’evento Poseidone in persona, scese sulla terra e come dono diede dei poteri ai tre bambini, la femmina mezzana, comandava l’acqua, come la madre, mentre agli altri due maschi il fuoco e l’aria.
Il Re degli inferi geloso di questi doni, li uccise e bagnò la terrà del loro sangue mentre i loro poteri li rinchiuse in sfere e li nascose nel cuore dell’ Esperia.
Madre Natura la madre del principe, combatté contro il Re e i demoni del mondo oscuro , e lo ricacciò nel mondo “sotterraneo.” Vinta la battaglia. Per impedirgli di tornare nel mondo umano, Creò tre cancelli e quattro chiavi,
Un cancello del regno di Nethus
Un cancello del regno di Laran
Un cancello del regno di Tinia
Una porta costruita con la sua stessa essenza che era un ultimo passaggio e il primo cancello verso la terra di Arcadia
Il luogo dove tutte le creature leggendarie per gli umani vivevano in pace.
Poi stremata mise una delle sue creature a guardia il suo figlio maggiore, dette il potere della terra. Poi creò l’amuleto dei sette sigilli, che avrebbe richiamato a se i poteri delle sfere e li avrebbe dati ai Guardiani per sorvegliare e rinchiudere il re degli inferi se si fosse liberato dalla prigionia”
Questo doveva essere il continuo del racconto di suo padre.
Quindi il re oscuro era il re degli inferi e Pendragon, era il nipote di Madre Natura, e io? E i cancelli? Tinia? Non era la creatura che aveva incontrato Noemi e Max?
E la chiave era quella che avevo io?
E Stefania in che mondo era?
«Vedo che parlate della leggenda?»
«Ah babbo ciao , si.»
«Forse ho un indizio in più.»
Dario prese il libro e rilesse la leggenda. «Ecco qua, allora forse ne so qualcosa di più, Dal paese da cui provengo, si dice ci sia una delle porte degli inferi, chi ci va’ non ne fa più ritorno, nemmeno gli scalatori esperti, ne hanno trovato la fine, tuttavia solo l’eletto, colui che riuscirà a sopravvivere nella caverna troverà la vera mela d’oro.. Che io sappia nessuno ha mai trovato mele d’oro in quel sudicio paesello, ma se la leggenda fosse vera, voi due potreste trovarla.»
Lidia entrò nella stanza.
«Ma tesoro così manderai nostra figlia a morte certa»
«Credo che il suo destino, sia molto diverso dal nostro, se è uno dei guardiani, anche volendo, non possiamo farci nulla. Lo sapevamo che era speciale, non sapevamo quanto»
«E io?» disse Vittore
«Se sei stato scelto, è tuo dovere stare con lei e proteggerla. Vittore non voglio spiegare a tua madre che suo figlio si è cacciato nei guai, quindi dovete stare, molto, attenti»
Vittore stava dormendo, il suo sogno era agitato, da quando aveva ricevuto i poteri, si ricordava cose del suo passato che aveva dimenticato.
Dopo la notte della morte di suo padre. Dopo che la polizia era andata via, sua madre era rimasta in piedi sul portone di casa e poi era uscita la mattina stessa. Gli aveva detto di rimanere in casa, e lui l’aveva fatto, ma erano passate diverse ore; poi, giorni. Durante la notte, lui era rimasto da solo e così anche la notte successiva. Aveva sentito dei rumori, aveva chiamato sua madre ma “nessuno aveva risposto. Era terrorizzato, aveva pensato che sarebbe rimasto lì a morire da solo, come papà. Ma lei non era mai tornata.
La mamma gli aveva detto che suo padre era morto, da solo, in macchina, e che l’ultima cosa che aveva visto era l’oscurità. Una cosa un pò troppo deprimente da dire a un bambino piccolo, ma in qualche modo, da qual momento non aveva più voluto la luce spenta, poi c’erano stati dei fulmini e la corrente era saltata e ed era ancora da solo in quella casa e cominciò a urlare a chiamare la mamma, ma non rispose nessuno. Qualche ora più tardi mentre era nascosto da i suoi pupazzi luminescenti, vide una luce alla finestra, un calda e gentile luce di candela, veniva verso di lui. La persona che teneva quella luce era Dario.
Lo prese tra le braccia e lo portò via da quell’oscurità
Quando era entrato, per la prima volta nella casa dei Canzonieri, c’era lei, Arianna di fronte al camino, illuminata da una luce che nemmeno lui, avrebbe saputo spiegare, e la luce danzava con lei e la seguiva in ogni cosa che lei facesse, così, in quel momento lei divenne la sua luce.
Stefania era distesa su un abisso. Non pareva ferita. Una voce alle sue spalle parlò
«Con me sei al sicuro…»
Lei un lungo vestito di seta grigio, il ragazzo che era al suo fianco, aveva freddi occhi azzurri e un bel viso, e il suo corpo era stato decisamente scolpito dalla palestra, l’unica pecca era la lunga cicatrice a spirare che aveva sulla sua mano destra. La guardava come un gatto guarda il topo, ma a lei non importava, voleva capire dove era e come uscire di lì.
«Piacere sono Gerome un negromante »
« E cosa vorresti da me»
« Nulla ma c’è qualcosa che non dovresti avere»
Gerome appoggiò la mano sul ventre di Stefania, e un un lancinante dolore piegò la ragazza in due.
«Va’ a quella pozza curativa e lavati, vedrai che poi starai meglio.»
Stefania dolorante s’immerse.
L’acqua ambrata di tinse di sangue, ma il dolore stava svanendo.
«Perché mi aiuti?»
«Voglio uscire di qui, quanto te, ma non posso da solo. »
Mi svegliai madida di sudore, il cuscino a forma di lupo era caduto dal letto, e mi osservava dal tappeto. La cicatrice continuava a bruciarmi . Chiusi gli occhi e lo sentì di nuovo, il canto della caverna dalle acque sorgive, lo strano bagliore che rifletteva sulle pareti. Gettai i vestiti e andai a farsi una doccia fredda. Poi presi il cellulare e con l’asciugamano in testa andai, in pigiama, a scrivere sul cellulare .
La musica dei BTS, in sottofondo emise un ronzio e la batteria del cellulare, dopo aver espresso due lunghi suoni, cessò di esistere. Noemi fece un profondo respiro, bevve l’ultimo sorso di cappuccino come se fosse stato dell’alcool.
«In fondo ti capisco, forse anche io dovrei parlarti di una cosa. Otto anni fa, lo sai mio nonno è scomparso. Lui, lo conosci parlava di lupi, fate , ci ha cresciute raccontando tutte le leggende, tu ne andavi matta ti ricordi? Lui aveva questa…ossessione per il bosco nero. Quando è scomparso l’ultima persona l’ha visto inoltrarsi proprio lì. Da li ogni sera…»
«Si, c’era un lupo nel tuo giardino»
«Esatto e lui diceva sempre di non avere paura di loro, perché mio nonno, mi ripeteva sempre una cosa, io non dovrò mai avere paura dei lupi, perché nel nostro sangue c’è un“antica traccia della stirpe della luna. E poi mi ha dato questo.»
Noemi si aprì la maglia e sotto di essa la collana con la testa di lupo riluceva, le gocce di rubino che formavano il pendaglio splendevano a contrasto con la pelle di Noemi.
«E se ti dicessi che alcune delle sue storie sono vere? Non le ricordo tutte ma la maggior parte lo sono»dissi.
«Ci manca solo che credi nei licantropi e siamo a posto»
«Perché no? Ok allora forse è meglio che ti mostri qualcos’altro»
Mi alzai lentamente, molto lentamente, dalla sedia, il mio viso era un misto di ansia e preoccupazione.
Nel silenzio della stanza il rumore della porta centrale che si apriva aveva qualcosa di estremamente pesante.
Portai Noemi davanti alla casa delle fate.
Poi mordendomi un labbro e con espressione greve, mi misi in ginocchio difronte ad essa.
«Anselv puoi uscire un momento?»
Noemi aveva la fronte aggrottata e aveva gli occhi sgranati, che andavano da me alla piccola porta della casa. Poi come se il suo sguardo seguisse un movimento all’interno della casa, si portò una mano alla bocca, quando la piccola porcina si aprì e una scintilla di luce ne uscì fuori.
La scintilla volò sopra la mano di Arianna,
«Anselv, questa è la migliore amica Noemi, Noemi questa è Anselv, la sacerdotessa capo ,delle fate e una mia vecchia amica.»
La scintilla, girò in cerchio e dentro apparve una fata dorata con lunghi ali verdi brillanti. Una flebile vocina come un suono metallico parlò.
«Mia signora, il suo sangue non è completamente umano, chi è lei?»
«Suo nonno gli ha detto di non avere paura dell’uomolupo, forse…»
«Si, un licantropo, ma la quantità di sangue per la mutazione necessaria in lei non è sufficiente, forse è un quarto di lupo? Come si chiama suo nonno?»
“ Luigi Paoletti”
“POLO, ma si, certo, siamo ancora in contatto con lui, lui è un grande amico delle fate.»
«Come sta?»
«Si, ma, come saprà ormai è un lupo, a tutti gli effetti, così può invecchiare più lentamente, »
«Viene spesso qui?»
«Si, viene una volta l’anno in queste zone, ci porta messaggi e notizie dal regno magico»
«Regno magico?»
«Si poi ti racconto» dissi.
Un altra scintilla, più tenue dai colori rosati, uscì dalla porta e parlò per qualche secondo con Anselv,
«Mia signora posso andare?»
Io inchinai la testa in segno di accettazione e le sue luci rientrarono nella casetta chiudendosi la porta alle spalle.
«Bene ! Pensavo di vederle solo io. E invece le vedi anche tu» dissi.
«All’inizio no, poi l’avambraccio si è illuminato e sono riuscita a vederle.» Disse Noemi, credi che potrei fare una domanda?»
«Suppongo di si, domani però, vuole solo una domanda al giorno.»
«Allora dovrò tornare domani»
«Tutto bene?»
«Si, è per mio padre»
Vittore entrò in casa trafelato e ci fece cenno di andare da lui. Io e Noemi lo seguimmo.
Ci mostrò il ricciolo che si era acceso sulla sua nuca.
Il dio Nethus, lo voleva a Capraia.
Partimmo con Pendragon topo nella sua gabbietta.
Prendemmo tutto l’occorrente e andammo a Livorno, li ci imbarcammo per l’isola di Capraia, un isolotto Vulcanico, tra la costa sarda e la costa Toscana. Due ore e quarantacinque minuti di navigazione da Livorno, nel bel mezzo dell’alto Mar Tirreno, nella parte più settentrionale dell’Arcipelago Toscano, il più grande parco marino d’Europa, dove si respirano storie antiche, miti e leggende di navigatori e pirati, un grande parco mineralogico all’aperto fatto di paesaggi diversi e acque cristalline, si trova l’isola di Capraia. La sua sagoma si erge dal blu profondo del Santuario dei Cetacei contraddistinto dalle praterie di Posidonia dei suoi fondali, il tratto di mare tra Sardegna, Toscana, Liguria e Francia che per le sue eccezionali caratteristiche indotte dalla morfologia e dalla circolazione delle acque è una delle zone a più elevata biodiversità. L’isola, altrimenti persa nelle brume e nella lontananza è visibile a occhio nudo dalle coste toscane solo nelle giornate limpide e terse spazzate dalla Tramontana o dal Libeccio.La natura era selvatica e la fauna prosperosa. La leggenda classica voleva che sette perle caddero, dalla collana di Venere, in mare e si trasformarono in isole, dell’arcipelago Toscano, e l’origine conferma la leggenda Capraia, realmente nacque da un eruzione vulcanica 9 000 000 di anni fa’.
Arrivati sull’isola costeggiammo la strada panoramica gino al faro, ci voltammo e trovammo una cado con il ricciolo sul muro. Proseguimmo e scendemmo a bordo mare.
Lì nell’insenatura le onde si incresparono e ne uscì un uomo.
« Benvenuti guardiani, io sono Nethus, il Dio del mare e dei venti. Tu hai una parte del mio potere e tu l’altra» disse rivolgendosi a Noemi.
«Ebbene vengo a farvi da lezione per affrontare El» disse.
« il re oscuro?» Disse Vic.
«si»
« E perché ci aiuti?» Disse Max.
« Molte creature marine sono prigioniere della sua magia, l’ultima di esse è molto pericolosa »
« Che cos’è?» Disse Noemi
«Voi lo chiamate kraken»
«Esiste davvero?» Disse Max
«Si, di solito è dormiente e attacca solo i sottomarini ma ultimamente sta prendendo sempre più barche.»
«È una bestia mitologica… come possiamo noi?»
« La vedete? Questa è Margolla una capra ferrata che abita in quest’ isola, lei protegge il tesoro di scimuli. Ma il suo corno è il richiamo per il kraken. Portatemela usando solo i vostri 2 poteri
E io vi costruirò il fischio del kraken. Con questo fischio il kraken risponderà a voi. E non al signore oscuro.»
«Scusi ma perché non lo uccidete voi stesso il re oscuro? »
«Se lo facessi, se mi intromettessi, poi sarei costretto ad uccidere tutti gli abitanti delle coste con una mareggiata.»
«Chi l’ha messa sta regola ? »
Nethus indico per aria e sorrise
Lasciatemi Pendragon, vedrò di tenervelo fino al vostro ritorno
Io e Massimiliano rimanemmo indietro, mentre Vic e Noe cercavano indizi sulla capra.
«… dalla fenice come stai?»
«Bene, ho cominciato a fare pratica, da solo in un posto isolato, ma guarda..»
Incendio il suo pollice con lo schiocco delle dita
«Sono un accendino umano»
«Beh, se ci addentriamo in una grotta, ti uso come torcia»
«Non ci avevo pensato, riesco a tenerla per un tempo limitato però, circa 40 minuti poi sono stremato.»
« È un ottimo risultato, io non ho mai controllato, quanto tempo riesco a mantenere il potere attivo.»
Nel frattempo Vittore e Noemi avevano trovato una roccia con segni di artigli.
Noemi disse
«Proseguiamo verso questa goletta»
Percorsero un sentiero strette accidentato, spesso trovavano segni di impronte di capra, poi un belato alla loro destra, li fece voltare.
Davanti ad una grotta c’era una capra con corna di ferro brillanti, e criniera di fuoco, batté due / tre colpi con la zampa per terra e poi attaccò, Vic e Noemi, corsero verso di noi ,che eravamo rimasti più indietro
La capra ci passò ad una decina di centimetri dal corpo, poi si scrollò e ripartì verso Vittore.
Lui usando il potere del vento cerco di proteggersi in qualche modo, allora la capra aumento il mantello di fuoco che sfortunatamente grazie al vento ingigantì,
« hey ti vuoi svegliare? Buttagli l’acqua » Urlò Vic a Noemi.
Noemi che si era arrampicata su un albero saltò giù e gli fece una cappa di acqua. Controllando la bestia.
Io e Max entrammo nella grotta. C’era uno scheletro di un uomo. Era scimulì.
Aveva cercato per anni il tesoro dei pirati e poi era morto di stenti.
Creammo una corda e mentre Vittore e Noemi controllavano i poteri della capra, la riportammo da Nethus.
Lui era su uno scoglio che faceva bere una sostanza gelatinosa a Pendragon. Che brillava di luce propria.
Staccò un corno della capra, e ci ringrazio
Pendragon torno al suo aspetto originario, però era sempre molto debole.
Poi si rivolse a Noemi e Vittore
Appena sarà pronto ve lo farò recapitare. Pendragon invece andrà alla buca delle fate a parlare con la Fata incantatrice.
Detto ciò Nethus si immerse e Pendragon sparì con lui
Noi rimanemmo li come dei pesci lessi. Il ricciolo sulla luna scomparve dalla nuca di Vic.
«Ma voi ci avete capito qualcosa?» Disse Vic grattandosi la testa.
«Ah no.» Dicemmo all’unisono.
Riprendemmo il traghetto per tornare sulla terra ferma. A casa.
Salutai i miei amici e mi diressi da Anselv.
« Mi dispiace disturbarti ma .. tu sai dove vive la fata incantatrice, ho anche una mappa se…
« Ah, ma non importa una mappa è un posto famoso anche per gli umani, è a un ora, da qui circa, si chiama Buca delle Fate. A Serravalle Pistoiese»
Un altro viaggio. Perfetto.
Riuscì a convincere tutti a venire a Serravalle pistoiese. Dove un buco, una caverna, aveva secondo gli antichi la porta, l’accesso al sottomondo, delle fate. La fata a capo di questa comunità si chiamava Lantana e appariva agli estranei solo al tramonto.
Noi arrivammo giusto prima di quel momento.
Una donna completamente nuda e coperta qua e là da dei fiori, aprì la porta a Max e Vic, mentre loro rimasero fuori. La fata soffio’ del polline su di loro, e i due ragazzi la seguirono in stato catatonico. Noi non la vedemmo neppure. I ragazzi sparirono di fronte a noi.
Noemi provo a passare usando il potere dell’acqua mentre Io decisi di usare un approccio più rudimentale, sgretolai il loro ingresso. Davanti a me si mostrò Il reame delle fate.
E Max e Vic che caddero a terra si” svegliarono” starnutendo.
La bellissima fata che li precedeva, s’infurio e diventò un orrido mostro, fatto di capelli lunghissimi, denti come rasoi, e una bocca gicantesca
La versiera era più avanti e stava aspettando la Lantana quando sentii delle urla provenire dal’ ingresso.
Vide il gruppo che aveva rinchiuso la Lantana in un angolo,
« Sembra che la mia sorellina abbia degli amici, con altrettanti poteri. E io che ero venuta per un amuleto protettivo, mi toccherà passare più tardi.»
Poi svanì in una macchia di fumo nero .
Io arrivai giusto in tempo per vederla svanire.
Mi voltai verso la Lantana
«Che voleva lei da te»
«Cercava un amuleto protettivo»
«Protettivo? Da cosa?»
«Da voi suppongo » poi aggiunse.
«Vev è sempre stata un po’ eccezionale »
«Vev? È il nome?» Dissi.
«Ah no. Ma noi non pronunciamo il nome, che ha preso da sposata»
«Da sposata?»
«Si lei è la sposa di El, era ancora una frugolotta quando la ricevemmo, in dono, da tuo padre.
Ed era una bimba così dolce, poi cadde nella pozza di EL , e è diventata così.»
«Si ma qua l’è il suo nome »
«Ora si chiama Versiera»
Nello stesso attimo in cui lo pronunciò una lama nera la trafisse in pieno uccidendola
Poi una voce. La stessa che avevamo sentito venire dal buco mesi fa.
«Hai pagato con la vita, la tua lingua, fata.»
Venimmo spediti via dal corteo delle fate che accorsero . E tornammo a casa.
Pendragon e la sua nebbia apparvero in giardino quella notte.
Max stava riposando in casa sua quando dalle sue mani, senza il suo controllo, uscirono delle fiamme.
All’inizio provo’ a spegnerle, mettendole sotto l’ acqua, poi corse alla sabbia esterna. Chiamò Noemi con il viva voce.
«…Stavo provando a far cambiare colore alle fiamme, in base alle emozioni, poi mi sono addormentato, ma ad un certo punto, mi sono svegliato perché sentivo un grande prurito alle mani e poi da lì in poi, le fiamme hanno iniziato a d accendersi, e sono entrato nel panico.»
« Ok, ok, calmati. Intanto sento Arianna e tu tieni le mani in due secchi di metallo.»
« Oh Okay bell’idea! Fammi sapere »
Erano le 4.45 quando il mio cellulare suonò. A tentoni, risposi con la voce più chiara possibile.
Dopo la telefonata con Noemi, presi lo specchio che l’ Omo selvatico mi aveva dato.
« Cosa c’è, Arianna. Qualcosa non va?»
«Max non riesce a spengere le fiamme.»
«… mmhm ..Forse il suo potere gli sta dicendo qualcosa, dovrebbe andare all’ origine del fuoco.»
«E dove sarebbe?»
«Tutte le fiamme hanno origine, dal grande vulcano, dai soffioni boraciferi. »
Chiesi come stava la mamma, e lo salutai.
Io ci pensai un po’. Poi presi la cartina e trovai i soffioni boraciferi di Larderello.
Noemi e io parlammo un po’ . Secondo le leggende e Dante Alighieri, ai soffioni di Larderello c’era la porta per il regno infernale. Colonne di vapori bianchi che si alzano dal terreno, acqua che ribolle e un panorama suggestivo che ricorda la superficie lunare, un paese nel comune di Pomarance, dove per la prima volta in tutto il mondo si è iniziato a sfruttare l’energia geotermica, per produrre elettricità, ma a noi serviva la parte antica. Così partimmo in viaggio ,con Max che teneva le mani fuori dal finestrino, per sicurezza. Sapevamo che stavamo entrando in qualcosa più grande di noi, e senza altri indizi o notizie su Stefania, o da parte di Nethus, era l’unica cosa che potevamo fare.
Arrivati a Larderello, mentre camminavamo tra i soffioni boraciferi, tra l’odore dello zolfo e i getti di aria calda fino al cielo, sentimmo il ticchettare del ferro sul pavimento, ci girammo e trovammo l’Omin di Bronzo .
«Che ci fate qui?»
Max mostrò le fiamme blu, che gli uscivano dalle mani.
« Seguitemi»
Nascosto da due soffioni, e da una viscida parete, c’era una piccola feritoia, dove entrammo, a malapena.
Lo spazio poi si apriva su un tempio scavato nella roccia. Due enormi statue erano ai lati delle colonne. Sotto di loro c’erano, i loro nomi, incisi nella roccia .
Sethlans e Feronia.
Sethlans parlò per primo.
«Benvenuto guardiano questo è il tempio del fuoco. Vedo che hai portato con te la piccola fenice di fuoco.»
Con un gesto della della mano, dal corpo di Massimiliano uscì una piccola fenice, e le fiamme smisero di uscire dalle sue mani.
La fenice volò allegra da Feronia e dopo pochi minuti, lei parlò .
«Frida mi dice che sei stato coraggioso, l’hai salvata quando era in pericolo»
«In pericolo? No…Ho visto qualcosa che la trafiggeva, poi è esplosa e prima che qualcuno potesse vederla, sono andato a vedere, come stava a quel punto è entrata dentro di me e…»
«Capisco.. Ha usato il tuo corpo mentre lei si rigenerava, gli ha fatto da scudo, ma ora che stava per crescere, ti stava avvertendo che non avresti potuto imbrigliarla»
«Guardi che io non volevo …»
«Si me lo ha detto »
«Bene. Lei è Frida e sarà il tuo uccello protettore, guardiano del fuoco, quando avrai bisogno di lei. Lei verrà da te.» Poi aggiunse Sethla
«Il tuo potere è il più antico. E distruttivo di tutti. Se usato con il vento potrete raggiungere qualsiasi cosa vogliate.»
Parlammo con le divinità di tutto quello che ci era successo e l’Omin di Bronzo annuiva ad ogni nostra descrizione. Poi arrivammo al punto su cui, io chiesi di Stefania .
Feronia ci disse che più avanti, lungo le grotte che portavano al regno c’era la porta per gli inferi.
Ma a custode di questa porta c’era Veltha, un guardiano infernale.
Se volevamo andare l’Omin di bronzo ci avrebbe indicato la strada. E aiutato se possibile.
Decidemmo di provarci.
Max ora stava bene, Noemi era in forma, io e Vic pure.
«Oramai che siamo qui andiamo» disse Max e la compagnia annui.
L’Omin di bronzo lasciò le statue maestà e insieme ci dirigemmo al terzo tunnel dentro la montagna.
Le pareti erano scivolose e l’odore di zolfò era soffocante. C’erano diversi strapiombi intorno a noi, per questo, camminavamo gli uni vicino agli altri mentre l’Omin di bronzo, da lucertoloide quale era, zampettava sul muro rapidamente.
Arrivammo fino ad uno spiazzo abbastanza grande. In fondo, dopo una strana roccia scura,
c’era un grande portone di quarzo nero.
Mi avvicinai, ma sentii il respiro di Veltha che mi soffiava addosso. L’enorme massò scuro che era alla nostra destra, era la bestia addormentata.
«È praticamente davanti la porta, come facciamo a entrare senza essere mangiati? » disse Vic
« Basta non svegliarla..» Disse Noemi sottovoce
«Aspetta gli canto una ninna nanna» disse Max
«Possiamo evitare di fare casino» dissi io.
Gradualmente gli occhi rossi della bestia si aprirono, poi sbadigliò, rivelando la grandezza delle due zanne, infine si alzò, e il garrese toccava quasi le pareti del soffitto. Era lunga circa 6 metri e alta 3. Aveva il pelo lucido e massiccio di colore nero, con una coda con spine accuminate alla fine, che doveva essere estremamente pesante, dal rumore che faceva quando batteva sul pavimento.
Veltha ci vide e ci attaccò.
Io per proteggerci creai un muro. Ma con un colpo di coda lo distrusse. Noemi creò una bolla d’acqua e la chiuse li dentro.Veltha urlò fiamme e la bolla evaporò, a quel punto pareva più arrabbiata di prima. Vittore provo un dialogo.
«Hey Veltha non volevamo disturbarti, ma qualcuno ha rapito una nostra amica ed è là dentro, indicando la porta, se ci fai entrare vediamo dove è , la prendiamo e usciamo.»
Veltha giro’ la testa di scatto. Poi puntò me. E ti pareva.
La coda non mi colpì fortunatamente, ma l’onda d’urto provocò la rottura di una pietra sopra le nostre teste, e un masso cadde giù seppellendomi. Vittore lo tirò via con il potere del vento. Ma avevo una brutta ferita alla testa e nel torpore, caddi nell’oblio.
Mi svegliai poco più tardi. O almeno così credevo.
Con la porta distrutta. Veltha ridotta in un mite cucciolo di lupo, i miei amici sani e Stefania su le spalle di Gerome. Non sapevo che fosse successo.
Uscimmo dal tunnel in silenzio. Vittore mi portava a spalla. I miei amici erano in silenzio non mi parlavano. Ma Tornammo tutti a casa.
Passò una settimana.
La ferita era guarita completamente.
Veltha scodinzolava in giardino. Vittore non mi parlava. Noemi non mi aveva cercato, ne tantomeno Max. Vedevo che Vittore che aveva detto qualcosa ai miei, perché mi trattavano coi i guanti di velluto, ma poi vedevo Lidia scappare e voltare la faccia da me ogni volta che poteva.
Perché tutti si comportavano così?
Andai da Anselv, ma le fate non risposero.
Corsi in camera di Vittore, ma farfugliò qualcosa “su non ne sapeva nulla,” ed andò via
Passò qualche altro giorno
Dopo che nessuno mi diceva niente e persino Pendragon era irreperibile decisi che forse Stefania avrebbe saputo o avuto il coraggio di parlarmi
Uscii di casa era quasi il tramonto, e a metà strada trovai Gerome.
Ci sedemmo e gli feci delle domande.
«Non sta a me dirtelo, ma da to che mi hai salvato, te lo dirò. Quando la porta del mondo degli inferi si è aperta, tu eri lì.»
« Si… ero svenuta..»
«No.. sei tu… che hai distrutto il portone»
«No, io..»
«Arianna tu sei la chiave, Tu sei il mastro di chiavi, La distruttrice di mondi,Tu sei il signore Oscuro.»
« No… TU scherzi ! Io sono una guardiana! »
«Si lo sei. Ma sei, anche colei che riaprirà la porta per Arcadia, il mondo magico »
«Com’è.. perché?»
«E servirà la tua morte, per chiudere Arcadia»
« Che intendi?»
«Quando sei svenuta, Veltha ha probabilmente annusato il tuo sangue ed è tornata alla sua forma primordiale, quel cane…»
Indicando Veltha cucciolo
«É il compagno del signore dell’inferno.Quando hai distrutto la porta, tu avevi l’ armatura d’oro e bianca del signore EL. Probabilmente è dentro di te, dormiente, e basta farti svenire per farlo uscire. Questo spiegherebbe anche perché la Versiera ti assomiglia.»
«Perché dice di essere mia sorella »
«Ci sono ,ancora molte cose che devi capire di questi poteri. Ma soprattutto, ora che hai aperto la porta dell’inferno, i mastini verranno a cercarti, e nessuno è al sicuro.»
«Come posso richiuderla?»
«Pendragon il guardiano originale, dovrà morire.»
«Come posso evitare che questo succeda?. »
«Devi trovare qualcosa, più forte, del potere del Re oscuro. »
Gerome si alzò e se ne andò.Io rimasi vicino alla fontana per un po’ di tempo.Veltha scodinzolava accanto a me. Guardai il riflesso che s’increspava sull’acqua. Cercai i lati positivi. Stefania era salva. I miei amici pure. Vittore anche. Dovevo cercare qualcosa che fosse più forte del Re oscuro.
Sarò anche stata la sua “ diciamo” re incarnazione. Ma non gliel’avrei data vinta.
Sentii dei nitriti provenire dal cielo, vidi dei carri che volavano a destra e sinistra, la caccia selvaggia. Si stavano divertendo troppo per i miei gusti. La solita nebbia apparve. Pendragon molto invecchiato ne fece capolino
« Buonasera Arianna»
«Buonasera…»
«Dal tono della tua voce, credo che tu oramai lo sappia , andiamo?»
Pendragon mi tenne la mano e volammo sopra il cielo, fino all’entrata del regno degli inferi. Cominciai a piangere.
«Non deve per forza andare così»
«È l’unico modo»
«Posso provare a chiuderla?»
Pendragon osservò i miei scarsi tentativi di ricostruire la porta. Piangevo. Si abbassò verso di me.
«La profezia si è avverata alla fine “Un figlio di uomo e di un Dio distruggera’ i mondi o li salverà. “ Io spero sia l’ultima parte ad averla vinta »
«Ti prometto che non farò mai uscire il re oscuro »
«Ricordati che lui. Non è del tutto dentro di te. Io mi fido di te. Sei tu che decidi che cosa vuoi essere. In ogni essere essere umano c’è il bene e il male. Bisogna solo scegliere»
«Io non ti deluderò . Lo prometto »
«Prendi» Pendragon mi diede una spilla con il suo volto
«Così ti ricorderai di me.» Poi prese un pugnale e bagno’ le porte distrutte degli inferi.
Che brillarono, come se dentro di esse scorresse la lava viva. Lui si pugnalò.
«Prendi questo pugnale è l’unica arma che ci uccide.Ti ho lasciato dei regali a casa tua leggili
Addio Arianna Addio»
Il suo corpo diventò cenere incandescente che sigillò le porte, la sua anima una pallina blu mi volteggiò qualche secondo davanti e poi entrò nella spilla.
Mentre io piangevo e mi disperavo, le porte si erano chiuse.
Nessun essere poteva più passare.
Mi sentii trasportare, la nebbia oramai faceva parte di me.
Tornai a casa
Andai in camera mia e vidi sulla scrivania tre libri
Cronache del mondo magico
E una lettera.
Era di pendragon
Cara Arianna, il destino è crudele, esso ti vuole sia come portatrice di speranza che di terrore. Non avrei mai voluto questo per te.
In questi volumi c’è tutto il mio sapere. E dove sono situate tutte le creature magiche che sono sulla terra. Proteggile. Loro saranno le prime che i demoni e Tinia il signore della caccia selvaggia catturerà. Hai gli altri guardiani con te.
Verrà il momento che non potrai più nascondere il tuo potere al mondo umano, per questo ecco la chiave della mia dimora. È nella valle della luna.
La nebbia saprà portartici.
Sii forte Arianna, come prossima guardiana dell’eterno non puoi, più arrenderti.
Io sarò con te.
Pendragon.
Tensi la lettera, stretta a me, tutta la notte, poi misi il pugnale, dietro il mio armadio, al sicuro e la lettera con lui.
Sfogliai i libri. C’erano più bestie magiche di quante io pensassi. Ma se Pendragon aveva dato la sua vita per proteggerle io avrei fatto lo stesso. Tutto questo potere, che scorreva dentro di me era sempre stato qualcosa di buono, non avrei mai permesso che mutasse in qualcosa di cattivo.
Toccai la mia cicatrice sulla spalla, il dolore oramai era sparito da settimane.
Vidi Vittore rincasare, il suo sguardo era triste.
Volai con la nebbia sopra casa mia. Il mio destino non era già segnato, come tutti credevano. Vidi con la coda dell’occhio, uno dei carri della caccia selvaggia. Sorrisi e corsi all’inseguimento.
Nessuno dovrà più essere rapito e io li avrei protetti tutti.
Io avrei protetto tutti quanti.
Perché io ero la guardiana dell’eterno e non la distruttrice di mondi
Io sono Arianna Canzonieri.
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